"IL NOSTRO IMPEGNO PER LA TUTELA DELLE TRADIZIONI POPOLARI CHIANTIGIANE"

"Veglie a Porcignano" di Reginaldo Cianferoni, premio Pozzale per la narrativa 1986, illustrato da Mino Maccari.

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Last update 13/03/02

11. Fascisti piccini piccini

MARCELLO – Per quanto ne so a Radda, e anche nel resto del Chianti, le lotte contadine del 1919-22, prima per le rivendicazioni sindacali e poi contro i fascisti che stavano prendendo piede, furono assai deboli a differenza di quanto successe in tante altre parti della Toscana per opera delle leghe rosse e di quelle bianche. Questo perché la soggezione verso i padroni era ancora grande e ancora più grande la disinformazione politica, almeno nell’ambiente in cui vivevo io.

         Rammento che quando, ancora giovanotto, cominciai a interessarmi, sia pure occasionalmente e debolmente, delle vicende politiche cercai di avere informazioni, dai miei genitori e anche da altri contadini, di come e perché i fascisti erano riusciti a prendere il potere. Le notizie che ricevetti erano, a dir poco, imprecise e, per alcuni aspetti non molto differenti da quelle che avevo sentito a scuola.

         Si affermava che dopo la fine della grande guerra molti operai si erano messi in testa di mangiare senza lavorare e scioperavano tutti i giorni, per cui la teppa fascista trovò la strada spianata per la marcia su Roma. Queste opinioni erano maturate sulla base dell’esperienza diretta, vissuta con la mentalità contadina di allora: per gli operai ci si riferiva al vicino Valdarno (nel Chianti gli operai erano pochissimi) e per la teppa fascista le esemplificazioni, che servivano a dimostrare le opinioni, erano limitate a Radda e ai paesi vicini dove i fascisti erano in gran parte degli spostati e dei violenti e questo, agli occhi dei contadini, li distingueva nettamente dai liberali, tutti appartenenti al ceto dei proprietari, che come padroni non erano certo amati ma come politici erano considerati signori ben educati e corretti e, per la loro istruzione, erano anche ritenuti non sostituibili da contadini illetterati e non addentro alle segrete cose del potere politico. Nessuna meraviglia che allora questi signori raccogliessero voti anche fra i contadini e avessero dominato, prima del fascismo, il comune di Radda e gli altri comuni del Chianti.

         Fra loro c’erano personalità di gran nome, anche in campo nazionale, e basterà ricordare i Baroni Ricasoli e il Barone Sidney Sonnino, proprietario a Radda della fattoria e della villa di Vistarenni.

         Già allora c’erano però, anche nella mia zona, alcuni contadini che avevano idee e conoscenze molto più chiare e approfondite e che cercavano di capire gli avvenimenti oltre il Chianti. Fra questi ricordo con simpatia Gigi Pacciani e Sandro Carusi. Di Gigi Pacciani ho già avuto occasione di parlare perché era quel mio parente, figliolo di zia Assunta del podere Selvose, al quale noi ragazzi si leggeva il giornale perché, pur essendo analfabeta, cercava di aggiornarsi. A lui interessavano i fatti e sulla base di essi rovesciava i commenti del giornale fascista ed era lucidissimo nello spiegare le colpe del fascismo per la crisi economica che colpiva i contadini. Gigi è ancora vivo e ha più di novanta anni.

         Sandro Carusi sapeva leggere e scrivere assai bene e, attraverso parecchie letture, aveva raggiunto un’istruzione che lo distingueva dagli altri contadini; era un piccolo proprietario coltivatore, lavorava nei campi a tempo parziale perché si dedicava soprattutto al commercio del giaggiolo. Le sue condizioni economiche erano dunque migliori di quelle dei mezzadri. Il mio babbo, altri contadini e io stesso, ancora giovanetto, s’andava volentieri a trovarlo per ascoltare i suoi commenti sui fatti del giorno, ma non sempre si riusciva a seguirlo a capire. Mia madre, quando si tornava a casa, un po’ incuriosita ci domandava:              

-         Che ha detto il bollettino?

E intendeva dire Sandro Carusi.

         Questi uomini però, non so se per loro scelta o perché isolati, non parteciparono mai attivamente a un movimento antifascista organizzato. Nonostante questo Carusi e Pacciani, e altri dello stesso stampo, ebbero un ruolo non piccolo nel rafforzare e in qualche modo indirizzare i nostri sentimenti antifascisti.

