"IL NOSTRO IMPEGNO PER LA TUTELA DELLE TRADIZIONI POPOLARI CHIANTIGIANE"

"Veglie a Porcignano" di Reginaldo Cianferoni, premio Pozzale per la narrativa 1986, illustrato da Mino Maccari.

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Last update 28/08/02

Indice


Prefazione
- Pubblicazione web 20/03/01


1. Contadini del prete -
Pubblicazione web 27/04/01

2. Ragazzi fra pecore, porci e vipere - Pubblicazione web 21/05/01

3. Vita da sacrestano e da scolaro - Pubblicazione web 08/06/01

4. Innamoramento a Santa Maria Novella - Pubblicazione web 13/07/01

5. Vita in famiglia - Pubblicazione web 25/08/01  

6. Ragazze, spose e figlioli - Pubblicazione web 4/10/01  

7. Gli zii pinzi - Pubblicazione web 6/11/01

8. Uomini dei boschi -
Pubblicazione web 4/12/01

9. Gente della fattoria  - Pubblicazione web 10/01/02

10. Vita nella comunità
- Pubblicazione web 20/02/02

11. Fascisti piccini piccini - Pubblicazione web 13/03/02

12. Guerra nel Chianti  - Pubblicazione web 13/04/02

13. Contadini senza soggezione
- Pubblicazione web 19/05/02

14. Esodo - Pubblicazione web 19/06/02

 - Complementi alle Veglie
15. I confini di Bettino Ricasoli -
Pubblicazione web 21/07/02

 16. Nobili Chiantigiani (di Mariella Menci) - Pubblicazione web 27/08/02

 


