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"IL NOSTRO IMPEGNO PER LA TUTELA DELLE TRADIZIONI POPOLARI CHIANTIGIANE" Sorry only
italian text Last update 13/03/02 11. Fascisti piccini piccini MARCELLO
– Per quanto ne so a Radda, e anche nel resto del Chianti, le lotte
contadine del 1919-22, prima per le rivendicazioni sindacali e poi contro
i fascisti che stavano prendendo piede, furono assai deboli a differenza
di quanto successe in tante altre parti della Toscana per opera delle
leghe rosse e di quelle bianche. Questo perché la soggezione verso i
padroni era ancora grande e ancora più grande la disinformazione
politica, almeno nell’ambiente in cui vivevo io.
Rammento che quando,
ancora giovanotto, cominciai a interessarmi, sia pure occasionalmente e
debolmente, delle vicende politiche cercai di avere informazioni, dai miei
genitori e anche da altri contadini, di come e perché i fascisti erano
riusciti a prendere il potere. Le notizie che ricevetti erano, a dir poco,
imprecise e, per alcuni aspetti non molto differenti da quelle che avevo
sentito a scuola.
Si affermava che dopo
la fine della grande guerra molti operai si erano messi in testa di
mangiare senza lavorare e scioperavano tutti i giorni, per cui la teppa
fascista trovò la strada spianata per la marcia su Roma. Queste opinioni
erano maturate sulla base dell’esperienza diretta, vissuta con la
mentalità contadina di allora: per gli operai ci si riferiva al vicino
Valdarno (nel Chianti gli operai erano pochissimi) e per la teppa fascista
le esemplificazioni, che servivano a dimostrare le opinioni, erano
limitate a Radda e ai paesi vicini dove i fascisti erano in gran parte
degli spostati e dei violenti e questo, agli occhi dei contadini, li
distingueva nettamente dai liberali, tutti appartenenti al ceto dei
proprietari, che come padroni non erano certo amati ma come politici erano
considerati signori ben educati e corretti e, per la loro istruzione,
erano anche ritenuti non sostituibili da contadini illetterati e non
addentro alle segrete cose del potere politico. Nessuna meraviglia che
allora questi signori raccogliessero voti anche fra i contadini e avessero
dominato, prima del fascismo, il comune di Radda e gli altri comuni del
Chianti.
Fra loro c’erano
personalità di gran nome, anche in campo nazionale, e basterà ricordare
i Baroni Ricasoli e il Barone Sidney Sonnino, proprietario a Radda della
fattoria e della villa di Vistarenni.
Già allora c’erano
però, anche nella mia zona, alcuni contadini che avevano idee e
conoscenze molto più chiare e approfondite e che cercavano di capire gli
avvenimenti oltre il Chianti. Fra questi ricordo con simpatia Gigi
Pacciani e Sandro Carusi. Di Gigi Pacciani ho già avuto occasione di
parlare perché era quel mio parente, figliolo di zia Assunta del podere
Selvose, al quale noi ragazzi si leggeva il giornale perché, pur essendo
analfabeta, cercava di aggiornarsi. A lui interessavano i fatti e sulla
base di essi rovesciava i commenti del giornale fascista ed era
lucidissimo nello spiegare le colpe del fascismo per la crisi economica
che colpiva i contadini. Gigi è ancora vivo e ha più di novanta anni. Sandro Carusi sapeva leggere e scrivere assai bene e, attraverso parecchie letture, aveva raggiunto un’istruzione che lo distingueva dagli altri contadini; era un piccolo proprietario coltivatore, lavorava nei campi a tempo parziale perché si dedicava soprattutto al commercio del giaggiolo. Le sue condizioni economiche erano dunque migliori di quelle dei mezzadri. Il mio babbo, altri contadini e io stesso, ancora giovanetto, s’andava volentieri a trovarlo per ascoltare i suoi commenti sui fatti del giorno, ma non sempre si riusciva a seguirlo a capire. Mia madre, quando si tornava a casa, un po’ incuriosita ci domandava: -
Che ha detto il bollettino? E
intendeva dire Sandro Carusi.