         Ho conosciuto soltanto un contadino fascista, soprannominato Mussolini, ma che in realtà era un  poveruomo che noi tutti consideravamo uno spostato e uno stolto. Ve ne do una prova. Una volta il soprannominato Mussolini traslocava nel podere La Balza, quel podere che qualche anno prima io e i miei avevamo coltivato. Le poche e povere cose della sua famiglia erano trasportate da un vecchio camion che, arrivato alla salita di Castelvecchi, non ce la fece più; allora chiamarono Adriano Strambi, zio di Annita, che stava in un podere vicino, per trapelare il camion con i bovi. Adriano, mentre attaccava i bovi al camion, vide fra le carabattole dello sgombero un ritratto di Mussolini, quello vero. Allora, rivolto al camionista che l’aveva chiamato, disse:

-         Io quello con i miei bovi non lo tiro, pesa troppo e è un peso che il mio stomaco non regge.

-         Tu scherzerai – disse il camionista.

E Adriano:

-         Non scherzo.

Allora la moglie del contadino soprannominato Mussolini, che era scesa dal camion per alleggerire il peso, prese il ritratto e lo tirò lontano in un campo poi gridò al marito:

-         Se non la smetti con quello lì, ti rompo la testa.

Ma quel disgraziato del marito – dopo che, grazie al trapelo, il camion era arrivato in cima alla salita – andò a riprendersi il ritratto che, essendo incorniciato senza vetro, si era soltanto un  po’ ammaccato e sporcato di terra. Lo pulì e lo rimise con delicatezza sul camion. La moglie cercò di nuovo di gettare via il ritratto ma si arrestò, improvvisamente convinta da una sottile argomentazione, o meglio da una terribile minaccia, del marito:

-         Vuoi che ne ricompri un altro più bello?

Così o due Mussolini, quello di soprannome e quello del ritratto, arrivarono per la prima volta a La Balza.  

         Fu un vero trionfo che la propaganda di regime non riuscì a sfruttare per colpa dei pregiudizi e dell’ignoranza dei fascisti Raddesi che erano concentrati dentro le mura di Radda con qualche appendice nelle frazioni, nelle fattorie e nelle ville. Per loro il camerata soprannominato Mussolini era troppo piccino e troppo contadino per essere considerato degno di onori e di trionfi. Poi in fondo zio Adriano era abbastanza sicuro che quella sua sfuriata non sarebbe stata punita e forse il soprannominato Mussolini non ebbe il coraggio di fare il suo nome, sapeva bene che una cosa del genere non sarebbe stata tollerata: la sua vita quotidiana in mezzo ai contadini sarebbe stata impossibile e i camerati non avrebbero potuto né voluto aiutarlo.

         Del resto era uno di quegli uomini, rarissimi fra i contadini, che non si rendono conto di essere ridicoli e quindi hanno un loro candore e una loro innocenza. E noi ragazzi si profittava per prenderlo in giro.

-         Mussolini – gli si diceva – vogliamo risentire il tuo ultimo discorso.

E lui ben volentieri ripeteva le frasi più roboanti di Mussolini, quello vero, cercando di imitare anche la voce. Ma, per il resto, il suo discorso era del tutto sconclusionato e, senza volerlo, raggiungeva livelli di grande comicità – del genere di quella di Benigni – che noi ragazzi allora non eravamo in grado di apprezzare pienamente.

  ANNITA – Era un poveruomo e non è proprio il caso che tu continui a raccontare le sue stranezze. Piuttosto voglio aggiungere che a casa mia non c’era soltanto zio Adriano a esprimersi contro i fascisti. Erano tutti come lui. Ricordo che mio padre si oppose con tutte le sue forze ad acquistare la divisa di piccola italiana a me e a mia sorella, richiesta dalla scuola. Ci diceva:

-         Quel vestito non ve lo metterete mai!

Fu chiamato dalla maestra e non se la sentì di ripetere quello che diceva a casa: disse che non aveva comprato il vestito perché non aveva i denari necessari. Questa giustificazione fu trovata anche da altri genitori che, come mio padre, si erano opposti all’acquisto della divisa per i figlioli.

         La maestra allora, per superare l’ostacolo, fece appello alla buona volontà e ai denari delle donne fasciste: a me il vestito lo acquistò la moglie del fattore di Castelvecchi. Mio padre tento di non farmelo indossare, ma non ci riuscì, anche perché a me quella divisa piaceva molto. C’erano però delle ragazzine e dei ragazzini che nelle ricorrenze comandate non si mettevano la divisa per ordine dei genitori ma alla maestra dicevano – ben istruiti dai familiari – che se ne erano scordati. La maestra era inflessibile e rimandava a casa i ragazzini a cambiarsi, ma quelli più lontani per quel giorno non tornavano.

