"IL NOSTRO IMPEGNO PER LA TUTELA DELLE TRADIZIONI POPOLARI CHIANTIGIANE"

"Veglie a Porcignano" di Reginaldo Cianferoni, premio Pozzale per la narrativa 1986, illustrato da Mino Maccari.

Sorry only italian text

Babel FishTranslate

Indice

Last update 22/02/02

10. Vita nella comunità

MARCELLO - La vita del contadino si svolgeva in gran parte in seno alla famiglia e al parentado, ma erano assi intensi gli incontri e le relazioni anche con le famiglie contadine vicine a causa dei normali rapporti di lavoro, dello scambio dei prodotti e degli arnesi e, ancor più, delle manifestazioni di carattere religioso e ricreativo.

La veglia costituiva l’occasione d’incontro più frequente e d’inverno aveva luogo intorno al focolare mentre nelle altre stagioni avveniva in locali adatti anche al ballo.

In tutte le famiglie contadine si svolgevano veglie, ma erano le famiglie più ospitali a organizzarle più spesso. Molto importante era l’ubicazione della casa e l’esistenza, per le veglie d’inverno, di un focolare con una buona canna fumaria che impedisse al fumo di invadere La cucina.

Qualche volta le veglie erano fissate in anticipo, ma più spesso si decideva di andare in quella o quell’altra casa senza dare preavviso, dove si arrivava però sempre sicuri di una buona accoglienza.

Nelle veglie intorno al focolare c’erano sempre uno o più narratori e poiché lo scopo era quello di passare qualche ora in allegria era d’obbligo che i racconti fossero divertenti; spesso si parlava degli avvenimenti locali e qualche volta di quelli generali, di carattere politico, sui quali si accendevano anche discussioni più o meno animate.

Credo di non esagerare affermando che è soprattutto nelle veglie che si formavano le opinioni politiche e sociali; a causa poi delle comuni esperienze e dell’omogeneità culturale e sociale si arrivava sempre ad una comune valutazione dei fatti, valutazioni talvolta fuorviate dalle informazioni inesatte e incomplete che si avevano.

Alla conversazione partecipavano un po’ tutti, specialmente quando l’oggetto era poco impegnativo, ma c’era sempre chi riusciva a tenere banco. Non erano però sempre le medesime persone perché raccontava di più chi in quella serata era più in vena. E la vena cambiava facilmente secondo il tirare il vento.

ANNITA - A differenza di queste vegli in cui sei tu che tieni sempre banco con qualsiasi vento e anche se non sei in vena.

MARCELLO - Molti dei miei racconti sono ripresi da quelle veglie e qui non c’è nessuno che abbia in proposito un’esperienza uguale alla mia.

Nei racconti era preso di mira qualche personaggio reale sul quale però- specialmente quando non era presente - si ricamava abbondantemente, sempre per far ridere.

Un personaggio che, per parecchio tempo, fu al centro di quei racconti fu il Chiantino che sembra abitasse vicino a Radda in un podere chiamato Caparsino. Non so se questo fosse il soprannome o la trasposizione al maschile singolare del cognome Chiantini, ma probabilmente si trattava di un soprannome, imposto a proposito perché questo Chiantino ben rappresentava i contadini chiantigiani; poiché dubito della nostra capacità di “autoironia” penso che l’invenzione del soprannome, e anche la caricatura delle sue gesta, siano partite da altri lidi, ad esempio dal Valdarno, per poi arrivare fino a noi. Perché c’era, senza volerlo, una specie di catena: qualcuno partecipava alle vegli dei contadini di Montevarchi, ma anche a quelle del vicino comune di Caviglia; qualche altro arrivava da caviglia a Badia Montemuro e così via, fino ad arrivare, con anelli fatte da persone differenti, a Santa Maria Novella e a Radda.

Sentite questa. Il Chiantino un giorno partì dal Chianti per andare a comprare una vacca a Montevarchi. Allora il viaggio si faceva a piedi e a percorrere una ventina o po co più di chilometri ci si metteva più tempo che per andare a Roma oggi. Bisognava quindi mangiare e dormire dalla sora Beppa. Io non ci ho Mai dormito o mangiato, ma so bene dove era perché mi fu indicata più volte da chi mi accompagnava, come si fa oggi copi turisti per un famoso monumento:

- Guarda, quella è la trattoria della sora Beppa.

Era la locanda in cui si ritrovavano sensali, compratori e venditori di bestiame che, per la notte, potevano chiedere una coperta - che nel linguaggio di allora significava una prostituta - che la sora Beppa aveva convenzionato in esclusiva per i suoi clienti.

C’erano contadini del Chianti che capitavano spesso dalla sora Beppa, non per la coperta, ma perché facevano il cosiddetto “rigiro” del bestiame: cioè compravano e vendevano il bestiame non per la necessità del podere, ma per far tesoro della loro presunta capacità di vendere e comprare meglio degli altri. Ma si trattava di un’illusione perché il maggior ricavo della vendita rispetto al prezzo di acquisto, che loro vantavano, veniva assorbito e anche sopravanzato dal tempo perso, dalle spese e dai compensi ai sensali, gli unici sicuramente a trarre guadagno dal “rigiro”.

Dei sensali era comunque meglio non fare a meno perché avevano tutte le informazioni sul bestiame disponibile e sui prezzi correnti. Il Chiantino però, dopo aver bevuto abbondantemente e aver lanciato indulti contro i sensali sfruttatori dei contadini imbecilli, ne volle fare a meno e si fece indicare una stalla dove poter comprare la vacca che gli bisognava. Non so se di proposito da parte di uno dei sensali insultati o per errore di un comune mortale, fu però indirizzato a una stalla dove, anziché una vacca, c’era in vendita una ciuca bianca. Briaco com’era non s’accorse di nulla e dopo estenuanti trattative comprò la ciuca credendo di aver comprato una vacca. Al Chiantino sembrò di aver fatto un buon affare perché aveva risparmiato la mediazione del sensale e perché giudicò molto conveniente il prezzo e lo sarebbe stato davvero se si fosse trattato di una vacca, trattandosi di una ciuca il prezzo era invece salato, e non di poco.