Prefazione


Un contadino racconta a veglia. Credo che almeno un lettore sia curioso di sapere come sono nati i racconti, chi è il protagonista, come e perché sono stati scelti i contenuti e le forme. Cercherò di rispondere a queste domande.
E' ben nota la capacità di molti contadini - specialmente toscani- di raccontare in maniera arguta ed efficace; purtroppo, trattandosi soltanto di racconti orali, poco o nulla rimane di essi con il passare del tempo e poiché il mondo contadino è in via di scomparsa ciò significa perdere anche la sua memoria, o almeno quella in filo diretto. Vi è stato infatti, negli ultimi anni, un grande fiorire di libri sulla vita in campagna del passato ma si è trattato di libri scritti da intellettuali in genere appartenenti al mondo dei grandi proprietari terrieri. Non mancano, è vero, nella letteratura italiana contemporanea belle pagine dedicate ai contadini (e qui penso, ad esempio, ai boscaioli del "Taglio del bosco" di Carlo Cassola) ma, fatte non molte eccezioni, la vita dei contadini è vista, anche dagli intellettuali più vicini al loro mondo, con lenti deformate, così come ho avuto occasione di dimostrare in altro mio scritto. Numerosi sono anche gli studi sulla cultura contadina e le ricerche di storia orale, nelle quali anch'io mi sono impegnato, ma anche quando si tratta di opere di alto livello scientifico, in esse traspare la freddezza professionale dell'antropologo o dello storico e mancano le pulsazioni della vita quotidiana che si ritrovano in alcune opere letterarie e nei racconti dei contadini.
E' partendo da queste considerazioni che, da tempo, mi sono domandato: perché non invitare i contadini più "dotati" a scrivere le loro memorie? E questo invito l'ho rivolto al mio amico Marcello Vanni, contadino chiantigiano, del quale conosco l'inesauribile vena narrativa, tanto da ricercare spesso (e non sono il solo) la sua compagnia.
Marcello infatti è entrato in contatto con una vivace cerchia di artisti, non solo italiani, che fanno capo al salotto (anzi alla casa di campagna) di Leo Lionni e Nora Maffi; la sua figura fa già parte del mondo letterario grazie al fantastico ruolo che Linoni gli ha assegnato in un suo libro sulla botanica parallela.
Malgrado tutto ciò Marcello ha inizialmente manifestato molte perplessità. Poi ha chiesto qualche libro per ispirarsi. Gli ho consigliato quello di Bino Sanminiatelli, "Vita in campagna", e quello di Nicchia Furian Raffo, "Diario nel Chianti", non solo perché hanno per sfondo lo stesso ambiente in cui il Vanni è vissuto e vive tuttora, ma anche perché essi bene esprimono mondi contrapposti a quello contadino: Bino Sanminiatelli il mondo di un letterato nobile proprietario terriero che credo di definire l'ultimo dei moderati toscani; Nicchia Furian il mondo fantastico di una bambina di "signorotti di campagna". Di questi due libri nelle veglie si ritroveranno alcune annotazioni e qualche richiamo perché le tematiche, l'ambiente e talvolta anche le persone sono le medesime; ma i mondi sono, come ho già detto, contrapposti.
La nascita e la prima crescita del nostro libro è stata assai faticosa. Marcello dopo aver riflettuto a lungo, non ha accettato la mia proposta di scrivere le sue memorie. Perché? Bino Sanminiatelli, nel già citato libro, ha scritto - riferendosi alle parole di un racconto orale di un ragazzo contadino - "vorrei saperle dire allo stesso modo senza infiorettarle alla maniera stupida degli scrittori". In realtà il non facile mestiere dello scrittore richiede doti naturali, ma anche tecniche che non si improvvisano, per cui non è detto che chi sa raccontare bene sappia anche scrivere altrettanto bene. E questo spiega perché grandi narratori orali si smarriscono non appena prendono in mano la penna e spiega altresì l'assenza di scritti da parte contadina.
Per superare queste difficoltà - che con qualche approssimazione si possono definire di carattere tecnico - abbiamo pensato, per conservare la spontaneità dei racconti, di effettuare la registrazione nelle condizioni in cui Marcello riesce a dare il meglio di sé : le veglie e le riunioni conviviali, per procedere poi alla loro versione scritta.
Cosa siano state in passato le veglie e quale sia stato il loro ruolo nella vita delle comunità contadine è spiegato molto bene direttamente e indirettamente nei racconti, ove emergono chiaramente anche le ragioni della loro decadenza e scomparsa; è quindi necessario soffermarsi qui su questo argomento, ma è opportuno rilevare che l'uso del registratore in queste veglie ha fatto miracoli, consentendo di fissare tutta la vivacità e la capacità di comunicare con gli ascoltatori, propria delle narrazioni: mancano soltanto i gesti e le espressioni del viso che esprimono sentimenti e talvolta sostituiscono intere frasi.
Avevo già avuto occasione di usare il registratore nelle ricerche di storia orale, ma in tal caso ciò che interessava erano le testimonianze, la loro comparazione ed il controllo della loro attendibilità, per cui nessuna attenzione avevo riservata agli altri aspetti.
La successiva trascrizione, a me affidata, non è stata priva di difficoltà, per la necessità di migliorare la chiarezza della forma, riordinare e collegare l'esposizione, eliminare le ripetizioni. Ho fatto ogni sforzo per essere assolutamente fedele ai contenuti dei racconti e spero di avere assolto questo compito, almeno per tre ragioni: l'avere Marcello Vanni rivisto, corretto, integrato la prima stesura, che è stata anche cortesemente rivista da altri due attivi partecipanti alle Veglie, Marco Fattori e Marcella Sordi; l'avere rinunciato sempre alla tentazione di introdurre di soppiatto la mia personale visione delle cose; l'avere, per le mie origini e per le mie esperienze, una diretta conoscenza del mondo contadino.
Debbo invece confessare che avrei voluto fare di più e meglio per mantenere il calore ed il colore dei testi orali e che non sempre mi sembra di essere riuscito, com'era nei miei propositi, ad usare parole ed espressioni semplici ed immediate.
Per quanto riguarda la forma non ho avuto incertezze a conservare l'originale impianto a dialogo delle veglie orali che, a mio giudizio, è perfettamente connaturale, anche nella versione scritta, ai contenuti delle narrazioni. Ci sono le interruzioni, le domande, le integrazioni dei partecipanti alle veglie, talvolta abbastanza consistenti, tanto che se Marcello Vanni ha sempre il ruolo centrale esso appare bene appoggiato dalle "spalle", cos' come avveniva - forse in misura ancora maggiore - nelle veglie del passato (1).