  MARCELLO – La nostra maggiore opposizione riguardò il cosiddetto servizio premilitare. Quello proprio non ci andava giù.

         Mandruca, del quale ho già avuto occasione di parlare, fu protagonista di una clamorosa anche se piccola rivolta. Un giorno, come era sua abitudine, si presentò al servizio premilitare in borghese e malvestito. Quella volta però gli fu data una divisa, che noi si chiamava montura, presa da una specie di magazzino che si trovava nella Casa del Fascio di Radda. Ma all’istruttore che gli aveva consegnato la divisa Mandruca disse:

-         Io non me la metto.

L’istruttore allora gli dette due spintoni e lui, che aveva una forza eccezionale, reagì con due pugni che ferirono alla testa l’istruttore e gli fecero cascare alcuni denti. Mandruca riuscì a fuggire, ma poi – consigliato non so da chi – andò a costituirsi ai carabinieri che lo portarono a Siena. Io e gli altri suoi amici si temette per la sua stessa vita dato che sapevamo che per i fascisti prendere botte era considerato un gran disonore da riparare con lo spargimento di sangue. Invece, con nostra grande meraviglia, fu trattato benissimo e tornò a Radda su una bella automobile, accompagnato da fascisti senesi.

         A noi disse che se l’era cavata bene perché era riuscito a convincere i fascisti e i carabinieri che aveva cercato di non mettersi la divisa solo perché si vergognava a spogliarsi e a rivestirsi, così come voleva l’istruttore, di fronte a tutti e in particolare di fronte ai signori di Radda: aveva le mutande sudice e i calzini rotti.

         La storia non era molto convincente, tanto che ne fu fatta circolare un’altra. La madre aveva partorito Mandruca da ragazza e poi aveva sposato non il babbo del bambino ma un altro uomo, contadino di Radda. E questo rispondeva a verità. Ma si aggiungeva che il babbo di Mandruca era un pezzo grosso del fascismo senese che, saputo dell’arresto del figliolo naturale, era intervenuto a suo favore.

         Anch’io cretti a questa versione dei fatti perché per me – come per gli altri – era incomprensibile che dei fascisti avessero accettato le puerili spiegazioni di Mandruca e, per di più, fossero passati sopra alle botte ricevute. Ma forse la verità non era né questa né quella; ora che ho imparato a conoscere, anche se non a capire, le ragioni dell’opportunità politica penso che cedettero non conveniente esasperare gli animi dei giovani e che fosse meglio usare la tecnica della carota per cercare di superare le difficoltà che in tutta la campagna senese, e non solo a Radda, incontrava l’organizzazione del servizio premilitare.

         Il fatto è che il ritorno di Mandruca fu immediatamente seguito da una grande adunata in cui le forze premilitari di Radda furono presentate ad un gerarca senese. Prima dell’adunata ci furono fatte non poche raccomandazioni, accompagnate da minacce di questo tipo:

-         Ragazzi, non fateci sfigurare; questa volta metteteci tutto il vostro impegno, altrimenti dopo faremo i conti e nel calcolo ci metteremo anche la vostra indisciplina del passato.

Il gerarca di Siena era un uomo piccino piccino che appariva tutto immerso negli stivali. Mi è sembrato di rivederlo in un film tale e quale: naturalmente non poteva essere lui, ma ho pensato quanto i costumisti e il regista del film fossero stati bravi a ricreare, anche nell’aspetto fisico, personaggi reali.

         Questo fascista, del quale non rammento né il nome né il grado, fece un gran discorso. Io e gli altri premilitari ce la mettemmo davvero tutta per tenere il comportamento raccomandato. Ma fu uno sforzo durissimo far finta di ascoltare, perché quel discorso durò a lungo; parlò un po’ del nostro comportamento, ma divagò anche su tanti altri temi, per noi incomprensibili. Ricordo invece abbastanza bene le sue parole finali, che sonavano così:

-         Sono certo che voi siete dei bravi fascisti e quando la patria vi chiamerà saprete fare tutto intero il vostro dovere in nome del nostro grande Duce.