Il Chiantino se ne tornò, così soddisfatto, a dormire dalla sora Beppa, senza coperta. La mattina, quando i fumi dell’alcool erano ormai svaniti, tornò alla stalla per prendere la vacca e ci trovò la ciuca bianca. Questionò e cavillò per ore, ma non ci fu nulla da fare: testimoni oculari assicurarono, senza ombra di dubbio, che aveva comprato la ciuca e dovette portarsela a casa.

Nel Valdarno, su questa storia, ci fecero una poesia in ottava rima che concludeva così:

Guarda i’ che succede allo scimunito

A on guardare le corna e fare il partito

Il Chiantino tornò a casa con la ciuca, con il vantaggio almeno di poterci salire in groppa e non fare il viaggio a piedi. Ma a casa fu aggredito da tutti i familiari, e in particolare dalla moglie, ormai stanca delle scempiaggini del marito:

- Che ne facciamo della ciuca?

La domanda era pertinente perché nel Chianti i ciuchi non avevano e non hanno cittadinanza, non perché sono ciuchi, ma perché non sono adatti ai pesanti lavori necessari da noi, data l’asprità dei terreni sassosi e declivi.

Il Chiantino si difese egregiamente e disse:

- La rivenderò e ci guadagnerò anche qualche soldo.

Ma l’operazione non era facile, appunto perché nel Chianti i ciuchi non hanno cittadinanza. La ciuca fu poi venduta, ad un prezzo grandemente inferiore a quello dell’acquisto, ad un lavandaio di Grassona, un paese nei dintorni di Firenze dalla parte del Chianti, dove erano fiorenti le lavanderie e dove i ciuchi venivano adoprati per tirare i barrocci per prendere riportare i panni ai clienti di Firenze.

Quest’uomo capitava spesso a Radda per cacciare e rammento perfettamente la sua figura alta e magra e i pantaloni rimboccati alti e le scarpe a stivaletto. Il lavandaio, concluso l’affare, questa volta con l’attiva partecipazione di un mediatore, non fu in grado di ritirare subito la ciuca perché doveva prima vendere il vecchio ciuco che, ormai inabile al lavoro, teneva ancora nella stalla.

Nel frattempo al Chiantino, che aveva tanto penato per trovare il primo compratore, ne capitò un secondo che offrì per la ciuca cento lire in più dell’altro e il Chiantino si affrettò a rivendere la ciuca già venduta.

Quando il lavandaio tornò a prendersi la ciuca e seppe che era stata venduta andò su tutte le furie e al Chiantino, che non aveva rispettato l’accordo concluso, gliene disse di tutti i colori nel bel mezzo del paese di Radda. Poi concluse:

- Non mi rimane ormai che fare ai cazzotti.

E il Chiantino con la sicurezza degli scimuniti:

- Ma io a cazzotti non so fare.

Così finì in un’altra risata generale.

Ma sentite quest’altra, sempre sul Chiantino. Un giorno, con i bovi e il carro e con un suo amico, andò da un contadino per aiutarlo a portare il grano all’aia in cambio di un uguale favore che quel contadino gli aveva fatto qualche giorno prima. Quando il lavoro fu finito si cenò e il Chiantino si prese una sbornia ancora più solenne di quella presa a Montevarchi, ma si sa che il vino del Chianti è molto meglio di quello del Valdarno. Anche l’amico, per non essere da meno, arrivò senza sforzo a un uguale livello di ubriachezza.

La famiglia contadina dalla quale i due si trovavano pensò di rimandarli a casa legati come salami al carro dei bovi. I bovi, senza bisogno di guida, fecero, come è loro abitudine, la strada del ritorno ad una velocità doppia dell’andata. Perché bisogna sapere che i bovi, anche se stanchi del lavoro, vanno molto più in fretta quando si tratta di rientrare alla stalla dove li aspetta il cibo, che non la mattina quando vanno al lavoro nei campi. E non sbagliano la strada nemmeno se l’hanno fatta una volta sola, e chi legò al carro i due briachi queste cose le sapeva bene: si limitò a dire “via” e a seguire con lo sguardo il cammino dei bovi fin tanto che non sparirono dalla vista dietro il poggio.

Quando i bovi arrivarono a casa la moglie del Chiantino li sentì fermarsi di fronte alla stalla, ma non sentì le solite operazioni: il distacco di bovi dal carro, il loro avviamento - uno alla volta - nella stalla, il governo, la salita in casa del marito. Meravigliata, si alzò dal letto, scese nell’aia, vide e capì tutto. Poi fece ciò che avrebbe dovuto fare il Chiantino, ma lasciò di proposito i due uomini, legati e profondamente addormentati, sul carro brontolando:

- Speriamo che i topi gli rosicchino le ossa del capo.

Alle prime luci dell’alba l’amico del Chiantino si svegliò per primo. Sollevò la testa, si guardò intorno e chiamò:

- I’ che c’è, ma che c’è?

- Guarda un pochino: i’ che si fa qui legati al carro?

Il Chiantino si svegliò del tutto, guardò attentamente, cercò di rendersi conto della situazione ma, pur essendo svaniti i fumi del vino, quel che vedeva lo respingeva nel regno irreale di chi è bruscamente e male svegliato. Un dubbio amletico lo assalì:

- Ma lo sai?

- - I’ che, i’ che?

Chiese inquieto l’amico.

- Se siamo noi e s’è perso i boi; però se ‘un siamo noi s’è trovato un carro.