I personaggi contadini di Marcello non sono sottoposti ad approfondita introspezione, ma hanno individualità ben marcate e questo non tanto per l'abilità del narratore quanto perché così erano i contadini, malgrado l'uniformità dei comportamenti collettivi. Forse era la grande varietà fisica della campagna, delle colline, delle piante e degli animali a modellare la varietà dei tipi umani, che certo allora non subivano l'effetto livellatore dei mass media.
Accanto ai numerosi personaggi contadini si ritrovano poi personaggi di alta estrazione sociale e fra essi spiccano per numero e per carattere i preti. Questa ultima massiccia presenza dipende dal fatto che Marcello si è incontrato, direi ha familiarizzato, con molti preti nella sua qualità di mezzadro di vari benefici parrocchiali chiantigiani e di "sacrestano", ma dipende anche dalla capillare presenza che in passato i preti avevano nelle campagne; gli episodi della vita quotidiana di questi personaggi bene spiegano le relazioni contadini-preti-religione, che hanno avuto un ruolo tanto importante nelle vicende sociali e politiche delle campagne toscane.
I racconti spaziano in un arco di tempo poco più lungo di mezzo secolo; benché non siano stati rigidamente ordinati nel loro svolgimento temporale, la loro successione è tale da fornire un quadro sistematico dei profondi mutamenti che sono avvenuti in questo pur breve spazio. Una delle qualità del nostro narratore è quella di ricordare con grande precisione il clima e le condizioni delle diverse fasi di questi mutamenti della vita quotidiana, che però hanno per sfondo i grandi avvenimenti storici. E' la storia dei contadini, e non soltanto dei contadini del Chianti. Il Chianti infatti non è stato la culla del movimento contadino, anzi prima della guerra e anche durante la Resistenza, era una delle zone più arretrate del senese e dell'intera Toscana. Tuttavia, anche se le storie raccontate da Marcello non possono considerarsi rappresentative, esse consentono di capire meglio i contadini (e in particolare i mezzadri) e ripercorrere il loro lungo cammino.
Naturalmente il personaggio centrale della narrazione è lui, Marcello Vanni, ma è immerso anima e corpo nella famiglia e nella comunità contadina e intorno a lui vi è una folla di personaggi l'uno diverso dall'altro. E anche questo, torno a ripeterlo, rispecchia fedelmente la realtà del mondo contadino mezzadrie, così omogeneo nelle espressioni comunitarie e, di contro, tanto differenziato nei caratteri delle singole persone, uomini e donne.
Nei racconti di Marcello trovano largo spazio episodi piccanti, qualche volta descritti con espressioni un po' crude. Anche questo rientra nella più pura tradizione delle veglie nelle quali vi era concorrenza talvolta, fra i vari narratori, a raccontarle grosse. E per questi episodi forse vi era, a differenza che per altre tematiche, una forzatura della realtà, se non l'invenzione vera e propria.
In un primo momento io e Marcello avevamo deciso di censurare in parte quei racconti piccanti, anche se avevano in passato un posto e uno spazio molto più importanti di quello che hanno qui, dove i racconti riguardano tutti gli aspetti della vita contadina (molti di questi aspetti nelle vecchie veglie non costituivano oggetto di conversazione, tanto erano - a differenza di oggi - ovvi e risaputi). La nostra preoccupazione partiva dalla constatazione che quei racconti erano sì comuni, ma erano riservati a una ristretta cerchia di conoscenti e, per una specie di pudore, venivano interrotti se capitava alla veglia qualche persona estranea, di ceto diverso e soprattutto in presenza di qualche bambino. Se il narratore, preso dalla foga del suo discorso, non si accorgeva di tale presenza c'era sempre qualcuno che avvertiva con la curiosa espressione: "c'è il tetto basso", che significava appunto "ci sono i bambini".
La versione scritta delle veglie, almeno nelle nostre intenzioni, non è riservata ad una ristretta cerchia di conoscenti e questo ci ha messo in imbarazzo. Poi ci siamo detti: il mondo è cambiato, e soprattutto ci siamo convinti che una tale autocensura avrebbe comportato una specie di castrazione della vita contadina, anche se, come ho detto, il lettore dovrà tenere presente che questo genere è sempre stato oggetto nelle veglie di fantasie, di spacconate e di pettegolezzi. E ciò, a mio giudizio, in netto contrasto con i racconti relativi agli altri aspetti della vita nei quali la sincerità è assoluta ed il proprio comportamento e quello delle persone amate è descritto senza ricercare abbellimenti e senza reticenze.
L fedele rappresentazione del mondo contadino, della quale ho detto finora, non è solo la qualità dei racconti; in essi vengono espressi giudizi sugli uomini e sulle loro azioni che solo in parte seguono la filosofia contadina poiché appare prevalente la personale visione che Marcello ha delle cose e delle vicende del mondo.
Ho avuto occasione di scrivere, con riferimenti ai libri di Bino Sanminiatelli e di Nicchi Furian (ma la cosa può essere estesa a molti altri libri di memorie) che il tratto comune è la nostalgia dei signori verso la vita in campagna così come essa era fino alla seconda guerra mondiale o, al più, fino agli anni Cinquanta, prima cioè delle profonde trasformazioni dell'economia e della società italiana: una nostalgia che diventa poesia e che può essere capita e compresa anche da chi - come me - ha vissuto esperienze del tutto diverse. Ma io pensavo che questa nostalgia fosse tipica dei proprietari perché la vita del signore era allora, in relazione ai tempi, a livelli molto più elevati di oggi. E pensavo e sapevo che i contadini, e i mezzadri in particolare, non avevano nostalgia delle durissime condizioni del loro passato, delle condizioni di classe subalterna. Eppure anche in Marcello vi è, a mio giudizio, una forma di nostalgia del passato, anche se questa ha caratteri opposti a quella dei signori. Non vi può essere certo nostalgia per le dure condizioni di vita del lavoro contadino, per la miseria contadina, così come era stata descritta ad esempio dal Georgofilo Leonida Landucci; eppure quella miseria contadina vista dal di dentro, pur rimanendo motivo di protesta e di ribellione perché frutto di ingiustizia sociale, perde un po' delle sue drammatiche tinte e soprattutto non impedisce una grande capacità di vivere e di gustare i lati belli della vita, malgrado i numerosi limiti; è una capacità che non si ritrova nell'attuale società opulenta, nonostante essa sis sia liberata di tanti tabù. E' una società, quella di Marcello, agli antipodi di una visione idilliaca della vita bucolica, è una società per certi aspetti selvaggia; eppure i divertimenti, nella loro semplicità, davano piena soddisfazione; la vita in famiglia e nella comunità, anche se con contrasti e conflitti non lievi, era fonte di grandi gioie che, direi, prevalevano in quantità e qualità sui dolori, che pure erano forti e lunghi.