Questi uomini però,
non so se per loro scelta o perché isolati, non parteciparono mai
attivamente a un movimento antifascista organizzato. Nonostante questo
Carusi e Pacciani, e altri dello stesso stampo, ebbero un ruolo non
piccolo nel rafforzare e in qualche modo indirizzare i nostri sentimenti
antifascisti.
Ho conosciuto soltanto
un contadino fascista, soprannominato Mussolini, ma che in realtà era un poveruomo che noi tutti
consideravamo uno spostato e uno stolto. Ve ne do una prova. Una volta il
soprannominato Mussolini traslocava nel podere La Balza, quel podere che
qualche anno prima io e i miei avevamo coltivato. Le poche e povere cose
della sua famiglia erano trasportate da un vecchio camion che, arrivato
alla salita di Castelvecchi, non ce la fece più; allora chiamarono
Adriano Strambi, zio di Annita, che stava in un podere vicino, per
trapelare il camion con i bovi. Adriano, mentre attaccava i bovi al
camion, vide fra le carabattole dello sgombero un ritratto di Mussolini,
quello vero. Allora, rivolto al camionista che l’aveva chiamato, disse: - Io quello con i miei bovi non lo tiro, pesa troppo e è un peso che il mio stomaco non regge. - Tu scherzerai – disse il camionista. E
Adriano: -
Non scherzo. Allora
la moglie del contadino soprannominato Mussolini, che era scesa dal camion
per alleggerire il peso, prese il ritratto e lo tirò lontano in un campo
poi gridò al marito: -
Se non la smetti con quello lì, ti rompo la testa. Ma quel
disgraziato del marito – dopo che, grazie al trapelo, il camion era
arrivato in cima alla salita – andò a riprendersi il ritratto che,
essendo incorniciato senza vetro, si era soltanto un po’ ammaccato e sporcato di
terra. Lo pulì e lo rimise con delicatezza sul camion. La moglie cercò
di nuovo di gettare via il ritratto ma si arrestò, improvvisamente
convinta da una sottile argomentazione, o meglio da una terribile
minaccia, del marito: -
Vuoi che ne ricompri un altro più bello? Così o
due Mussolini, quello di soprannome e quello del ritratto, arrivarono per
la prima volta a La Balza. Fu un vero trionfo che la propaganda di regime non riuscì a sfruttare per colpa dei pregiudizi e dell’ignoranza dei fascisti Raddesi che erano concentrati dentro le mura di Radda con qualche appendice nelle frazioni, nelle fattorie e nelle ville. Per loro il camerata soprannominato Mussolini era troppo piccino e troppo contadino per essere considerato degno di onori e di trionfi. Poi in fondo zio Adriano era abbastanza sicuro che quella sua sfuriata non sarebbe stata punita e forse il soprannominato Mussolini non ebbe il coraggio di fare il suo nome, sapeva bene che una cosa del genere non sarebbe stata tollerata: la sua vita quotidiana in mezzo ai contadini sarebbe stata impossibile e i camerati non avrebbero potuto né voluto aiutarlo.
Del resto era uno di
quegli uomini, rarissimi fra i contadini, che non si rendono conto di
essere ridicoli e quindi hanno un loro candore e una loro innocenza. E noi
ragazzi si profittava per prenderlo in giro. -
Mussolini – gli si diceva – vogliamo risentire il tuo ultimo
discorso. E lui
ben volentieri ripeteva le frasi più roboanti di Mussolini, quello vero,
cercando di imitare anche la voce. Ma, per il resto, il suo discorso era
del tutto sconclusionato e, senza volerlo, raggiungeva livelli di grande
comicità – del genere di quella di Benigni – che noi ragazzi allora
non eravamo in grado di apprezzare pienamente. -
Quel vestito non ve lo metterete mai! Fu
chiamato dalla maestra e non se la sentì di ripetere quello che diceva a
casa: disse che non aveva comprato il vestito perché non aveva i denari
necessari. Questa giustificazione fu trovata anche da altri genitori che,
come mio padre, si erano opposti all’acquisto della divisa per i
figlioli.