Quand’ero giovane, come gli altri giovani, andavo volentieri alle veglie intorno al focolare, ma ancor più alle veglie in cui si ballava al suono di un’orchestrina di musicanti contadini. Era facile trovare l’orchestrina perché erano tanti quelli che sapevano sonare strumenti musicali, più o meno bene.

La tradizione musicale era antica, anche se non so di quanto, e si trasmetteva nelle famiglie di generazione in generazione. Il nonno aveva insegnato al babbo, il babbo al figliolo e c’erano delle famiglie che la musica l’avevano proprio nel sangue. E del resto la musica ci voleva per ballare e i contadini non potevano davvero cercare musicisti di professione: dovevano fare da sé, così come da sé facevano case e attrezzi e qualcuno anche strumenti musicali. Il regalo che da ragazzo mi piacque di più fu quello di mio zio che costruì per me un piccolo ma ben funzionante clarino.

Molto spesso si ballava al suono della sola filarmonica o di orchestrine formate da pochissimi strumenti. A Vegi c’era una banda musicale in piena regola e una piccola orchestrina destinata alle feste da ballo che era composta da sassofono, cornetta, chitarra, batteria d’accompagnamento e fisarmonica; sonavano musica leggera, ma anche operistica.

Le nuove canzoni s’imparavano alle fiere dove c’era sempre un cantastorie che s’accompagnava con la fisarmonica o con la chitarra. Cantava storie tristi di fatti lontani, ma anche le canzonette in voga delle quali vendeva per qualche centesimo le parole stampate su foglietti colorati. Quando avevo una decina d’anni facevo a gara con gli altri ragazzi a rammentare i motivi. Una delle canzoni che più mi piacque fu “Violino Zigano”, ma il giorno dopo non ricordavo più il motivo e allora mi detti un gran da fare per cercare chi se lo ricordava e poteva insegnarmelo. Avevo sentito dire che c’era un giovanotto che sonava il violino e pensai che di sicuro sapeva anche quella musica. Non lo conoscevo e stava lontano, ma andai a trovarlo insistendo a lungo perché m’insegnasse quella canzone. Me la insegnò, nonostante fosse affaccendato in lavori urgenti, e io il giorno dopo feci mostra agli altri ragazzi del mio estro musicale, ben guardandomi dal dire che ero stato a ripetizione.

Questa tradizione musicale, insieme a molte altre, è andata perduta con l’arrivo della radio, del giradischi e della televisione. Oggi però si sta riprendendo, mi sembra con qualche successo, perché a Radda e a Castellina si sono ricostituite da poco delle bande musicali molto apprezzate. L’iniziativa di Radda è stata del comune che ha messo a disposizione un bravo maestro. Al mio tempo non c’era alcun sostegno, solo la nostra grande passione sorretta dall’incoraggiamento e dall’insegnamento di quelli che già sapevano.

La mia passione per il ballo poi era sfrenata. Cercavo, insieme ad altri giovani, di ballare tutto l’anno, anche in tempo di Quaresima, quando era proibito, e quindi, con molta difficoltà, si riusciva a raccapezzare un’orchestra e delle ragazze disponibili.. Poi durante la guerra, fin tanto che non arrivarono gli alleati, il ballo fu proibito per tutto l’anno, anche durante il carnevale. Ma la banda di giovani della quale facevo parte, tanto giovani da non essere ancora chiamati alle armi, non era d’accordo con quella proibizione, voluta più dai preti che dai fascisti e sulla quale concordavano vecchi, capoccia, e soprattutto chi aveva familiari lontano da casa, in guerra.

Noi avevamo trovato per il ballo la nostra brava giustificazione morale: dobbiamo cercare di divertirci il più possibile - si provava a spiegare a questa gente - perché quando saremo richiamati ci aspettano giorni tristi e se moriremo in guerra nessuno potrà ripagarci dei giorni lieti perduti. Era una filosofia accolta anche da persone anziane, non molte in verità, che anzi ci incitavano dicendoci:

- Divertitevi ragazzi fin tanto che siete in tempo.

Così, con la complicità e, talvolta, la partecipazione di questi - per noi - benpensanti, anche in quel tempo si riuscì a organizzare alcune feste da ballo, che sono rimaste per me memorabili. Una di queste si svolse al podere La Lama, dove c’era un contadino che si chiamava Drea che ci dette la casa non perché fosse un sostenitore del divertimento dei giovani, ché lui non aveva voglia né forze di sostenere nulla, ma perché da quel prestito ritraeva qualche cosa per sfamare meglio i suoi numerosi ragazzi, dato che per l’occasione si portava un po’ di pane e un po’ di castagne per noi e per tutta la famiglia.

L’organizzazione del ballo non fu facile perché non arrivava il musicante con la fisarmonica e perché c’era soltanto un piccolo lume ad acetilene che se era più che sufficiente per ballare, anzi meno luce c’era e meglio si ballava, non lo era affatto per le altre necessità, quale quella di sorvegliare la cottura delle castagne. I piccoli incidenti di piatti rotti o di pentole che traboccavano furono numerosi e interruppero più volte i balli. Eppure per me fu una serata che non dimenticherò mai, nonostante allora fossi un ballerino principiante. Ma con me ballò sempre una ragazza di diversi anni più grande, che era sfollata nel Chianti da una grande città toscana, mi pare Livorno. Non era quindi una contadina, anche se era riuscita a farsi da sé con i ferri da calza una bella maglia di lana delle nostre pecore. Sotto quella ruvida maglia era dolcemente imprigionato un paio di grandi e bellissime poppe e sul quel morbido guanciale riuscivo qualche volta, anche perché ero più piccolo di lei, a far riposare la testa. Una testa che, anche se in posizione di riposo, mi girava forte forte perché quella ragazza era per me la donna più bella del mondo. Ballò sempre con me ed era bravissima. A chi gli chiedeva un ballo, diceva gentile:

- Mi dispiace, mi sono impegnata ad insegnare a ballare bene a Marcello. Io ne ero felice. Non so se lei era altrettanto felice, perché aveva il fidanzato militare e mi sembrò che qualche volta il suo pensiero andasse lontano. Certo è che vedeva e capiva la mia felicità e ne era contenta. Mi diceva:

- Sono una brava maestra, vero Marcello?

rispondevo io.