La rievocazione di questi aspetti (e solo di essi) non può dunque che assumere il sapore della nostalgia e, soprattutto, non può che rendere incomprensibili alcuni aspetti della vita di oggi; incomprensibile è, per Marcello, il fatto che il miglioramento delle condizioni economiche si accompagni allo scadimento della qualità della vita. Ma la causa di tale scadimento mi sembra almeno intuita nelle ricorrenti comparazioni fra la vita di un tempo e quella di oggi. E ritengo di non forzare troppo il pensiero del narratore affermando che egli individua nello scadimento dei valori collettivi, o meglio della coscienza collettiva, le difficoltà e le inquietudini della vita individuale.
Ai racconti di Marcello Vanni sono stati aggiunti, divisi in due capitoli, i "complementi" che, analogamente a quanto ho detto per le veglie, credo opportuno spiegare come e perché sono nati.
I racconti partono si può dire dall'anno di nascita di Marcello (1926) e in essi appare sbiadita la vita contadina degli anni precedenti;: c'è la vita della generazione precedente, ma è colta quando i vecchi vivevano insieme a lui giovane. Mi è nata allora la curiosità di conoscere di più e meglio quella vita ed ho preso il registratore e, come già avevo fatto per le mie ricerche di storia orale, sono andato a raccogliere testimonianze dai vecchi contadini, aiutato da Marcello, e da qui la ricerca si è concentrata sulla figura del grande chiantigiano Barone Bettino Ricasoli; di conseguenza è nato il capitolo a lui dedicato, che ha il taglio del saggio di storia orale. In questo caso ho conservato il vernacolo originale, senza operare alcuna traduzione e correzione poiché esso, a mio giudizio, ha una forza di suggestione e una poesia che sarebbe stato un peccato perdere. Tuttavia ho dovuto operare parecchi tagli, specialmente per evitare ripetizioni, e talvolta ho riordinato la sequenza delle espressioni; può essere quindi legittimo il dubbio di una sia pur inconsapevole ed involontaria correzione dei contenuti: il materiale originale è pertanto a disposizione di chi volesse consultarlo.
Si tratta, comunque, di un materiale profondamente diverso dai racconti di Macello poiché qui domina il regno dei fantasmi, o meglio il fantasma del Barone di Ferro. Anche nella narrazione di Marcello ci sono i fantasmi, ma visti con l'occhio di chi non crede a quelle storie e anzi vorrebbe liberare il mondo contadino dagli spettri. Invece nelle testimonianze dei più anziani i fantasmi hanno ancora un posto importante, tanto importante da conservare nei loro racconti un realismo non inferiore a quello di Marcello.
E' un realismo, questo dei vecchi contadini, che riguarda in ugual misura i fatti della vita quotidiana e il mondo delle streghe, dei fantasmi, dei fatti miracolosi, in una apparente contraddizione che può forse essere spiegata dalla convinzione con cui vivevano quel mondo fantastico: si parte di solito da un substrato inventato da altri, ma con spontanee aggiunte e rielaborazioni di non poco conto e momento. Quello che è chiaro è che intorno a tali fantasie (per esempio la dannazione di Bettino Ricasoli) vi sono profonde motivazioni sociali e vi è la soggezione verso i padroni.
Il capitolo 16, che tratta la decadenza economica e sociale dei nobili chiantigiani, è stato scritto da una giovane studiosa, Mariella Menci, partendo da un'angolazione assai diversa da quella precedente dove i grandi proprietari sono visti con gli occhi dei contadini. Qui invece l'analisi parte dalle testimonianze di personalità di rilievo della nobiltà chiantigiana. Questo però non significa che l'autrice abbia visto i fatti attraverso gli occhi dei grandi proprietari perché - oggi che la mezzadria è praticamente scomparsa - è più facile, come è capitato a me, stare dalla parte dei mezzadri. Ieri era esattamente il contrario. Certo si tratta di note che non esauriscono il problema, anzi la lettura di esse, almeno in me, ha suscitato il desiderio che qualcuno dei nostri letterati (e non sono pochi) che è stato direttamente o indirettamente coinvolto in questa decadenza, scrivi in proposito un'opera tragica, perché a me certe vicende familiari sembrano tali. Forse su questo c'è una specie di pudore perché ad esempio, come ho già osservato, i due libri più volte citati di Nicchia Furian e Bino Sanminiatelli si fermano al tempo in cui i nobili erano ancora al vertice del potere.
Un'ultima informazione, anche se può sembrare marginale,; per me, per Marcello e, ci sembra, per tutti coloro che abbiamo coinvolto nelle veglie, questa occasione è stata, in gran parte, motivo di allegria e di piacevoli e divertenti incontri. Ci auguriamo che le pagine di questo libro riescano a trasmettere ai lettori un po' di queste preziose cose e, insieme, qualche spunto per una riflessione sul passato ed il presente e soprattutto sulle questioni che investano il nostro futuro.
Desidero dedicare la parte lieta del mio lavoro alla memoria di mia madre, Ida Mugellini, nobile contadina toscana.
Marcello mi incarica di scrivere che egli dedica i suoi racconti a tutti i suoi "vecchi" e con questa espressione intende riferirsi a tutti coloro che erano anziani quando lui era giovane, anziani ai quali era legato da vincoli di parentela o che appartenevano alla comunità contadina nella quale ha vissuto e si è formato. A quanto ho capito in questa dedica vi è un'inconscia speranza che i giovani di oggi, ora che lui è nel novero degli anziani, riescano a capirlo, o meglio ancora ad amarlo, come egli ha fatto nei confronti dei "suoi vecchi", anche quando li ha strapazzati.
Questa è anche la mia speranza.
R.C.
(1) Hanno partecipato alle veglie le seguenti persone (delle quali ritengo utile fornire alcune notizie che, per chi lo desidera, possono aiutare a capire le motivazioni dei loro interventi, nei quali figurano soltanto con il nome) con continuità:
1- Annita Strambi, nata nel 1928, ex mezzadra, moglie di Marcello
2- Marcella Sordi, nata nel 1954, impiegata e studentessa universitaria, appartenente a famiglia di ex mezzadri.
3- Marco Fattori, nato nel 1943, studioso di economia e di storia dell'agricoltura.
4- Stefano Marietti, nato nel 1955, disegnatore progettista, genero di Marcello.
Saltuariamente o occasionalmente:
5- Fabio Fronti, nato nel 1950, perito agrario, appartenente a famiglia di ex mezzadri.
6- Gioconda Ermini, nata nel 1902, che è stata mezzadra e fattoressa.
7- Laura Cianferoni, nata nel 1953, dottoressa in scienze agrarie.
8- Lorena Fondelli, nata nel 1930, casalinga, appartenente a famiglia di ex mezzadri.
9- Lucia Vanni, nata nel 1957, figlia di Marcello, impiegata.
10- Luigi Biagi, nato nel 1920, che è stato mezzadro, sottofattore, impiegato e sindaco di Tavarnelle Val di Pesa