I gerarchetti locali furono soddisfatti del nostro comportamento e ancor più soddisfatti fummo noi. Appena fu ordinato il “rompete le righe” pensammo a come festeggiare la felice conclusione della vicenda di Mandruca e nostra. Si decise di organizzare una ricca merenda cucinando da noi i cibi presi nelle nostre case e perfino due polli. Eravamo una ventina di ragazzetti; Mandruca portava la sua nuova e fiammante divisa con scarpe nuovissime e belle che erano oggetto di invidia perché potevano essere adatta agli abiti borghesi. Ma poi, per finire la festa, volemmo calzare a turno quelle scarpe che – sia pure sguazzandoci dentro – andavano bene a tutti perché Mandruca aveva i piedi più grossi. Fu organizzata una gara a chi, calciando con quelle scarpe, riusciva a lanciare più lontano un sasso rotondo appositamente scelto. Naturalmente vinse Mandruca che era il più forte e in più aveva il vantaggio che quelle scarpe solo a lui calzavano perfettamente. Era per noi un modo ingenuo per far dispetto, fra l’altro non risaputo, a quei gerarchetti che erano riusciti a tenerci un’intera mattinata in perfetto ordine, tanto da farci quasi assumere il volto marziale voluto dal Duce.

     In verità io credo che, anche mettendocela tutta, noi contadini non saremmo mai riusciti ad assumere, nemmeno esteriormente, l’aspetto marziale, tanto lontana era da noi ogni velleità guerresca.

  MARCO – Eppure nella prima guerra mondiale i contadini italiani, e anche quelli toscani, furono giudicati dei grandi soldati da molti esperti militari. Ma forse lo furono senza saperlo e senza volerlo e soprattutto senza comportamenti marziali.

  MARCELLO – In verità credo di poter aggiungere che gli stessi fascisti di Radda che ho conosciuto e che cercavano di darsi un comportamento marziale non ci riuscivano perché non ne avevano la stoffa. Erano stati capaci di bastonare, erano tronfi e prepotenti, ma dentro le divise apparivano goffi e non sapevano nemmeno tenere il passo di marcia. Forse l’abito marziale era incompatibile con la natura delle nostre colline e nemmeno i fascisti riuscivano ad indossarlo.

     A Radda è anche capitato che qualche fascista le abbia sonoramente prese in pieno regime. A Selvose, durante una festa fascista, un gerarchetto piccino piccino, che era un piccolo commerciante di legname, ordinò a un contadino della fattoria di san Donato in Perano di accendere le luci ai davanzali delle finestre di casa sua in segno di festa. Naturalmente in una piccola frazione come Selvose, i due si conoscevano a fondo e il contadino non sopportò l’ordine e, più per reazione a una prepotenza che per i suoi sentimenti antifascisti, ne nacque un vivace scambio di botte. Fu il fascista, non aiutato da alcuno, a uscirne malconcio.

     Il contadino, nel dar sfogo ala sua ira, non aveva pensato alle conseguenze di una rappresaglia fascista, perché i fascisti non potevano certo ammettere che fosse perduta la loro dignità di picchiatori. Egli dovette perciò nascondersi per un lungo periodo, ma si nascose assai bene dato che il rifugio gli fu offerto da un isospettabile fascista: il fattore di San Donato in Perano. Il fatto può sembrare strano, ma allora a Radda, nei rapporti fra la gente, prevalevano di gran lunga quelli parentali o di amicizia o semplicemente di affari e di lavoro e il fattore di San Donato in Perano era legato a questo suo contadino da più di uno di questi rapporti.

     Ho conosciuto, dopo parecchi anni da quel fatto, quando ho abitato a Selvose e quando il fascismo era ormai caduto, sia il contadino che picchiò, sia il fascista che ne buscò. Posso garantire che quest’ultimo era un uomo assai mite, che poco aveva dei caratteri tipici dei fascisti: l’unico tratto comune con molti dei suoi camerati era la mania di mettersi in mostra, di comandare un po’. Per il resto non avrebbe fatto male a un ragno e, in testa, aveva una gran confusione e la paura di perdere, con la vittoria delle sinistre, la sua posizione economica che, quale piccolo commerciante, era di poco migliore rispetto a quella di noi mezzadri. Era, del resto, un fascista della seconda ora.

  STEFANO – Dei fascisti raddesi della prima ora non ci hai ancora raccontato nulla.

  MARCELLO – Non so quasi nulla perché sono nato dopo che il fascismo aveva già preso il potere e poco ho sentito raccontare a Radda sulle loro gesta prima della marcia su Roma. Forse a Radda avevano poco da fare data la debolezza o inesistenza delle organizzazioni dei lavoratori. Più attivi i fascisti di Radda furono all’epoca della guerra civile di Spagna per la quale il paese offrì ben tre volontari: due operai agricoli e il figliolo di uno scalpellino: Uno di loro era mio parente: andò in Spagna per sottrarsi alla vita grama alla quale era condannato per nascita ma che lui diceva di non meritare. Era carrista e a Radda si diceva che aveva trascinato, attaccati dietro il suo carro armato, i combattenti antifascisti; io non ci ho mai creduto, non perché era mio parente, ma perché quello dietro al carro armato aveva solo il fegato di attaccarci fiaschi di vino.