Il giorno dopo la notizia del ballo organizzato a La Lama arrivò puntualmente agli avversari del ballo in tempo di guerra, con nomi e cognomi dei partecipanti. Lo scandalo maggiore fu che al ballo aveva partecipato, sia pure per poco, il non più giovane Midollini, contadino di Radda. Qualcuno disse:

- Capisco i ragazzi, ma non quel vecchio impenitente del Midollini.

Intanto i due parroci alle cui parrocchie appartenevano i partecipanti al ballo, quello di Santa Maria Novella e quello di Radda, presero le misure punitive previste in tali casi. Il mio parroco non si scomodò tanto e dal pulpito dette un’informazione collettiva:

- Non darò l’acqua benedetta in quelle case in cui i genitori non hanno impedito ai figli di ballare alla Lama.

Ed elencò i nomi. Il proposto di Radda fu più gentile e riservato e mandò i suoi piccoli sacrestani ad avvisare casa per casa. Al Midollini i ragazzi dissero:

- Non c’è bisogno che facciate fare alla vostra donna la pulizia della casa perché il Proposto non vi darà l’acqua benedetta perché avete ballato.

- Sentite bellini - rispose il Midollini - prendetevi questi centesimi e compratevi delle caramelle, ma ricordatevi di dire bene al Proposto queste parole: con l’acqua benedetta che doveva dare a me ci si lavi le palle.

ANNITA - Io ho sempre saputo che il Midollini andava dicendo quelle parole in giro a tutti, ma non che avesse mandato direttamente degli ambasciatori al Proposto per riferirgliele esattamente. Certo il Proposto l’avrà risapute lo stesso.

MARCO - Oltre alle veglie, ai balli, alle feste religiose, c’erano anche altre occasioni d’incontro per i contadini?

MARCELLO - Quelle erano le occasioni più frequenti, ma bisogna aggiungere anche quelle derivanti dalla conclusione dei grandi raccolti, al termine dei quali venivano organizzate vere feste collettive: la trebbiatura del grano, la vendemmia e, nei poderi dell’Alto Chianti, come qui a Porcignano, la raccolta delle castagne.

La trebbiatura, che da noi si faceva a fine luglio e anche in agosto, segnava la fine delle grandi faccende e nei nostri poderi per trebbiare 30-40 quintali di grano ci voleva una mezza giornata di lavoro di 20-30 persone, molte provenienti anche dai poderi vicini. Il lavoro si concludeva con una grande tavolata, sotto la loggia o nell’aia, nella quale anche i mezzadri più poveri cercavano di fornire a i commensali le migliori pietanze. Per la trebbiatura si allevavano apposta polii e tacchini, allora ruspanti, che venivano arrostiti nel forno del pane. Al pranzo erano invitati il fattore, il sottofattore, il guardiacaccia; presso qualche mezzadro di piccoli proprietari partecipava anche il padrone con qualche suo familiare.

Dal Cavaciocchi io e la mia squadra di giovani ci eravamo accorti che a questa gente era assicurato un trattamento speciale: posti riservati in una parte della tavola dove veniva passato il meglio di ogni piatto. Un anno si disse: non è giusto che a questa gente che non ha lavorato siano riservati dei privilegi e si architettò un piano per ristabili5re la giustizia. Quando fu l’ora di andare a tavola ci si lanciò come razzi a occupare quei posti riservati e altri posti strategici della tavola dove arrivavano i piatti migliori e si gridò a gran voce la nostra rivoluzionaria rivendicazione:

- A tavola siamo tutti uguali.

Ci fu qualche momento di incertezza e il timore che venisse rotta l’atmosfera di festa. Il capoccia Cavaciocchi si rivolse al padrone e disse:

- Non se la prenda, son ragazzacci che vanno compatiti.

Il padrone e il fattore dissero:

- Noi non vogliamo nessun privilegio.

E, insieme alle altre persone della fattoria, si distribuirono sparsi nella tavolata. Così, superato il primo momento di imbarazzo, l’allegria non fu inferiore alle altre volte, anzi ci fu chi fece un particolare sforzo perché fosse superiore.

Eravamo in tempo fascista e quello fu il nostro primo, e forse ingenuo, segno di rivolta. Dimostrava però, a mio giudizio, un fatto del tutto nuovo: noi giovani non eravamo più intimoriti, come i nostri genitori e nonni, di fronte ai padroni.

La vendemmia non riuniva a quel tempo tanta gente come la trebbiatura, perché il contadino cercava di farla con la sola manodopera della famiglia; ma chi non ci riusciva veniva aiutato volentieri da chi aveva abbondanza di braccia, con il solo compenso del desinare e della cena.

Il momento conclusivo e più bello del lungo ciclo produttivo della vite non era però la vendemmia ma la svinatura, che di solito avveniva i primi giorni di novembre. C’erano contadini lontani dalla fattoria che facendo la vinificazione in tini del podere e poi portavano alla fattoria metà del vino prodotto, in barili sui carri tirati dai bovi. Il contadino portava con sé una cannuccia per far succhiare il vino dai barili agli amici che incontrava. Erano gli stradini, gli schiacciasassi, i contadini che lavoravano nei campi lungo la strada e, se capitavano in vicinanza del percorso, anche e soprattutto i boscaioli.

STEFANO - E la raccolta delle castagne della quale abbiamo avuto qualche anticipazione con la storiella delle ricciaiole?

MARCELLO - Era un’occasione di fare festa anche quella. Per esempio i contadini di Porcignano andavano alla fiera di Terranova, che cade ai primi di Settembre, e fissavano il lavoro con un certo numero di donne.