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1. Contadino del prete


MARCELLO - Sono nato nel Ventisei, contadino del prete di San Quirico in Monteranno, vicino alla Fattoria di Vegi, nel comune di Castellina in Chianti.
Vegi e San Quirico sono gli stessi posti descritti nel bel libro di Nicchia Furian Raffo "Diario nel Chianti". Anch'io, come la scrittrice, penso che siano dei posti bellissimi, soprattutto perché sembrano fatti a posta per la vita libera dei ragazzi.
Quando ho letto le prime pagine del "Diario del Chianti" ho avuto subito l'impressione di conoscere i posti descritti, di averli anzi in grande familiarità, ma i nomi mi erano nuovi perché la scrittrice li aveva cambiati. Poi, verso la metà del libro, quando parla della cipresseta, io l'ho facilmente riconosciuta perché nel suo genere non ce n'è una uguale nel Chianti; allora ho ricominciato a leggere dalla prima pagina e è stato facile dare ilo vero nome ai luoghi: il ponte di legno sul torrente trilla è Strolla, Vegliano è Vegi, Tregola (questo nome è di un'altra località di Castellina) è Cretola., San Quintino è San Quirico; solo per Sant'Agnese la scrittrice ha lasciato lo stesso nome. Nicchia Furian ha cambiato anche i nomi delle famiglie contadine ma ho capito ugualmente di chi parlava, perché ci sono pochi anni di differenza fra la mia e la sua vita a San Quirico e a Vegi: la mia famiglia lasciò San Quirico nel 1933 (ma poi ci sono tornato tante volte in visita ai morti e ai vivi), mentre la scrittrice parla di quei posti con tanta poesia, ma anche con tanta precisione, circa sette anni dopo, nei primi anni della guerra. Il mondo contadino di Vegi era allora rimasto immobile in tutto e per tutto: l'unica famiglia che se ne era andata era stata la mia.
Avrei potuto essere uno dei ragazzi contadini della signora Nicchia e questo spiega l'interesse, anzi la partecipazione, con cui ho letto il libro, anche se mi trovavo in condizioni tanto diverse. Ma fra i bambini le differenze ancora non si vedevano o non ci sono affatto.
Mi è piaciuto anche il libro di Bino Sanminitelli "Vita in campagnA" per la parte che parla del Chianti. E' un grande scrittore, ma la sua età e i suoi posti sono un po' lontani dai miei.

ANNITA - Anche a me i libro di Nicchia Furian è piaciuto molto. Io non abitavo, come Marcello, vicino a Vegi, ma leggendo il libro ho rivissuto i tempi di quand'ero bambina. Non voglio davvero confrontarmi con la signorina Nicchia perché io badavo le pecore e i maiali; ma la domenica andavo, insieme ad altre "cittine", a giocare con le signorine di Castelvecchi e i nostri discorsi erano press'a poco uguali a quelli che correvano fra la signorina Nicchia e le bambine dei contadini.