MARCO – Non è detto. Tutti sanno che in guerra uomini che nella vita civile sembrano degli agnellini sono diventati feroci criminali.

  MARCELLO – Non ha comunque mai avuto il coraggio di vantarsi a casa mia di imprese del genere o anche di imprese di guerra di minore o di ordinaria amministrazione. Forse perché sapeva che sarebbe stato cacciato via. Si vantava, invece, di innocue, anche se per noi pazzesche, avventure. Sentite questa.

     Quando tornò dalla Spagna, ferito, gli fu data la possibilità di scegliere fra una pensione o un indennizzo “una tantum”. Scelse la seconda soluzione e ebbe una cifra, per i tempi e per le condizioni economiche sue e nostre, favolosa. Mi pare settemila lire. Si mise a far la vita del gran signore e in sette giorni finì tutti i denari. Andò a Siena a frequentare i migliori locali da ballo e alberghi e per apparire ricco si portò dietro un operaio di Radda suo amico, al quale pagava ogni spesa e dal quale si faceva chiamare signor Dino. Non riuscì a farsi chiamare signor padrone perché questo suo amico non accettò o non ci riuscì. Per andare a letto con alcune puttane del gran mondo non badò a spese. Quando ebbe finito tutto fu costretto a tornare al lavoro come operaio agricolo giornaliero. Nel nostro podere veniva a fare uno dei lavori più faticosi, quello delle fosse per piantare le viti, e non riusciva  guadagnare più di dieci lire al giorno. Riusciva a malapena a campare anche perché le giornate che lavorava in capo a un anno erano poche, sia perché quei tempi erano durissimi per i braccianti, sia perché come lavoratore era poco apprezzato dai proprietari e dai fattori, anche se fascisti. Preferivano far lavorare braccianti in odore di essere dei sovversivi ma che si impegnavano di più nel lavoro.

     Lui si consolava raccontando in continuazione la vita da gran signore durata lo spazio di sette giorni. Una volta al racconto era presente mia mamma alla quale lo sperpero di settemila lire sembrava un fatto mostruoso e inconcepibile. Lo rimproverò con queste parole:

-         Non vi vergognate a raccontare queste cose?

Nella risposta c’era la filosofia che aveva guidato tutti i suoi comportamenti:

-         No disse – Almeno io per sette giorni mi sono goduto la vita; la vostra vita è stata sempre di stenti, senza una sosta nemmeno di un giorno. La vostra non è vita.

MARCO -  Quanto ci hai raccontato su fascisti e contadini non esaurisce certo il tema. Ad esempio io so che i contadini, pur essendo antifascisti, parteciparono attivamente alla battaglia del grano. Si davano premi e diplomi a chi produceva di più e a chi era più fedele alla terra abitando nello stesso podere da più tempo; si scoprì che c’erano famiglie che lavoravano il medesimo podere da molte generazioni, per diverse centinaia di anni, mentre la proprietà era passata per molte mani.

     In occasione delle premiazioni i fascisti e i padroni organizzavano delle feste che avevano successo per la numerosa e spontanea partecipazione dei contadini.

  MARCELLO – Nel comune di Radda non ci fu grande interesse, da parte dei contadini, alla battaglia del grano, anche se ci fu qualche sforzo per migliorare le produzioni e qualche successo si ebbe grazie all’esistenza di nuove varietà più produttive che si diffusero rapidamente. In realtà queste nuove varietà davano produzioni più alte, ma la qualità della farina e del pane che si ottenevano erano inferiore a quella delle vecchie varietà: rendersi conto di questo fatto era per noi facile e puntuale dato che si provvedeva direttamente alla macinazione del grano e alla cottura del pane; tuttavia la possibilità di avere grano in quantità sufficiente per la nostra alimentazione era più importante della qualità e le nuove varietà furono considerate da noi contadini come una benedizione.

     I nostri risultati furono molto inferiori a quelli di altre zone perché il grano nelle nostre colline non trova l’ambiente adatto, tanto che oggi la sua coltivazione è quasi scomparsa. Allora invece la semina del grano si estese anche nei terreni dove non era possibile lavorare la terra con il bestiame, ma soltanto a mano, con il bidente.