MARCO - La fiera di Terranova era, se ho capito, anche un mercato del lavoro delle ricciaiole.

MARCELLO - Non so se la cosa era limitata ai contadini di Porcignano, che conoscevano persone con le quali avevano preso appuntamento alla fiera, magari un anno prima. E una tira l’altra. Del resto non so molto nemmeno sulle feste che si organizzavano intorno alle ricciaiole se non che si vegliava e si ballava e che accorrevano i giovanotti del vicinato.

Qualcuna di quelle ricciaiole valdarnesi ha sposato giovanotti chiantigiani.

Io avevo il mio raggio d’azione da Santa Maria Novella a Volpaia o poco più. Della vita della comunità di Volpaia posso anzi raccontarvi, perché ci stava mio nonno Serafino e perché ci capitavo spesso con gli amici, anche per fare baldoria. Si poteva girare per il paese, cantare e strillare fino a notte alta senza che nessuno brontolasse.

Volpaia, ancora oggi, ha conservato tutti i suoi antichi caratteri medioevali e, per questo, è una delle attrazioni turistiche del Chianti; ma con l’esodo dei vecchi abitanti degli anni Sessanta quasi tutte le abitazioni del paese sono state occupate, come seconde case estive, da fiorentini e anche da gente di altre città. Fino all’esodo Volpaia aveva anche un altro carattere: quello di una comunità rurale, di non più di 130 persone, che conservava, quasi inalterati nel tempo, tradizioni e comportamenti sociali. Dentro le mura del paese avevano sede tre grandi fattorie con il relativo personale, vi abitavano sette famiglie di operai-boscaioli, un fabbro, due bottegai, due falegnami, due muratori, due calzolai, un calzoliaio-norcino, tre proprietari, un cantoniere comunale-spazzino. Fuori delle mura c’erano 16 famiglie mezzadrili e un mugnaio.

Naturalmente non va scordato il parroco - con la solita perpetua - che, al tempo di cui vi parlo, era un ometto di mezza età che aveva una scassata automobile Fiat 505 che riparava in continuazione lui stesso. Ma su quella macchina non tollerava frizzi, perché per lui era ancora efficiente. Se ogni tanto si fermava dipendeva soprattutto dal più che cattivo stato delle strade. Una volta, alla fine di una discesa che dalla Volpaia va alla Pesa, era fermo a riparare la macchina. Passò il mugnaio con la sua ciuca e disse:

- Stamani la non vole andare.

- Che ve ne frega a voi?

Disse il prete.

- Io dicevo della mia ciuca.

Fece l’altro.

Questo parroco era stimato e ben voluto dai parrocchiani e la chiesa, più che da altre parti, era per tutti un punto d’incontro più che un luogo di preghiera. Poi veniva il circolo ricreativo, perché a Volpaia i contadini avevano formato un circolo che era molto frequentato e, in parte, sostituiva le case coloniche delle nostre veglie.

Era un paese in cui l’allegria stava di casa e per fare qualche risata le invenzioni erano continue, a spese sempre di qualcuno che, però, non se ne impermaliva. Una volta o l’altra toccava a tutti, e quindi amici più di prima; il brutto è quando viene preso di mira soltanto un povero diavolo che non ha la capacità di difendersi.

A ripensarci ora si trattava di scherzi piuttosto grossolani che oggi farebbero appena sorridere, ma che a quei tempi erano per noi ragione di grandi risate. Ve ne racconto solo uno dei tanti per darvi l’idea di che cosa si trattasse. Se poi riuscirete anche a divertirvi, tanto meglio.

Il mugnaio Giovanni aveva una ciuca con la quale trasportava a basto due sacchi di farina. Aveva l’abitudine, quando veniva a una delle fattorie di Volpaia, di legare la ciuca a una campanella infissa nel muro e dalle nove del mattino andava a riprenderla la sera alle otto.

Un giorno, mentre io e altri contadini eravamo a far l’olio nel frantoio di fattoria, si vide questa ciuca legata alla solita campanella ma con a basto i due sacchi di farina che Giovanni s’era scordato di scaricare. Erano ormai più di tre ore che quella povera bestia aveva i sacchi in groppa e Giovanni non si vedeva. Qualche contadino del frantoio cominciò a brontolare:

- Ma guarda questo disgraziato, ha lasciato la ciuca carica.

Allora il più volenteroso scaricò la ciuca, appoggiando i sacchi contro il muro. Poi cominciò a vociare:

- Mugnaio, i sacchi sono per terra, portali al chiuso.

Ma il mugnaio non rispondeva. Così un altro contadino propose:

- Nascondiamogli la ciuca!

Dentro al frantoio c’era più di una decina di persone: quattro o cinque che frangevano le proprie olive, tre o quattro che aspettavano il loro turno e altre nella facenti che trovavano comodo stare all’interno del frantoio perché era il locale più caldo di tutta la Volpaia e perché la presenza delle altre persone consentiva un po’ di conversazione durante le soste del lavoro.

La presenza e la disponibilità di tanta manodopera consentì di realizzare un progetto assai originale: portare la ciuca nella soffitta della fattoria, soffitta che fino a pochi giorni prima era stata usata come appassitoio dell’uva per fare il vinsanto e che in quel momento era completamente sgombra.

Gli scalini da salire erano una ventina, con tre pianerottoli, e portare la ciuca in soffitta non fu facile, ma con tutta quella gente fu possibile trasportarla quasi di peso: un uomo stava davanti alla bestia e tirava, altri quattro o cinque la spingevano di dietro.

Tornò il mugnaio, vide i sacchi di farina in terra, li portò al suo posto e poi si rivolse agli uomini del frantoio domandando:

- Dove mi avete nascosto la ciuca?

Nessuna risposta.

- State sicuri che non mi arrabbio, come a voi piacerebbe, tanto la ciuca scapperà fuori.