MARCELLO - Credo che sia vero; ma non bisogna dimenticare che le signorine di Vegi e quelle di Castelvecchi facevano una vita che oggi non fanno nemmeno quelli che sono più ricchi cento volte di loro. Non solo erano padroni di tanti terreni, ma avevano al loro servizio parecchi domestici e poi, anche se in parte, fattori, fattoresse e addetti ai lavori di fattoria, senza contare le decine e decine di famiglie di mezzadri che, oltre alla metà dei prodotti, dovevano ai padroni ossequio e " i patti" ed erano disponibili, per pochi soldi, per tutti i servizi domestici.
E poi Nicchia Furian racconta bene la vita della sua famiglia, ma non capisce e non può capire i rapporti fra padrone e contadino.
Lei amava profondamente lo zio Filippo, che conduceva la Fattoria di Vegi, e in famiglia, pur con tutti i suoi difetti, appare un uomo di gran cuore. Ma non era così verso i contadini. Io non l'ho conosciuto personalmente e né io né i miei familiari abbiamo avuto a che fare con lui. Ricordo che mi fu indicato pochi anni prima che morisse, mentre scendeva da una traballante auto 850, quando ormai era vecchio ed era stato costretto a vendere gran parte dei terreni della Fattoria di Vegi, incapace, come tanti altri vecchi proprietari, a condurre con metodi moderni l'azienda dopo l'esodo dei contadini. Non aveva più la grinta del giovane Chiostri che comandava a bacchetta e con durezza i mezzadri, in questo assai diverso dall'atteggiamento paternalistico di tanti altri proprietari.
Un esempio. Il Chiostri aveva in grande simpatia il capoccia della famiglia Cecchi che si faceva in quattro per piacere al padrone. Allora i contadini coltivavano un piccolo orto per produrre insalata, cavoli, fagioli in erba, eccetera, per il consumo familiare. Queste produzioni non venivano divise con il padrone perché era praticamente impossibile a causa della loro piccola quantità e della loro raccolta quasi giornaliera. Il Chiostri consentiva l'orto (e non poteva fare altrimenti data la consuetudine), ma imponeva che il terreno fosse lavorato con la zappa e non con le vacche che erano di sua proprietà. Lo faceva per una questione di principio perché, in fondo, l'uso delle vacche nell'orto comportava per lui aggravi di costo di trascurabile entità. In questo la mia famiglia era avvantaggiata poiché il prete-padrone consentiva l'uso delle vacche per lavorare la terra del nostro orto, anche perché si contraccambiava lavorando con le vacche anche il suo orto.
Il vecchio Cecchi, fidando dei suoi buoni rapporti con il padrone, cercò di colorare l'orto con le vacche. Aveva appena cominciato che arrivò il Chiostri. Il contadino appena lo vide salutò, come era sua abitudine, con: "signor padrone illustrissimo, felice signoria". Ma quel giorno il Chiostri infuriato rispose: "A me tu m'hai a lustrare questo paio di palle, vagabondo, zappa l'orto". Al Cecchi gli toccò staccare le vacche e zappare l'orto.
Questa storia mi è stata raccontata non dal vecchio Cecchi, che se ne vergognava, ma dai suoi figlioli che non erano d'accordo con gli atteggiamenti servili del babbo, pur amandolo perché era un uomo che per la famiglia era disposto a qualsiasi sacrificio e, del resto era per il bene della famiglia che era disposto a dire cento volte"padrone illustrissimo, felice signoria".
I rapporti della mia famiglia con Don Silvio Arancini erano abbastanza buoni, anche perché il prete era più ragionevole del Chiostri. Ma il prete era una specie di usufruttuario del podere e perciò non aveva alcun interesse e nemmeno la possibilità di fare nuovi investimenti, o anche solo di pensare alla normale manutenzione della casa; in più, a differenza del Chiostri, non s'intendeva di agricoltura e avendo un solo podere cercava di ottenere tutto da questo: era insomma un padrone povero.
Non dappertutto era così perché c'erano delle chiese ricche, con molti poderi. Quando ci trasferimmo a mezzadria alla Pieve di Santa Maria Novella (a Radda in Chianti), di nuovo contadino del prete (il mio destino è stato per tanti anni legato alle parrocchie), c'era una vera e propria Fattoria con sette poderi e un fattore che amministrava.
A San Quirico invece Don Silvio utilizzava una parte del suo tantissimo tempo libero per esercitare su di noi una strette sorveglianza al fine di impedirci di sottrarre un po' della sua parte dei raccolti, così come era consuetudine di moltri mezzadri verso qualsiasi padrone. Ma non sempre ci riusciva perché noi (e non solo noi) eravamo in questo più furbi dello stesso prete (e i preti si dice siano più furbi del diavolo). Tuttavia il controllo era assillante e noioso il che dava pienamente ragione al detto "l'ombra del noce e l'ombra del padrone sono due ombre birbone". Ci si divertiva giocando d'astuzia e anche rivolgendo al prete, tutte le volte che ne avevamo l'occasione frizzatine e punzecchiature che lui sopportava con cristiana rassegnazione; solo di rado cercava di rispondere per le rime, ma erano rime più o meno stonate. Vi era però chi a punzecchiare il prete era più bravo di noi. Sentite questa. C'era un calzolaio girovago chiamato con il soprannome di Cinque e Sei; veniva da una famiglia benestante che aveva un negozio di calzature nel Valdarno, ma lui aveva preferito girovagare, mangiando e dimorando presso le famiglie dei contadini ai quali faceva o risolava le scarpe.. Non era il solo a fare quel mestiere perché allora s'incontravano parecchi calzolai girovaghi. Ma Cinque e Sei non brillava per la sua voglia di lavorare: una volta a un contadino fece una scarpa e tornò a fare l'altra dopo quattro anni. Si dichiarava anarchico e la sua specialità era quella di sbeffeggiare i preti e la religione, ma lo faceva con tanto garbo che veniva ospitato, oltre che dai contadini, addirittura nelle canoniche, forse perché i preti nutrivano la segreta speranza di convertirlo.
Una volta arrivò in cantina mentre si svinava e il prete divideva i barili di vino; aveva già indossato il grembiale da calzolaio che chiamavano "la pannetta" (mi pare che questo nome sia stato perduto con la scomparsa dei calzolai girovaghi e artigiani). Don Silvio quando lo vide esclamò a presa di giro: "Guarda Cinque e Sei, stamattina han proprio voglia di lavorare, perché si è già messo al pannetta". Ma Cinque e Sei, pronto, rispose :"Il meglio è fare come te (dava del tu anche ai preti), stare a contare le gocciole di sudore del contadino.
Ho già detto che i nostri rapporti con Don Silvio erano in sostanza buoni. Ma spesso era diffidente verso di noi e bisognava domarlo. Una volta si mise in testa che si consumava troppo ramato, cioè troppo solfato di rame, che allora era il prodotto che sciolto nell'acqua serviva per i trattamenti contro la peronospora, la terribile malattia della vite. I trattamenti si facevano con una pompa a spalla che pesava 40 chili e camminare fra le zolle dalla mattina alla sera con quell'aggeggio era faticosissimo e oggi pochi riuscirebbero a farlo. Così, pensando che ci fosse dello sperpero del prodotto o addirittura che si vendesse ad altri il rame, decise di consegnarci 4 chili per volta invece di tutta la balla del solfato. Allora mio nonno mise a bestemmiare sottovoce contro il prete-padrone e a dire "a chi lo venderò il ramato se lo devo comprare anch'io?. Mio zio rispose: "non bestemmiate, a far cambiare opinione al prete ci penso io". La prima razione di 4 chili andò a chiederlo quando vide alla finestra il prete che stava pranzando e il prete fu costretto ad alzarsi, andare nella stanza dove teneva il ramato, prenderlo e pesarne 4 chili; la seconda volta ci andò la mattina dopo mentre Don Silvio faceva colazione e la terza ci ritornò quando pranzava con alcuni ospiti. Allora il prete, stanco, disse: "fammi il piacere, prendi la balla del ramato e non farti pù vedere".