  MARCO – La battaglia del grano e la politica autarchica del fascismo danneggiò gravemente i territori meno favoriti per la produzione del grano, com’era ed è il Chianti, anche perché mentre il prezzo del grano fu molto sostenuto, diminuirono i prezzi del vino, dell’olio e dei prodotti zootecnici.

  MARCELLO – Eppure tanti proprietari chiantigiani si dettero molto da fare per mettere in pratica la politica fascista e fra questi, per quanto ne so, si distinsero i Ricasoli. A non pochi mezzadri dei Ricasoli furono consegnati molti premi per la fedeltà alla terra e per aver ottenuto produzioni di punta. E’ vero: quei contadini, anche se  antifascisti, erano assai orgogliosi dei premi e delle patacche ottenute.

     Ho conosciuto un mezzadro, che era uno dei migliori della sua fattoria, che quando fu premiato non stava più nella pelle da quanto era felice. Qualcuno, un po’ seriamente un po’ scherzando, gli disse:

-         Per forza tu hai vinto: tu sei nelle grazie del fattore e del padrone e al dottore dell’Ispettorato hai regalato il tuo miglior vinello; corre anche voce che per prendere il premio hai preso la tessera del fascio.

Insulti più infamanti non potevano essergli rivolti: lui era convinto che quel premio fosse il giusto riconoscimento delle sue capacità perché si considerava il più bravo della fattoria. La sua risposta fu:

-         Tu sei invidioso.

Mancò poco che la vecchia e collaudata amicizia si tramutasse in una di quelle gravi discordie che talvolta dividevano i contadini.

     Bisogna dire che quei premi toccavano un lato debole – o, se si vuole, forte – di molti mezzadri: il loro orgoglio professionale. E’ capitato che per apparire il più bravo della fattoria un mezzadro abbia dichiarato risultati produttivi più alti della realtà e, quindi, abbia regalato al padrone una quota della produzione oltre al contrattuale 50%.

     Ma i fascisti erano lontani dal capire questi fatti: a una festa per la premiazione dei vincitori di un concorso per la produttività un gerarca, alto di statura ma di cervello piccino, spiegò press’a poco così oil segreto che aveva consentito di arrivare a quegli ambiti traguardi:

-         Camerati rurali, avete vinto perché avete fedelmente seguito il solco tracciato dal nostro grande capoccia Benito Mussolini; ricordatevi però anche il suo incisivo detto: è l’aratro che traccia il solco, ma è la spada che lo difende.

Quel giorno usò, con un colpo di genio, il termine contadino “capoccia” (e non capo o duce) per far capire che la gerarchia fascista era simile a quella esistente all’interno delle famiglie contadine. A parte il fatto che quel paragone non reggeva, la parola “capoccia” non sonò bene alle orecchie dei numerosi proprietari e fattori presenti, molti dei quali figuravano, in prima fila, fra i premiati (anzi nei premi c’erano sempre, prima dei nomi dei mezzadri, i nomi dei corrispondenti proprietari, anche se nella “vittoria” non avevano nessun merito): “capoccia” quando veniva usato all’interno delle famiglie nobili, aveva un significato spregiativo perché voleva dire che il capo di casa si comportava come un volgare contadino. Inoltre si sapeva bene che i capoccia ormai stavano perdendo la loro antica autorità verso gli altri membri della famiglia e questo era un motivo di debolezza per la mezzadria e quindi un danno per i proprietari.

     Forse riflettendo su queste cose, un fattore fascista interruppe l’oratore gridando:

-         Ci vorrebbe un Duce in ogni podere!

Questa uscita fuori programma fu calorosamente applaudita dagli altri fattori e dai proprietari e lasciò perplessi i contadini.

  MARCO – Mi pare che quella frase ricalcasse il ritornello allora in voga tra i fascisti della base: se le cose in Italia non andavano granché bene la colpa era dei collaboratori di Mussolini e, in periferia, dei gerarchi locali. A loro giudizio sarebbero stati necessari dei Mussolini, sia pure in formato ridotto, un po’ dappertutto.

  MARCELLO – Può darsi. Ma io credo che quel fattore fascista volesse anche dire, ripeto, che il termine “capoccia” non era adatto, che i capoccia contadini avevano nelle loro famiglie poca autorità e che, per il bene della patria e dei proprietari, sarebbe stato necessario che le famiglie contadine fossero governate come il Duce faceva per lo stato italiano.

     A veglia, quando si raccontavano queste cose (io le ho sapute proprio in questo modo), c’era chi – non rammento se Gigi Pacciani o Sandro Carusi – traeva anche una morale dall’orazione del gerarca e dalla frase del fattore fascista: i fascisti si servivano dei premi per legare al loro carro i contadini (ma probabilmente questo l’avrebbero detto e sostenuto qualsiasi fossero state le argomentazioni del gerarca e del fattore fascista: loro ne erano convinti senza bisogno di cercare delle prove).