La maestra allora, per
superare l’ostacolo, fece appello alla buona volontà e ai denari delle
donne fasciste: a me il vestito lo acquistò la moglie del fattore di
Castelvecchi. Mio padre tento di non farmelo indossare, ma non ci riuscì,
anche perché a me quella divisa piaceva molto. C’erano però delle
ragazzine e dei ragazzini che nelle ricorrenze comandate non si mettevano
la divisa per ordine dei genitori ma alla maestra dicevano – ben
istruiti dai familiari – che se ne erano scordati. La maestra era
inflessibile e rimandava a casa i ragazzini a cambiarsi, ma quelli più
lontani per quel giorno non tornavano.
Mandruca, del quale ho
già avuto occasione di parlare, fu protagonista di una clamorosa anche se
piccola rivolta. Un giorno, come era sua abitudine, si presentò al
servizio premilitare in borghese e malvestito. Quella volta però gli fu
data una divisa, che noi si chiamava montura, presa da una specie di
magazzino che si trovava nella Casa del Fascio di Radda. Ma
all’istruttore che gli aveva consegnato la divisa Mandruca disse: -
Io non me la metto. L’istruttore
allora gli dette due spintoni e lui, che aveva una forza eccezionale, reagì
con due pugni che ferirono alla testa l’istruttore e gli fecero cascare
alcuni denti. Mandruca riuscì a fuggire, ma poi – consigliato non so da
chi – andò a costituirsi ai carabinieri che lo portarono a Siena. Io e
gli altri suoi amici si temette per la sua stessa vita dato che sapevamo
che per i fascisti prendere botte era considerato un gran disonore da
riparare con lo spargimento di sangue. Invece, con nostra grande
meraviglia, fu trattato benissimo e tornò a Radda su una bella
automobile, accompagnato da fascisti senesi.
A noi disse che se
l’era cavata bene perché era riuscito a convincere i fascisti e i
carabinieri che aveva cercato di non mettersi la divisa solo perché si
vergognava a spogliarsi e a rivestirsi, così come voleva l’istruttore,
di fronte a tutti e in particolare di fronte ai signori di Radda: aveva le
mutande sudice e i calzini rotti.
La storia non era molto
convincente, tanto che ne fu fatta circolare un’altra. La madre aveva
partorito Mandruca da ragazza e poi aveva sposato non il babbo del bambino
ma un altro uomo, contadino di Radda. E questo rispondeva a verità. Ma si
aggiungeva che il babbo di Mandruca era un pezzo grosso del fascismo
senese che, saputo dell’arresto del figliolo naturale, era intervenuto a
suo favore.
Anch’io cretti a
questa versione dei fatti perché per me – come per gli altri – era
incomprensibile che dei fascisti avessero accettato le puerili spiegazioni
di Mandruca e, per di più, fossero passati sopra alle botte ricevute. Ma
forse la verità non era né questa né quella; ora che ho imparato a
conoscere, anche se non a capire, le ragioni dell’opportunità politica
penso che cedettero non conveniente esasperare gli animi dei giovani e che
fosse meglio usare la tecnica della carota per cercare di superare le
difficoltà che in tutta la campagna senese, e non solo a Radda,
incontrava l’organizzazione del servizio premilitare.
Il fatto è che il
ritorno di Mandruca fu immediatamente seguito da una grande adunata in cui
le forze premilitari di Radda furono presentate ad un gerarca senese.
Prima dell’adunata ci furono fatte non poche raccomandazioni,
accompagnate da minacce di questo tipo: -
Ragazzi, non fateci sfigurare; questa volta metteteci tutto il
vostro impegno, altrimenti dopo faremo i conti e nel calcolo ci metteremo
anche la vostra indisciplina del passato. Il
gerarca di Siena era un uomo piccino piccino che appariva tutto immerso
negli stivali. Mi è sembrato di rivederlo in un film tale e quale:
naturalmente non poteva essere lui, ma ho pensato quanto i costumisti e il
regista del film fossero stati bravi a ricreare, anche nell’aspetto
fisico, personaggi reali.
Questo fascista, del
quale non rammento né il nome né il grado, fece un gran discorso. Io e
gli altri premilitari ce la mettemmo davvero tutta per tenere il
comportamento raccomandato. Ma fu uno sforzo durissimo far finta di
ascoltare, perché quel discorso durò a lungo; parlò un po’ del nostro
comportamento, ma divagò anche su tanti altri temi, per noi
incomprensibili. Ricordo invece abbastanza bene le sue parole finali, che
sonavano così: -
Sono certo che voi siete dei bravi fascisti e quando la patria vi
chiamerà saprete fare tutto intero il vostro dovere in nome del nostro
grande Duce. I gerarchetti locali furono
soddisfatti del nostro comportamento e ancor più soddisfatti fummo noi.
