"IL NOSTRO IMPEGNO PER LA TUTELA DELLE TRADIZIONI POPOLARI CHIANTIGIANE"

"Veglie a Porcignano" di Reginaldo Cianferoni, premio Pozzale per la narrativa 1986, illustrato da Mino Maccari.

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Last update 13/04/02

12. Guerra nel Chianti

 

MARCELLO – Dal “bollettino” del Carusi avevamo saputo che il fascismo non si sarebbe fermato alle guerre d’Etiopia e di Spagna, ma avrebbe trascinato l’Italia nella guerra già scatenata da Hitler e che sarebbe stato sconfitto. Ma molti cedettero ai fattori e ai padroni che dicevano che il Duce avrebbe tenuto l’Italia lontano dalla guerra. Non è che questi contadini non fossero antifascisti: anche loro speravano nella fine del fascismo, ma non attraverso una guerra che faceva tanta paura e che consideravano il peggiore dei mali.

         Poi il 10 giugno 1940 è arrivata la dichiarazione di guerra da parte di Mussolini. Io e gli altri contadini di Santa Maria Novella abbiamo ascoltato il discorso del Duce in casa del Pievano Lapis perché era l’unico ad avere la radio. Eravamo quasi in famiglia e i contadini espressero tutta la loro avversione e anche la loro paura; qualcuna delle donne presenti si mise a piangere.

         Il pievano Lapis cercò di consolare tutti con un’argomentazione della quale sembrava molto sicuro: sarebbe stato una guerra lampo e i morti, da parte nostra, sarebbero stati pochi. Il prete Lapis nella sua gioventù era stato antifascista e si sapeva che da cappellano nella chiesa del Giglio a Montevarchi aveva fatto a pugni con alcuni fascisti. Ma poi la propaganda fascista l’aveva convertito, se non al fascismo, almeno al filofascismo.

 

MARCO – Forse questa conversione più che la propaganda fascista l’operò l’accordo fra Stato e Chiesa del 1929.

 

MARCELLO – Può darsi, ma per noi era impossibile risalire alle cause dell’evoluzione del pensiero politico di Don Lapis e tanto meno, capire la sua teoria sulla guerra lampo.

 

MARCO – Non era sua. L’aveva ripresa, e forse un po’ ingigantita, dalla propaganda fascista.

 

MARCELLO – I nostri vecchi nulla sapevano dei cambiamenti nelle tecniche di guerra, della guerra di posizione e della guerra di movimento. Loro, come sempre, si rifacevano all’esperienza del passato che in questo caso significava la terribile esperienza della prima guerra mondiale, una carneficina che durò quattro lunghi anni. Prevedevano una guerra lunga e sanguinosa e alla fine, grazie questo agli insegnamenti di Carusi e Pacciani, la sconfitta del fascismo.

         Certo i fatti sembravano andare nella direzione opposta: il Pievano Lapis, poco tempo dopo l’entrata in guerra dell’Italia, girò per i campi per far sapere ai contadini della trionfante entrata dei tedeschi a Parigi e lo fece forse per dimostrare che la sua contestata teoria della guerra lampo rispondeva a verità. Ben presto cominciarono però le pene dei genitori e delle spose che avevano figli e mariti in guerra. La guerra era lontana dall’Italia e non si ripeteva la carneficina della precedente, quando quasi tutte le famiglie contadine avevano uno o più caduti; ma cominciarono a mancare notizie dei militari perché la posta non arrivava o perché erano prigionieri.

         Legati a questa mancanza di notizie sorse una strana attività da parte di alcuni imbroglioni che dicevano di riuscire, attraverso l’esame di una fotografia, a vedere se il militare era vivo, dove stava e quali erano le sue condizioni di salute. A Radda molte donne si aggrappavano a questi imbroglioni e, poiché non erano disponibili sul posto, madri e spose si sobbarcavano le non lievi spese e fatiche per recarsi a Firenze o a Camucìa, dove vi era un veggente che godeva di molta fama. Un merito comunque a questi imbroglioni va riconosciuto prerché queste povere donne tornavano a casa sempre rinfrancate.

         La mia famiglia non fu colpita dai richiami alle armi perché io, che ero il maggiore dei fratelli, non avevo ancora l’età per il servizio di leva. Naturalmente non mancarono parenti e conoscenti per i quali stare in ansia, ma questo non impediva a me e agli amici della medesima età di cercare con tutti i mezzi allora disponibili di divertirci.

 

ANNITA – Tu hai già raccontato del ballo de La Lama.

 

MARCELLO – Il mio parente più stretto in guerra era un giovane zio che si chiamava Amato.

Quando fu dichiarata la guerra era già militare in Cirenaica all’autocentro dove guidava un camion. Ben presto fu fatto prigionieri dagli inglesi insieme a tutti i soldati del suo reparto che però riuscirono a fuggire e tornare nelle linee italiane con tutti gli automezzi. Per questo ebbe una licenza premio. Fu il primo raddese a tornare in licenza da un lontano fronte di guerra e ci fu chi a Radda lo accolse come un eroe. Ma lui non si sentiva così e aveva rafforzato al sua avversione verso i fascisti.

         Ricordo che, mentre mi trovavo da lui, dalla finestra di casa si videro arrivare due anziani fascisti in divisa che tornavano da Volpaia, dove facevano il servizio di guardiacaccia per i padroni in sostituzione dei richiamati alle armi; un servizio quindi molto utile ai proprietari delle riserva di caccia se non alla patria. Ma, si sa, la patria poteva servirsi anche facendo la guardia ad un bidone di benzina. I due si fermarono per salutare l’eroe, ma mio zio freddò subito i loro entusiasmi e disse:

-         Fra un poco butterete anche voi all’ortica codesta bella montura.