     I premiati, o quelli che avevano concorso o concorrevano volentieri ai premi, si difendevano dicendo che la loro partecipazione era stata richiesta dai dottori dell’Ispettorato dell’Agricoltura, che erano brave persone dalle quali avevano avuto tanti buoni consigli senza sentirsi chiedere contropartite di tipo politico.

  MARCO – Non so se consapevolmente o per caso, la battaglia del grano fu condotta , in verità, con due distinti metodi: quello affidato ai tecnici – anche di molto valore – fascisti o antifascisti, e quello affidato alla propaganda di regime, come sempre molto grossolana.

  SYEFANO – Per Marcello e Marco queste storie saranno interessanti, ma per me lo sono un po’ meno, almeno per come le avete presentate. Eppure io sapevo che i fascisti erano degli uomini che avevano il culto della virilità e che da questo culto erano nate molte avventure boccaccesche da raccontare a veglia. Speravo di sentirne qualcuna.

     I fascisti che tu ci hai descritti – compreso quel tuo parente – erano squallidi, piccini piccini, che però mi sembra producessero delle ombre molto lunghe che assomigliano agli spettri delle vecchie veglie, delle quali ci hai parlato una volta, e che facevano paura. Ci vorrebbe qualcosa di allegro per tirarci su.

  MARCO – Mi ci provo io. Ho avuto occasione di incontrare recentemente il conte Recco Capponi, che è stato Podestà di Radda verso il 1930. Malgrado abbia passato l’ottantina e abbia subito, come molti altri nobili chiantigiani, un tracollo economico che lo ha condotto dal rango di grande a quello di piccolo proprietario, il conte è ancora un tipo allegro e spiritoso.

  MARCELLO -  Come lo era, e ancor più quando l’ho conosciuto, giovane proprietario che – grazie anche alla sua laurea in agraria – conduceva la fattoria di Volpaia con una certa larghezza di vedute.

MARCO – Il conte Recco racconta una storia che mi è  sembrata al tempo stesso comica e illuminante sul fascismo “piccino” di Radda. Se ho ben capita il conte Recco divenne Podestà di Radda, più che per i suoi meriti di fascista, per i suoi titoli nobiliari. Del resto il comune di Radda, anche prima del fascismo, era stato amministrato da nobili o comunque da grandi proprietari fondiari. In teoria il conte Recco come Podestà doveva rispondere dei suoi atti soltanto al Prefetto, essendo stati i consigli comunali soppressi e nemmeno rimpiazzati da organismi non elettivi di tipo fascista. In realtà si trovò a fare i conti con i fascisti raddesi, con i quali i suoi rapporti non erano facili, pur avendo anch’egli indubbiamente dato la propria adesione al fascismo. Ma erano il comportamento, lo stile e la cultura dei fascisti raddesi che non erano conformi ai gusti e alle tradizioni dei nobili, il divario di classe restando anche oltre la militanza politica. Sembra poi che in Radda i due o tre gerarchetti che si davano “più da fare” si distinguessero anche per  la loro grassa ignoranza e fossero per questo presi in giro, con molto garbo si intende, dal conte Recco e da altri signori camerati. Naturalmente i fascisti raddesi capivano e ne soffrivano e, conformemente alla loro piccineria, tramavano piccole vendette.

     Il conte Capponi era, ed è ancora, un convinto custode delle tradizioni militari e, in quanto tale, attivissimo membro dell’associazione dell’arma nella quale aveva prestato servizio: quella dei bersaglieri. Così un giorno ebbe l’idea di organizzare a Radda un raduno dell’associazione di Firenze e Siena, certo di fare cosa gradita ai suoi camerati bersaglieri che avrebbero potuto scoprire le attrattive turistiche del Chianti e usufruirne in seguito, e anche renderne vantaggio alla popolazione sia per questo potenziale sviluppo del turismo, sia perché il corpo dei bersaglieri aveva sempre destato grandi entusiasmi. Tutto, perciò doveva e poteva svolgersi spontaneamente, senza bisogno di precedenti organizzazioni e il conte Recco non ritenne necessario chiedere l’aiuto dei fascisti raddesi. Questi s i sentirono ancora una volta scavalcati e, sommando questo affronto a tutte le altre punture di spillo già ricevute, pensarono giunto il momento della vendetta e, almeno in quella occasione, di far fare brutta figura al conte. Misero in giro la voce, penso servendosi di intermediari insospettabili, che si trattava di una spedizione punitiva organizzata, con la loro complicità, dalla più fascista delle associazioni d’arma (Mussolini era stato bersagliere). Si sa che le spedizioni punitive venivano compite da fascisti di altre zone, ma gli ispiratori e gli informatori erano sempre i fascisti locali. La voce messa in giro sembrò del tutto attendibile alla popolazione perché i fascisti raddesi avevano più che validi motivi di essere scontenti dei loro compaesani.  Certo se i raddesi fossero stati esperti politici avrebbero potuto capire l’inganno perché ormai i fascisti, saldamente al potere, non avevano più bisogno di ricorrere alle spedizioni punitive disponendo pienamente di strumenti coercitivi legali.