Appena fu ordinato il “rompete le righe” pensammo a come festeggiare
la felice conclusione della vicenda di Mandruca e nostra. Si decise di
organizzare una ricca merenda cucinando da noi i cibi presi nelle nostre
case e perfino due polli. Eravamo una ventina di ragazzetti; Mandruca
portava la sua nuova e fiammante divisa con scarpe nuovissime e belle che
erano oggetto di invidia perché potevano essere adatta agli abiti
borghesi. Ma poi, per finire la festa, volemmo calzare a turno quelle
scarpe che – sia pure sguazzandoci dentro – andavano bene a tutti
perché Mandruca aveva i piedi più grossi. Fu organizzata una gara a chi,
calciando con quelle scarpe, riusciva a lanciare più lontano un sasso
rotondo appositamente scelto. Naturalmente vinse Mandruca che era il più
forte e in più aveva il vantaggio che quelle scarpe solo a lui calzavano
perfettamente. Era per noi un modo ingenuo per far dispetto, fra l’altro
non risaputo, a quei gerarchetti che erano riusciti a tenerci un’intera
mattinata in perfetto ordine, tanto da farci quasi assumere il volto
marziale voluto dal Duce.
In verità io credo
che, anche mettendocela tutta, noi contadini non saremmo mai riusciti ad
assumere, nemmeno esteriormente, l’aspetto marziale, tanto lontana era
da noi ogni velleità guerresca.
A Radda è anche
capitato che qualche fascista le abbia sonoramente prese in pieno regime.
A Selvose, durante una festa fascista, un gerarchetto piccino piccino, che
era un piccolo commerciante di legname, ordinò a un contadino della
fattoria di san Donato in Perano di accendere le luci ai davanzali delle
finestre di casa sua in segno di festa. Naturalmente in una piccola
frazione come Selvose, i due si conoscevano a fondo e il contadino non
sopportò l’ordine e, più per reazione a una prepotenza che per i suoi
sentimenti antifascisti, ne nacque un vivace scambio di botte. Fu il
fascista, non aiutato da alcuno, a uscirne malconcio.
Il contadino, nel dar
sfogo ala sua ira, non aveva pensato alle conseguenze di una rappresaglia
fascista, perché i fascisti non potevano certo ammettere che fosse
perduta la loro dignità di picchiatori. Egli dovette perciò nascondersi
per un lungo periodo, ma si nascose assai bene dato che il rifugio gli fu
offerto da un isospettabile fascista: il fattore di San Donato in Perano.
Il fatto può sembrare strano, ma allora a Radda, nei rapporti fra la
gente, prevalevano di gran lunga quelli parentali o di amicizia o
semplicemente di affari e di lavoro e il fattore di San Donato in Perano
era legato a questo suo contadino da più di uno di questi rapporti.
Ho conosciuto, dopo
parecchi anni da quel fatto, quando ho abitato a Selvose e quando il
fascismo era ormai caduto, sia il contadino che picchiò, sia il fascista
che ne buscò. Posso garantire che quest’ultimo era un uomo assai mite,
che poco aveva dei caratteri tipici dei fascisti: l’unico tratto comune
con molti dei suoi camerati era la mania di mettersi in mostra, di
comandare un po’. Per il resto non avrebbe fatto male a un ragno e, in
testa, aveva una gran confusione e la paura di perdere, con la vittoria
delle sinistre, la sua posizione economica che, quale piccolo
commerciante, era di poco migliore rispetto a quella di noi mezzadri. Era,
del resto, un fascista della seconda ora. MARCO – Non è detto. Tutti
sanno che in guerra uomini che nella vita civile sembrano degli agnellini
sono diventati feroci criminali.
Quando tornò dalla
Spagna, ferito, gli fu data la possibilità di scegliere fra una pensione
o un indennizzo “una tantum”. Scelse la seconda soluzione e ebbe una
cifra, per i tempi e per le condizioni economiche sue e nostre, favolosa.