E fece delle brevi ricerche senza alcun risultato non potendo certo immaginare che la ciuca era in soffitta.

Passarono parecchie ore, si fece notte, nel frantoio il lavoro continuò perché nel pieno della raccolta si frangeva anche di notte, ma la ciuca non sortiva fuori. Verso mezzanotte la ciuca, forse perché affamata, cominciò a ragliare sonoramente e quel raglio che veniva dall’alto si diffuse in tutto il paese come il suono delle campane. Il mugnaio Giovanni scoprì allora agevolmente dov’era il suo animale.

Si presentò però il problema di riportare la ciuca in basso, problema assai difficile perché se la sua salita aveva richiesto solo forza per spingere l’animale e, grazie alla grande partecipazione, ciò non aveva presentato difficoltà, la discesa invece richiedeva l’attiva collaborazione della ciuca a compiere i movimenti necessari. Non fu, né poteva essere, così: l’animale venne trascinato al primo pianerottolo delle scale ma poi non ci fu verso di fargli scendere i gradini: s’impuntava sulle quattro zampe come solo i ciuchi sanno fare: allora si spingeva a tutta forza ma si otteneva soltanto di mandare l’animale a battere contro il muro. Bisognò aguzzare tutto il nostro ingegno e quello del fattore e del guardiacaccia che, sentito quel trambusto, erano accorsi dalla loro vicina abitazione. Questi non riuscirono a trattenere il riso, ma non rinunciarono alla loro parte di saggi e di persone serie e, considerata la nostra fatica e il pericolo di prendere qualche pesante pedata, scossero la testa e commentarono:

- Chi si contenta gode!

Ma saggi non erano gli abitanti di Volpaia, compresi gli uomini di sessanta anni e più, che avevano partecipato alla faticosa impresa e corso tutti i relativi rischi; per me e per loro fu un grande divertimento. Si divertì anche il mugnaio che non mosse un dito, non subì danni e non corse rischi. Poté, con sua legittima soddisfazione, dire agli uomini indaffarati a far scendere la scala alla ciuca:

- Mi diverto a starvi a vedere.

Chi non si divertì fu la povera bestia: lei avrebbe preferito aspettare il ritorno del padrone per liberarsi dell’incomodo peso dei due sacchi di farina.

La nota è triste ma bisogna ricordare che, mentre ci si divertiva così innocentemente, c’era chi preparava la guerra e di lì a qualche anno il mugnaio morì, insieme alla figlia e al genero, colpiti da una cannonata.

Va anche rammentato che gli uomini di Volpaia, detti anche Colpetti, erano sempliciotti che sapevano ridere e divertirsi con poco, ma sapevano anche fare a gara per assistere agli animali del paese e, per quanto poveri, sapevano aiutare concretamente chi si trovava in difficoltà. Ricordo quanto hanno fatto tutti per una ragazza ammalata di cancro e per i suoi familiari che si trovavano in grandi ristrettezze. Ma forse, più dell’aiuto materiale, valeva la spontanea e viva partecipazione ai dolori e alle gioie dei singoli membri della comunità. Sembrava un’unica famiglia.

ZIA GIOCONDA - In questo non eravamo da meno a Santa Maria Novella e non lo erano in altri popoli, anche se la gente non era riunita come a Volpaia, ma sparsa in case lontane l’una dall’altra.

Ricordo che c’era una giovane sposa di nome Ida che stava agli Assilli; partorì una bambina, ma fu colpita da un’infezione che allora era assai frequente fra le puerpere. La sposina aveva bisogno di assistenza anche di notte e la malattia durò a lungo. Eravamo nell’inverno del 1929. Da Santa Maria Novella, per aiutare l’Ida, partivano tutte le sere, verso le dieci, dei giovanotti che, per recarsi al podere degli Assilli, percorrevano a piedi cinque o sei chilometri. Fu un inverno freddo e brutto e venne tanta neve, ma nessuno, seppure stanco, si tirò indietro. Tornavano a casa la mattina, si riposavano un po’ e poi riprendevano i lavori che erano possibili in quella cattiva stagione. La famiglia, senza quell’aiuto, non avrebbe potuto prestare alla sposina tutta l’assistenza di cui aveva bisogno. Ida morì e morì anche la bambina, che era stata data a balia; purtroppo allora a seguito del parto morivano tante donne. Ricordo che alcuni di quei giovanotti che avevano assistito la povera Ida non ebbero alcun ritegno a piangere la sua morte.

MARCELLO - Quello che tu dici non Era un caso particolare perché quel tipo di assistenza era diffusissimo e spontaneo; di poco comune c’è soltanto la contemporanea presenza di una giovane sposa, di giovanottoni e della neve. Per questo si rammenta meglio un fatto del genere; ma tante persone anziane, che non si ricordano più, sono state assistite a turno dai vicini senza alcuna sosta o distrazione. Allora i contadini non avevano assistenza pubblica e se la dovevano fare attraverso il reciproco soccorso.. Voglio dire che tanto dipendeva dal buon cuore, dalla vivissima pietà per chi soffriva, ma anche dalla coscienza che nessuno poteva essere sicuro di non aver bisogno dell’aiuto dell’altro. E questo era detto da tutti chiaramente e ripetutamente. Quando qualcuno ringraziava per l’aiuto ricevuto la risposta era sempre la stessa tanto che, se non fosse stata sincera, si poteva definire una formula convenzionale:

- Non dite nulla, anch’io potrò aver bisogno.

MARCO - Sono perfettamente d’accordo. Rimane il fatto che quel mondo era, almeno per questi aspetti, migliore di quello attuale nel quale la pur ricca assistenza pubblica non riesce e non può riuscire a sostituire la solidarietà umana. Tanta gente, magari materialmente ben assistita, muore sola come un cane. A quanto ho capito e a quanto so questo nelle comunità contadine, e non solo nel Chianti, non accadeva a nessuno. Accadeva invece che mancasse l’assistenza medica, anche quella che, in quel tempo, non era difficile assicurare. Per quanto ho letto - io non posso avere ricordi diretti - molti contadini sostituivano i medici e le medicine con gli stregoni e le erbe medicamentose. Di queste ultime c’è una giusta rivalutazione, ma agli stregoni non mi pare si debba più credere anche se sembra che recentemente siano tornati di moda.