     Così la gente, come volevano i fascisti di Radda, si rintanò nelle case. Gli ex bersaglieri prima si sorpresero dell’inconsueta accoglienza, poi si arrabbiarono quando, alla casa del fascio, dove doveva svolgersi il trattenimento danzante al suono dell’orchestra dell’associazione, trovarono pochissime persone e nessuna ragazza con cui ballare.

     A quel punto i fascisti raddesi pensavano di spiegare che, non informati dal conte Recco della graditissima manifestazione, non avevano potuto preparare l’accoglienza dovuta mobilitando, come loro soli sapevano fare, tutti i paesani e anche le ragazze. Ma non ebbero il tempo di portare a termine quello che doveva essere un “pan per focaccia” al conte Capponi giacché la rabbia dei bersaglieri trasformò il raduno in una vera spedizione punitiva che si scatenò però contro tutti quelli che avevano a portata di mano, compresi quindi gli stessi fascisti locali. Particolarmente accaniti furono gli ex bersaglieri senesi, che avevano motivi di risentimento più ravvicinati degli altri. I fascisti e gli antifascisti raddesi furono così tutti accomunati nello stesso rito della violenza.

  MARCELLO – Anch’io ho sentito raccontare questi fatti, ma con qualche variante.

  MARCO – La mia interpretazione del racconto del conte Recco Capponi non può essere certo considerata una ricostruzione storica, per la quale occorrerebbe confrontare le varie testimonianze.

  MARCELLO – Non sono un testimone, ma posso completare il tuo racconto con un fatto certo perché ho conosciuto bene una delle vittime che (altra apparente stranezza di quei fatti) era proprio un ex bersagliere, ma raddese e non senese o fiorentino.

     Si chiamava Capacci e era lo stradino provinciale. Pensò di potersi salvare dalle botte gridando che anche lui era un bersagliere e aveva combattuto nella divisione La Marmora. Risposero gli ex bersaglieri senesi:

-         Allora sei un traditore!

E lo picchiarono di santa ragione. Alla fine uno dei fascisti pestato dai valorosi ex bersaglieri si lamentava:

-         Povero me! E io che ho preso la tessera del fascio per essere protetto! Almeno voi – e si rivolgeva a quelli che non erano del fascio – le botte dovevate aspettarvele e questa volta eravate anche stati avvisati.

-         Si, e le abbiamo prese volentieri perché sappiamo che con queste ci si merita il paradiso.

-         Ti sbagli – disse qualche altro – nemmeno il paradiso ci possiamo guadagnare. Non lo sai che il Papa e Mussolini si sono messi d’accordo?

-         Me lo immaginavo: abbiamo il male, il malanno e l’uscio addosso!

E guardando il fascista dolorante per le botte ricevute, disse:

-         Ma si ha almeno la consolazione di vedere all’inferno anche voi.

  MARCELLA – Può darsi che codesti fatti e codeste parole siano comici, ma a me sembrano di una comicità un po’ tragica.

  STEFANO – Anche a me.

  MARCO – Forse gli unici a goderne furono i nobili chiantigiani nel sapere picchiati non solo i raddesi con poche simpatie fasciste, ma anche i camerati di basso rango che in fondo loro disprezzavano. E forse si rammentavano del divertimento dei loro avi nello scatenare delle risse fra giannizzeri al loro soldo e servi della gleba. Risse nelle quali nessuno sapeva da che parte stava e perché.

  MARCELLA – Se la scena avrebbe potuto divertire i nobili, di certo fu pesante per le persone che la subirono e c’è da chiedersi quanto sia giusto divertirsi di qualsiasi fatto che sia prodotto dalla violenza.


Arrivederci alla prossima storia....Commenti sono sempre graditi:-)


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Ultimo aggiornamento 13/03/02- Pagine web a cura di Luca Robustelli
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