Mi pare settemila lire. Si mise a far la vita del gran signore e in sette
giorni finì tutti i denari. Andò a Siena a frequentare i migliori locali
da ballo e alberghi e per apparire ricco si portò dietro un operaio di
Radda suo amico, al quale pagava ogni spesa e dal quale si faceva chiamare
signor Dino. Non riuscì a farsi chiamare signor padrone perché questo
suo amico non accettò o non ci riuscì. Per andare a letto con alcune
puttane del gran mondo non badò a spese. Quando ebbe finito tutto fu
costretto a tornare al lavoro come operaio agricolo giornaliero. Nel
nostro podere veniva a fare uno dei lavori più faticosi, quello delle
fosse per piantare le viti, e non riusciva
guadagnare più di dieci lire al giorno. Riusciva a malapena a
campare anche perché le giornate che lavorava in capo a un anno erano
poche, sia perché quei tempi erano durissimi per i braccianti, sia perché
come lavoratore era poco apprezzato dai proprietari e dai fattori, anche
se fascisti. Preferivano far lavorare braccianti in odore di essere dei
sovversivi ma che si impegnavano di più nel lavoro.
Lui si consolava
raccontando in continuazione la vita da gran signore durata lo spazio di
sette giorni. Una volta al racconto era presente mia mamma alla quale lo
sperpero di settemila lire sembrava un fatto mostruoso e inconcepibile. Lo
rimproverò con queste parole: -
Non vi vergognate a raccontare queste cose? Nella risposta c’era la
filosofia che aveva guidato tutti i suoi comportamenti: -
No disse – Almeno io per sette giorni mi sono goduto la vita; la
vostra vita è stata sempre di stenti, senza una sosta nemmeno di un
giorno. La vostra non è vita. MARCO - Quanto ci hai raccontato su
fascisti e contadini non esaurisce certo il tema. Ad esempio io so che i
contadini, pur essendo antifascisti, parteciparono attivamente alla
battaglia del grano. Si davano premi e diplomi a chi produceva di più e a
chi era più fedele alla terra abitando nello stesso podere da più tempo;
si scoprì che c’erano famiglie che lavoravano il medesimo podere da
molte generazioni, per diverse centinaia di anni, mentre la proprietà era
passata per molte mani.
In occasione delle
premiazioni i fascisti e i padroni organizzavano delle feste che avevano
successo per la numerosa e spontanea partecipazione dei contadini.
I nostri risultati
furono molto inferiori a quelli di altre zone perché il grano nelle
nostre colline non trova l’ambiente adatto, tanto che oggi la sua
coltivazione è quasi scomparsa. Allora invece la semina del grano si
estese anche nei terreni dove non era possibile lavorare la terra con il
bestiame, ma soltanto a mano, con il bidente.
Ho conosciuto un
mezzadro, che era uno dei migliori della sua fattoria, che quando fu
premiato non stava più nella pelle da quanto era felice. Qualcuno, un
po’ seriamente un po’ scherzando, gli disse: -
Per forza tu hai vinto: tu sei nelle grazie del fattore e del
padrone e al dottore dell’Ispettorato hai regalato il tuo miglior
vinello; corre anche voce che per prendere il premio hai preso la tessera
del fascio. Insulti più infamanti non
potevano essergli rivolti: lui era convinto che quel premio fosse il
giusto riconoscimento delle sue capacità perché si considerava il più
bravo della fattoria. La sua risposta fu: -
Tu sei invidioso. Mancò poco che la vecchia e
collaudata amicizia si tramutasse in una di quelle gravi discordie che
talvolta dividevano i contadini.
Bisogna dire che quei
premi toccavano un lato debole – o, se si vuole, forte – di molti
mezzadri: il loro orgoglio professionale. E’ capitato che per apparire
il più bravo della fattoria un mezzadro abbia dichiarato risultati
produttivi più alti della realtà e, quindi, abbia regalato al padrone
una quota della produzione oltre al contrattuale 50%.