MARCELLO - Per lo meno al mio tempo nel Chianti non si ricorreva agli stregoni; si faceva anzi ogni sacrificio per assicurare agli ammalati i medici e le medicine necessarie; solo quando la medicina si dichiarava impotente c’era chi si rivolgeva a quelli che noi si chiamava i “medici grilli”. Semmai molti contadini avevano paura del ricovero all’ospedale e vi ricorrevano quando proprio non era possibile farne a meno, anche perché di solito non erano in grado di pagare la retta. I comuni non vi provvedevano perché i contadini non figuravano nelle liste dei poveri!

MARCO - E le cifre che venivano stanziate per l’assistenza dai comuni, quasi tutti in mano ai liberali, erano molto piccole.

MARCELLO - Tanti contadini preferivano morire nel loro letto, pur sapendo che il ricovero in ospedale avrebbe potuto, quanto meno per un po’, allontanare la morte. Mi pare che questo comportamento sia del tutto comprensibile e forse anche giusto. A quei tempi avrei fatto così anch’io.

Piuttosto se non alle streghe e agli stregoni molti credevano agli spiriti o spettri o, come si dice oggi, ai fantasmi.

ANNITA - Il fatto è che nelle veglie, nelle quali normalmente vi era tanta allegria, correvano i brividi della paura non appena il discorso scivolava sugli spiriti

STEFANO - Forse c’era qualcuno che ci si divertiva con i brividi, come oggi c’è chi si diverte con i film dell’orrore.

MARCELLO - Fra i due casi c’è però una grossa differenza: gli spettatori dei film dell’orrore sanno che quello che vedono sullo schermo non è vero; invece tanti degli ascoltatori delle veglie credevano veri i racconti sui fantasmi. Ci s’impauriva l’un l’altro: uno raccontava di aver visto vagare lo spirito di un prete morto, l’altro di aver incontrato uno spirito sotto le sembianze di un uomo senza testa e così via. E ognuno si impauriva con il proprio racconto e, ancor più, con quelli degli altri. C’era chi non ci credeva e non si lasciava impaurire. Ma specialmente per i ragazzi la suggestione era grande.

ANNITA - Io da bambina e da giovanetta mi sono spaventata parecchie volte. La prima volta al Molino di Selvose dove dicevano che “ci si vedeva”, si vedevano cioè gli spiriti. Io e mia sorella Giovanna eravamo state ad accompagnare la maestra alla corriera e avevamo fatto buio per strada. Arrivate al Molino si sentì uno strano rumore: “shhh, shhh” e si vide nel campo un lumicino che si moveva. Io e Giovanna si cacciò un urlo insieme. Allora si sentì una voce sconosciuta chiamarci:

- Annita, Giovanna, non abbiate paura, sono Pietro.

Era Pietro che andava a caccia della lepre, di frodo, e aveva fatto il segnale “shhh, shhh” per avvertirci di stare zitte e non fare rumore per non far scappare la lepre.

MARCELLO - Un’altra volta io e il mio babbo siamo stati scambiati da Annita e da sua cugina Cisa per tenebrosi spiriti. Loro erano andate sul far di notte a riprendere i polli rimasti in mezzo al campo e li avevano messi in due ceste; poi si erano incamminate con le ceste verso casa. Dalla parte opposta arrivammo io e il mio babbo con mezzo sacco di farina ciascuno, di ritorno al mulino; si parlava tranquillamente.

ANNITA - Si sentì parlare, ma ci sembrò che le parole arrivassero da lontano, dai campi del Castello. Improvvisamente sentii invece prendermi di mano la cesta con i polli.

MARCELLO - Ero io che, per cavalleria, avevo preso la cesta. Lei e la cugina, come se fossero state colpite da una forza misteriosa, lasciarono cascare a terra l’altra cesta e via di gran corsa verso casa. Io mi misi a chiamare Annita e Cisa con tutto il fiato che avevo in corpo, ma loro - prese dalla paura - continuarono a correre. Soltanto a casa fu possibile chiarire tutto.

ANNITA - Gli avevamo creduti degli spiriti. Proprio la sera avanti qualcuno a veglia ci aveva suggestionato con delle storie di spettri.

MARCELLO - E’ capitato anche a me e ero già grandicello. Andavo in bicicletta e avevo preso una scorciatoia. Arrivai a un ponte dove dicevano che ci si vedeva un prete morto che faceva brutti scherzi ai vivi. Pensavo a questo e mi dicevo: “non è vero, è tutta fantasia” quando la bicicletta mi si bloccò di colpo senza un’apparente ragione e ruzzolai per terra; lasciai la bicicletta in terra senza nemmeno guardarla e via a gambe levate verso casa, che non era vicina. Si trattò di una corsa più lunga e affannosa di quella che avevano fatto Annita e Cisa. Solo il giorno dopo andai a riprendere la bicicletta e mi accorsi che era stata bloccata da una ragione naturale: un paletto che era andato a finire fra i raggi della ruota di dietro.

Questi fatti - ma ve ne potrei raccontare tanti altri - avrebbero dovuto farci capire che gli spiriti maligni non esistevano. Ma si ragionava così: quegli incidenti erano dovuti alla nostra paura, ma potevano capitarci fantasmi veri, così come erano capitati a Giustino, a Poldo e ad Anna.