Strano può essere giudicato quest'altro fatto. La Chiesa di San Quirico non aveva in proprietà un bosco adatto a ricavare i pali per i sostegni delle viti; una bella palina di cipressi l'aveva invece la vicina parrocchia di S. Agnese. Quando c'era bisogno di pali Don Silvio diceva "andate a prenderli nella cipresseta di Sant'Agnese". Per un p' i miei uomini ci andavano, ma poi pensarono che c'era da esser presi per ladri, mentre Don Silvio, che pure beneficiava del taglio sul bosco altrui, non avrebbe avuto alcun danno. Così dissero al prete "noi ci andiamo, ma la ci viene anche Lei". Don Silvio accettò e fece il palo per rubare i pali, stava cioè attento che non arrivasse l'altro prete mentre mio padre e mio zio tagliavano le piante.
In fondo in fondo era però un buon uomo, anche se una parte dei popolani lo giudicava male per via delle donne. Negli anni in cui la mia famiglia era con lui a mezzadria non era più giovane, ma ancora un bell'uomo. Con lui viveva come serva una donna di 30-35 anni e nel popolo non mancavano le chiacchiere. Un giorno per curare la sua salute, così almeno diceva lui, la mandò al mare a sue spese e la donna ne fu felice perché era cosa per lei eccezionale, e manifestò tutta la sua gioia a mia madre e alle mie zie, con le quali aveva amicizia e confidenza. Era da poco partita che arrivò in canonica, in sua sostituzione, una signora bionda con la figlia che aveva la mia età.
Ma dopo un mese, al ritorno, la serva scoprì che era stata sostituita da una bella signora: il vetturale che la sera la portò dalla stazione di Poggibonsi a San Quirico aveva fatto, al mattino, il viaggio inverso con la signora bionda, "cugina" di Don Silvio, e lo disse senza malizia. Arrivata a casa, disperata, si mise a letto dicendo di sentirsi male.
Per il giorno dopo Don Silvio aveva invitato i contadini al pranzo annuale in segno di riconoscenza per la decima alla Chiesa, che consisteva nell'offerta, da parte dei contadini della parrocchia, di uno staio di grano. Oggi il parroco non avrebbe nessuna convenienza a uno scambio del genere, perché con uno staio di grano (circa 20 chili per un valore attuale di 4.000 lire), non si coprirebbe il costo di un pranzo; ma allora con uno staio di grano si potevano pagare diversi pranzi e il parroco teneva a fare buona figura con i parrocchiani e preparava tutto con cura e abbondanza.
La malattia della serva lo mise quindi in grave difficoltà; chiese l'aiuto di mia madre ma dovette anche lui stesso lavorare tutta la notte a spennare e pulire i polli a preparare crostini e tutto l'occorrente per un pranzo di una cinquantina di persone. Se la cavò abbastanza bene perché il pranzo non fu da meno degli altri anni. Ma la Rosina se ne andò e tornò la signora con la bambina.
Anche questa signora si confidava con mia madre e con le mie zie e raccontava che in gioventù belli come Don Silvio, tenente cappellano nella guerra 1915-18, non c'era nessuno e lei era stata follemente innamorata di lui, ma non diceva se era stata corrisposta. Corrisposta lo era però allora. Un vecchio zio di Don Silvio, che capitava in canonica e che parlava da solo a voce alta, brontolava spesso contro la signora: "brutta troia, è andata a letto con lui". Ma i popolani se la rifacevano con Don Silvio, e qualcuno scrisse con il carbone sui tabernacoli della Via Crucis fuori della Chiesa: prete maiale. Mio padre e mio zio furono spediti da Don Silvio a cancellare le scritte.
Naturalmente tutti questi fatti li ho sentiti raccontare dai miei genitori, perché ero allora troppo piccolo per averli capiti e poi per ricordarmeli. Ricordo invece bene la mia vita di bambino, che non era meno felice di quella della piccola Nicchia che è descritta tanto bene nel suo diario. Fortunatamente la felicità dei bambini non dipende dalla ricchezza dei genitori, anzi spesso è proprio il contrario. E la mia felicità dipendeva dai caratteri della campagna, di San Quirico e di Vegi, che sembrava fatta a posta per la vita libera dei ragazzi, ma derivava soprattutto dalla mia vita in famiglia, che credo non fosse diversa da quella di quasi tutti i bambini dei contadini. Qui faccio riferimento fino all'età di sei anni o poco più, perché poi per noi contadini le cose cambiavano, più o meno, in peggio: arrivava prestissimo il lavoro e la scuola era una sofferenza. Per Nicchia e le sue sorelle e fratelli, intendo fratelli di ceto sociale, la vita felice poteva durare ancora, anche se non saprei dire quanto.
La mia famiglia era composta di 9 persone; i due nonni ancora giovani, uno zio e una zia (un giovanotto e una ragazza) orfani del padre, che era morto nella guerra 1915-18, e della madre, morta anche lei poco dopo di spagnola, e dei quali mio padre era tutore. Per tre anni, quanti ce ne occorrono con mia sorella, rimasi l'unico bambino della famiglia ed ero coccolato da tutti. Era quindi naturale che non vedessi con simpatia l'arrivo di persone estranee alla famiglia, come i fidanzati.
La prima che si fidanzò fu mia zia e io fui costretto a stare nel mezzo alle due seggiole dei fidanzati e questa era una delle poche cose di cui avrei fatto volentieri a meno. Perché allora nelle case dei contadini i fidanzati facevano, come si diceva, "all'amore a seggiola", cioè si mettevano seduti, in cucina o in salotto, l'uno accanto all'altro, ma fra le due sedie ne venivano messe un'altra sulla quale sedeva un bambino. Con questo i parenti pensavano di poter evitare effusioni e rapporti pre-matrimoniali, ma si trattava di una forma di ipocrisia perché tutti sapevano che, nelle condizioni di lavoro in campagna degli uomini e delle donne, se i fidanzati lo volevano potevano incontrarsi, senza occhi indiscreti, nei campi e nei boschi. E questo spiega come, nonostante l'amore a seggiola, fossero non pochi i casi di ragazze che si sposavano incinte.
Poi un giorno mi dissero che sarebbe arrivata la fidanzata dello zio. Allora era sempre il fidanzato che andava a fare all'amore in casa della promessa sposa, ma la ragazza, a un certo punto del fidanzamento, si recava dalla famiglia di lui per fare la "conoscenza". Questo succedeva quando la ragazza non era già conosciuta perché dello stesso "popolo", in seguito venivano, sempre per fare la conoscenza i genitori di lei e tutto si festeggiava con un bel pranzo.
La fidanzata di mi zio non era del nostro popolo ed io mi misi ad aspettarla seduto sul muricciolo dell'aia per molte ore; poi finalmente, quando vidi arrivare una ragazza non conosciuta, gridai con tutto il fiato che avevo in gola: "eccola, l'arriva, la c'è". Lei ancora mi racconta e ripete, senza paura di venirmi a noia, che quando sentì quei gridi divenne rossa rossa dalla vergogna, anche perché la visita alla casa del fidanzato l'aveva messa in soggezione e, come succedeva a tutte le ragazze contadine del tempo, era agitata da molte preoccupazioni ed interrogativi: come sarebbe stata accolta da sposa in quella casa? Si sarebbe trovata bene con la suocera e le cognate? Io, come già era accaduto con il fidanzato di mia zia, accolsi la nuova venuta con molto rumore, ma anche con diffidenza e con il timore infondato di essere comandato a stare nel mezzo alle due sedie dei fidanzati (non sapevo che l'amore a seggiola si faceva sempre a casa di lei).
Avevo in quel tempo meno di cinque anni, ma ricordo anche cose di quando ero piccolissimo e avevo 20 mesi e poppavo ancora il latte materno; allora le mamme allattavano al seno fin tanto che avevano latte e mia madre ne aveva in abbondanza, anche perché per averlo mangiava speciali farinate, cioè farina di grano cotta con olio di oliva e altri ingredienti. Mia madre d'estate usciva presto, verso le quattro o le cinque per andare al lavoro nei campi e tornava a casa verso le nove. Io l'aspettavo, gli portavo una sedia e gli dicevo; "giù mamma", il che voleva dire mettiti seduta per allattarmi.