Ma i fascisti erano
lontani dal capire questi fatti: a una festa per la premiazione dei
vincitori di un concorso per la produttività un gerarca, alto di statura
ma di cervello piccino, spiegò press’a poco così oil segreto che aveva
consentito di arrivare a quegli ambiti traguardi: -
Camerati rurali, avete vinto perché avete fedelmente seguito il
solco tracciato dal nostro grande capoccia Benito Mussolini; ricordatevi
però anche il suo incisivo detto: è l’aratro che traccia il solco, ma
è la spada che lo difende. Quel giorno usò, con un colpo di
genio, il termine contadino “capoccia” (e non capo o duce) per far
capire che la gerarchia fascista era simile a quella esistente
all’interno delle famiglie contadine. A parte il fatto che quel paragone
non reggeva, la parola “capoccia” non sonò bene alle orecchie dei
numerosi proprietari e fattori presenti, molti dei quali figuravano, in
prima fila, fra i premiati (anzi nei premi c’erano sempre, prima dei
nomi dei mezzadri, i nomi dei corrispondenti proprietari, anche se nella
“vittoria” non avevano nessun merito): “capoccia” quando veniva
usato all’interno delle famiglie nobili, aveva un significato
spregiativo perché voleva dire che il capo di casa si comportava come un
volgare contadino. Inoltre si sapeva bene che i capoccia ormai stavano
perdendo la loro antica autorità verso gli altri membri della famiglia e
questo era un motivo di debolezza per la mezzadria e quindi un danno per i
proprietari.
Forse riflettendo su
queste cose, un fattore fascista interruppe l’oratore gridando: -
Ci vorrebbe un Duce in ogni podere! Questa uscita fuori programma fu
calorosamente applaudita dagli altri fattori e dai proprietari e lasciò
perplessi i contadini.
A veglia, quando si
raccontavano queste cose (io le ho sapute proprio in questo modo), c’era
chi – non rammento se Gigi Pacciani o Sandro Carusi – traeva anche una
morale dall’orazione del gerarca e dalla frase del fattore fascista: i
fascisti si servivano dei premi per legare al loro carro i contadini (ma
probabilmente questo l’avrebbero detto e sostenuto qualsiasi fossero
state le argomentazioni del gerarca e del fattore fascista: loro ne erano
convinti senza bisogno di cercare delle prove).
I premiati, o quelli
che avevano concorso o concorrevano volentieri ai premi, si difendevano
dicendo che la loro partecipazione era stata richiesta dai dottori
dell’Ispettorato dell’Agricoltura, che erano brave persone dalle quali
avevano avuto tanti buoni consigli senza sentirsi chiedere contropartite
di tipo politico.
I fascisti che tu ci
hai descritti – compreso quel tuo parente – erano squallidi, piccini
piccini, che però mi sembra producessero delle ombre molto lunghe che
assomigliano agli spettri delle vecchie veglie, delle quali ci hai parlato
una volta, e che facevano paura. Ci vorrebbe qualcosa di allegro per
tirarci su. MARCO – Il conte Recco racconta
una storia che mi è sembrata
al tempo stesso comica e illuminante sul fascismo “piccino” di Radda.
Se ho ben capita il conte Recco divenne Podestà di Radda, più che per i
suoi meriti di fascista, per i suoi titoli nobiliari. Del resto il comune
di Radda, anche prima del fascismo, era stato amministrato da nobili o
comunque da grandi proprietari fondiari. In teoria il conte Recco come
Podestà doveva rispondere dei suoi atti soltanto al Prefetto, essendo
stati i consigli comunali soppressi e nemmeno rimpiazzati da organismi non
elettivi di tipo fascista. In realtà si trovò a fare i conti con i
fascisti raddesi, con i quali i suoi rapporti non erano facili, pur avendo
anch’egli indubbiamente dato la propria adesione al fascismo. Ma erano
il comportamento, lo stile e la cultura dei fascisti raddesi che non erano
conformi ai gusti e alle tradizioni dei nobili, il divario di classe
restando anche oltre la militanza politica. Sembra poi che in Radda i due
o tre gerarchetti che si davano “più da fare” si distinguessero anche
per la loro grassa ignoranza
e fossero per questo presi in giro, con molto garbo si intende, dal conte
Recco e da altri signori camerati. Naturalmente i fascisti raddesi
capivano e ne soffrivano e, conformemente alla loro piccineria, tramavano
piccole vendette.