Ben nota a tutti era, del resto, l’esistenza di falsi fantasmi, di persone cioè che si travestivano da spettri per far paura alla gente. Ma si sa che i falsi sono possibili solo se esistono anche i veri per cui i relativi racconti non scalfivano per nulla la nostra superstizione. Si raccontava, per esempio, che un operaio di Panzano era morto di paura perché alcuni giovani, per una loro vendetta, si erano coperti con dei lenzuoli e l’avevano aggredito mentre di notte lavorava a scavare una fossa in un campo.

ANNITA - I falsi fantasmi a quel tempo erano ampiamente sfruttati per ricattare la gente e costringerla a fare o non fare determinate cose.

In casa mia si raccontava sempre la storia del nonno di mia madre, nonostante si riferisse ad un tempo assai lontano, penso non molti anni dopo la metà dell’Ottocento. Questo mio bisnonno stava a Montevertine e era fidanzato con una ragazza di Monterinaldi, ma il fidanzamento era contrastato dai giovanotti del posto perché allora non si vedevano di buon occhio fidanzati “di fuori”, il che non significava stranieri o di altre regioni, ma soltanto giovani di altre parrocchie o, come si diceva, di altri popoli. Monterinaldi e Montevertine appartenevano e appartengono ancora al comune di Radda e sono distanti fra loro non più di 10 chilometri.

I giovanotti di Monterinaldi avvisarono il mio bisnonno:

- Non farti più vedere da noi a fare all’amore.

Ma lui era un uomo coraggioso e non tenne in alcun conto l’avvenimento. Un giorno però, mentre a notte fonda tornava a casa dopo essere stato dalla dama, vide sulla spalletta di un ponte, dove si diceva che ci si vedeva, una persona seduta che, almeno a quel buio, sembrava un fantasma. Quella figura si buttò nell’acqua dal ponte e allora il mio bisnonno cominciò a sentire rumori infernali che, dopo qualche pausa, si ripetevano sempre più forti. Senza voltarsi indietro e impaurito accellerò il passo verso Montevertine. Lui, che tutti ritenevano coraggioso e lo era davvero quando si trattava di battersi a viso aperto, si guardò bene dal tornare dalla dama di Monterinaldi e sposò una ragazza del suo popolo.

Poi, a distanza di molti anni, seppe da uno dei partecipanti all’impresa - che era diventato un suo mezzo parente - che i giovanotti di Monterinaldi, visto che l’avvertimento era caduto nel vuoto, non avevano trovato di meglio che ricorrere ai falsi fantasmi. Il fantasma apparso sul ponte era uno dei giovani e i grandi rumori erano stati ottenuti lanciando nell’acqua con cadenze prestabilite delle grosse pietre preparate apposta.

MARCELLO - Inutile dire che da tempo io e Annita non crediamo all’esistenza dei fantasmi e che oggi da noi, per trovare qualcuno che ci crede ancora, bisogna cercare fra le persone molto anziane. Ma anche loro ormai non vedono più fantasmi e non sentono dire che qualcuno gli ha visti; per credere devono rifarsi ai ricordi della loro gioventù.

La liberazione dai fantasmi non è cosa da poco perché la paura, anche quando non ha fondamento, è una brutta bestia.

LUCIA - In compenso ora mia madre e mio padre credono ai marziani. Fatevi raccontare la loro visione della settimana scorsa.

MARCELLO - Sì; mentre si tornava da Gaiole a Porcignano e verso mezzanotte eravamo arrivati in prossimità del punto più alto della strada, all’improvviso sulla cima del Poggio di Badia a Coltibuono abbiamo visto accendersi una gran luce, a più colori, che sembrava scendere dall’alto e che, nel buio fitto, illuminava una zona non piccola. Conosciamo bene quel posto boscoso, privo di strade e di impossibile accesso alle automobili. Ci siamo fermati e abbiamo guardato attentamente e per diversi minuti, dicendoci l’un l’altro:

- Che cos’è?

Ho risposto io per primo e ho detto scherzosamente all’Annita:

- Sono marziani.

L’Annita invece ha preso sul serio la mia ipotesi e, convinta, ha osservato:

- Non possono essere che marziani; la luce è stranissima e nessun uomo può farla in quel modo e in quel posto.

Confesso che, un po’ suggestionati, siamo rimasti in attesa di veder comparire qualche marziano. Ma la luce, dopo qualche minuto, si è spenta ed è tornato il buio fitto.

MARCELLA - Non metto in dubbio il fatto, ma credo che se fosse stato possibile osservarlo meglio e andare sul posto sarebbe risultato che esso non aveva nulla di extraterrestre; un po’ come quando Annita credeva di aver incontrato un fantasma e invece si trattava di un cacciatore, sia pure di frodo.

MARCELLO - Sì, passato quel momento mi sono convinto anch’io che si trattava di una cosa del genere. Anzi mi sono detto: che scemi siamo! Che bel progresso abbiamo fatto, passare dagli spettri ai marziani! Almeno gli spettri erano nostri, erano una nostra invenzione.

Arrivederci alla prossima storia...e i Vostri commenti sono sempre graditi:-)

 


| Visita la fattoria | La vendita diretta | Ordini e spedizioni | Dove siamo | Indirizzo | Natura, storia e geografia

| Alloggio in fattoria | Referenze | Informazioni utili | Iniziative culturali | Escursioni | FAQ,s | Home|


  VISIT THE FARM  | THE FARM SHOP  | ORDERS AND SHIPPING | WHERE WE ARE | ADDRESS | FAQ,s |

| AROUND CAPARSA | ACCOMMODATION | USEFUL ADDRESSESTOURS OF CHIANTINO | CULTURE | HOME |


Ultimo aggiornamento 22/02/02- Pagine web a cura di Luca Robustelli
Copyright © 2002 [Azienda Agricola Caparsa]. Tutti i diritti riservati.
Le informazioni contenute nel presente documento sono soggette a modifiche senza preavviso.
Tutti i marchi registrati e i nomi dei prodotti menzionati appartengono ai rispettivi proprietari.