MARCO - So che tu hai buona memoria, ma mi sembra impossibile che ricordi i tuoi comportamenti ad un'età inferiore ai due anni. Probabilmente l'hai sentito raccontare, così come altre cose che tu ci hai detto, da tua madre o da altri.

MARCELLO - Si è vero, la mia mamma non passa un anno senza ripetere a me e ad altri che mi ha allattato fin quando camminavo speditamente ed ero in grado di spostare agevolmente le sedie. Però a me sembrava veramente di ricordarmi, ma non so se è suggestione, i miei movimenti e anche quei discorsi. Certo è che la mia prima infanzia la ricordo felice e piena di tanti piccoli ma lieti fatti che mi sono rimasti impressi nella mente.
Poi arrivarono le disgrazie, quelle disgrazie che buttavano a terra le famiglie contadine. In meno di dodici mesi morirono il nonno, la nonna e lo zio. I nonni non erano ancora vecchi e fin tanto che non furono malati (la malattia del nonno fu lunga) avevano lavorato nel podere; mio zio morì a trent'anni, in pochi giorni, di polmonite quando si era sposato e aveva avuto da poco un figlio maschio.
Io volevo molto bene a mio nonno e a mio zio, un po' meno alla nonna, e anche se non capii molto della morte e no provai il dolore degli adulti, ebbi l'impressione dal comportamento dei miei genitori e degli altri familiari che qualcosa era cambiato e anch'io ne soffrivo.
Poco prima di quelle morti avevano lasciato la famiglia i due cugini orfani, che si erano sposati. E poiché avevano la pensione di guerra, che mio padre non aveva mai speso nonostante le modeste condizioni della famiglia, poterono mettere su casa da soli con quei soldi.
La composizione della famiglia venne perciò profondamente cambiata nel numero e nelle forze lavorative più valide e passò da tre uomini a un uomo solo: mio padre. Non fu più possibile rimanere a San Quirico, podere troppo grande per le nostre ridotte forze. Don Silvio avrebbe potuto mandarci la disdetta poiché il podere, lavorato da poche braccia, gli avrebbe fruttato molto meno. Non lo fece forse perché in fondo non era un cattivo uomo. Ma mio padre si rese ben conto della situazione e cercò un podere adatto alle poche forze della famiglia: non c'era molto da scegliere e fu una fortuna ottenere (da un proprietario ex fattore della Fattoria di Castelvecchi) il piccolo podere La Balza, nel comune di Radda in Chianti.
Mentre a San Quirico si produceva 50 sacchi di grano, 200 barili di vino e 3 quintali di olio, a la Balza si producevano, lavorando sodo, 30 sacchi di grano, 100 barili di vino, l'olio per il consumo della famiglia, qualche maiale allevato con le ghiande del bosco e il formaggio, la lana e la carne di 12 pecore.
Con quelle produzioni, che dovevano essere divise con il proprietario, era già tanto che la nostra piccola famiglia riusciva a sfamarsi. Nulla rimaneva per comprare e pagare.
Ma la nostra disgrazia fu che le non brevi malattie del nonno e della nonna (lo zio se ne era andato in pochi giorni) avevano costretto il babbo a indebitarsi con il farmacista e il medico di Castellina e anche con il calzolaio e con un paio di bottegai, perché gli acconti dati per le medicine e per le visite mediche avevano fatto ritardare tutti i nostri pagamenti.
Un debito ancora più grosso l'avevamo con il prete-padrone per via del crollo, nei primi anni Trenta, dei prezzi del bestiame che avevamo a stima cn il padrone. Ma quel debito non l'abbiamo pagato: quando Don Silvio tentò timidamente di chiedere i denari, mio padre rispose "ma vuole andare proprio all'inferno?" E quelle parole avevano doppio senso.
Il farmacista invece volle essere pagato e alla svelta. Fece scrivere una lettera da un avvocato e mio padre, che non aveva paura del diavolo, fu intimorito dalle parole che vi erano scritte e che si era fatto leggere perché era analfabeta. Si raccomandò al nuovo padrone che, per fargli guadagnare i soldi necessari a pagare quello e altri debiti, lo fece lavorare, in aggiunta alle normali faccende del podere, a scassare a mano con il piccone un appezzamento di terreno per piantare una vigna.
La Balza è in un posto aspro e selvaggio e anche solitario e quindi molto differente da San Quirico. Ma io mi adattai rapidamente al nuovo ambiente, che del resto per i Vanni non era nuovo perché dall'archivio comunale di Radda risulta che arrivarono in quei posti, e precisamente al podere Vallisola, nel 1707 provenendo dal Casentino dove facevano i carbonai. La lunga presenza dei Vanni nella zona è del resto testimoniata da nomi di posti; il Campo del Vanni, la girata del Vanni, l'orto del Vanni.


Arrivederci alla prossima storia....Commenti sono sempre graditi:-)


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Ultimo aggiornamento 28/08/02- Pagine web a cura di Luca Robustelli
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