Il conte Capponi era,
ed è ancora, un convinto custode delle tradizioni militari e, in quanto
tale, attivissimo membro dell’associazione dell’arma nella quale aveva
prestato servizio: quella dei bersaglieri. Così un giorno ebbe l’idea
di organizzare a Radda un raduno dell’associazione di Firenze e Siena,
certo di fare cosa gradita ai suoi camerati bersaglieri che avrebbero
potuto scoprire le attrattive turistiche del Chianti e usufruirne in
seguito, e anche renderne vantaggio alla popolazione sia per questo
potenziale sviluppo del turismo, sia perché il corpo dei bersaglieri
aveva sempre destato grandi entusiasmi. Tutto, perciò doveva e poteva
svolgersi spontaneamente, senza bisogno di precedenti organizzazioni e il
conte Recco non ritenne necessario chiedere l’aiuto dei fascisti raddesi.
Questi s i sentirono ancora una volta scavalcati e, sommando questo
affronto a tutte le altre punture di spillo già ricevute, pensarono
giunto il momento della vendetta e, almeno in quella occasione, di far
fare brutta figura al conte. Misero in giro la voce, penso servendosi di
intermediari insospettabili, che si trattava di una spedizione punitiva
organizzata, con la loro complicità, dalla più fascista delle
associazioni d’arma (Mussolini era stato bersagliere). Si sa che le
spedizioni punitive venivano compite da fascisti di altre zone, ma gli
ispiratori e gli informatori erano sempre i fascisti locali. La voce messa
in giro sembrò del tutto attendibile alla popolazione perché i fascisti
raddesi avevano più che validi motivi di essere scontenti dei loro
compaesani. Certo se i
raddesi fossero stati esperti politici avrebbero potuto capire l’inganno
perché ormai i fascisti, saldamente al potere, non avevano più bisogno
di ricorrere alle spedizioni punitive disponendo pienamente di strumenti
coercitivi legali.
Così la gente, come
volevano i fascisti di Radda, si rintanò nelle case. Gli ex bersaglieri
prima si sorpresero dell’inconsueta accoglienza, poi si arrabbiarono
quando, alla casa del fascio, dove doveva svolgersi il trattenimento
danzante al suono dell’orchestra dell’associazione, trovarono
pochissime persone e nessuna ragazza con cui ballare.
A quel punto i fascisti
raddesi pensavano di spiegare che, non informati dal conte Recco della
graditissima manifestazione, non avevano potuto preparare l’accoglienza
dovuta mobilitando, come loro soli sapevano fare, tutti i paesani e anche
le ragazze. Ma non ebbero il tempo di portare a termine quello che doveva
essere un “pan per focaccia” al conte Capponi giacché la rabbia dei
bersaglieri trasformò il raduno in una vera spedizione punitiva che si
scatenò però contro tutti quelli che avevano a portata di mano, compresi
quindi gli stessi fascisti locali. Particolarmente accaniti furono gli ex
bersaglieri senesi, che avevano motivi di risentimento più ravvicinati
degli altri. I fascisti e gli antifascisti raddesi furono così tutti
accomunati nello stesso rito della violenza.
Si chiamava Capacci e
era lo stradino provinciale. Pensò di potersi salvare dalle botte
gridando che anche lui era un bersagliere e aveva combattuto nella
divisione La Marmora. Risposero gli ex bersaglieri senesi: -
Allora sei un traditore! E lo picchiarono di santa ragione.
Alla fine uno dei fascisti pestato dai valorosi ex bersaglieri si
lamentava: -
Povero me! E io che ho preso la tessera del fascio per essere
protetto! Almeno voi – e si rivolgeva a quelli che non erano del fascio
– le botte dovevate aspettarvele e questa volta eravate anche stati
avvisati. -
Si, e le abbiamo prese volentieri perché sappiamo che con queste
ci si merita il paradiso. -
Ti sbagli – disse qualche altro – nemmeno il paradiso ci
possiamo guadagnare. Non lo sai che il Papa e Mussolini si sono messi
d’accordo? -
Me lo immaginavo: abbiamo il male, il malanno e l’uscio addosso! E guardando il fascista dolorante
per le botte ricevute, disse: -
Ma si ha almeno la consolazione di vedere all’inferno anche voi.
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