-         Ma che dici?

-         In Libia ho visto i vostri camerati fatti prigionieri dagli inglesi che hanno cercato con tutti i mezzi di disfarsi della divisa fascista; chi non riusciva a trovare un altro vestito preferiva rimanere in mutande.

I due fascisti ci rimasero molto male e non seppero replicare. Se ne andarono, come fanno i cani bastonati, con la coda fra le gambe. Mia nonna però continuava a temere i fascisti ed ebbe paura di qualche reazione se i due avessero riferito ai gerarchi le frasi disfatte del figlio:

-         Sei diventato matto? Che ti succederà?

e mio zio:

-         I’ che mi succede? Potrebbero rimandarmi in guerra prima della fine della licenza. Il male non sarà grande, tanto ci devo ritornare lo stesso.

A me mio zio sembrò davvero un eroe, se non della guerra, della verità; uno di quegli eroi che anche in tempo fascista sapevano dire senza paura cose sgradevoli in faccia ai potenti. Pensai che la guerra aveva fatto cambiare il carattere di mio zio, che era ammirato per la sua intelligenza e scaltrezza ed era, pur essendo ancora giovane, capace di far valere i propri interessi e difendere la sua pelle.

Ma il cambiamento di mio zio durò fino a che, nella sua mente, non si persero i rumori della guerra di Libia: i fascisti di Radda non fecero rappresaglie e mio zio riuscì a non tornare in guerra movendosi accortamente nel grande sottobosco fascista, non so se di Firenze o di Siena. Del resto a chi, come lui, non credeva né al fascismo, né alla sua vittoria, tutti i mezzi sembravano buoni se capaci di evitare un inutile sacrificio. Almeno io mi sarei comportato come lui.

Il fatto inconsueto è che un contadino riuscisse a tanto poiché, da che mondo è mondo, e anche in tempo fascista, solo i figli di papà, grazie ai loro denari e alle loro amicizie, riuscivano a imboscarsi, dopo aver gridato a lungo “viva la guerra” e aver manifestato a parole grande spirito patriottico.

Ma mio zio era un contadino inconsueto. Fu tra i primi a lasciare il podere dopo la guerra e a riuscire a far soldi. E poi i contadini possedevano, anche se in quantità limitata, prodotti alimentari che in quel tempo avevano un potere di corruzione superiore ai denari.

         Non è che i contadini chiantigiani disponessero di grandi quantità di  prodotti alimentari, né per tali fini né per il mercato nero, ma disponevano di qualche cosa in più di quanto in tempo di pace era destinato al mercato.

 

MARCO – Il fatto  è per me del tutto nuovo dato che, come tu ci hai raccontato in altre occasioni, i mezzadri chiantigiani in tempo di pace riuscivano appena a nutrirsi a sufficienza. In tempo di guerra la situazione peggiorò perché diminuì la produzione a causa della minore disponibilità di manodopera dovuta ai richiami alle armi. Così per lo meno dicano le statistiche.

 

MARCELLO -  Sì, è vero. Ma va tenuto presente che allora si spostò di fatto, se non di diritto, la divisione dalla produzione a favore dei mezzadri. Fino alla guerra, alla trebbiatura si divideva rigidamente al 50% perché era impossibile sottrarre il grano al padrone, c’era sempre qualche contadino ruffiano che faceva la spia al fattore. Durante la guerra si stabilì invece un’attiva solidarietà o, se qualcuno di voi vuole, complicità e omertà a sottrarre il grano ai padroni e all’ammasso. Un uomo o una donna andava a distrarre con qualche chiacchiera o con qualche scusa il fattore, altri uomini dirottavano i sacchi pieni di grano nella capanna e li nascondevano tra la paglia.

         Forse anche il fattore capiva e lasciava fare per paura o per benevolenza. C’era anche qualche fattore che diceva ai contadini: non voglio lasciarmi prendere in giro facendo finta di non vedere. Ditemi il grano che volete in più e se la cosa è ragionevole ve lo rilascio io spontaneamente; pensate però un pochino anche a me. Il risultato era che i contadini, a differenza delle altre categorie di lavoratori, non pativano la fame. C’era un mio parente operaio che, continuando un rapporto cominciato già prima della guerra, veniva spesso a casa nostra e si tratteneva a desina o a cena: in cambio ci aiutava per qualche ora nelle faccende. Durante la guerra aumentò la sua già notevole capacità di ingerire cibo. Questo gli consentiva, tornato a casa sua, di digiunare un poco e di lasciare quindi la sua razione agli altri familiari, familiari che beneficiavano anche di qualche chilo di pane di più che mia madre prima della sua partenza gli  dava con una raccomandazione non necessaria: - Per i vostri figlioli.

         Allora passava tanta gente a cercare qualcosa da mangiare; ad aver soddisfatto una parte sola delle richieste il nostro grano e il nostro olio sarebbero finiti presto. Si imparò a dire di no; ci sembrava che fosse nostro diritto di non soffrire la fame come giusto compenso alle nostre fatiche. Si riusciva a produrre grano lavorato con la zappa e con l’aratro tirato dai bovi in terreni che ora sono stati abbandonati e che tutti considerano non adatti alla coltivazione del grano, nonostante la disponibilità di tante e perfette macchine. Allora la fame provocò un ritorno alla terra e furono di nuovo coltivati i poderi più poveri che già prima della guerra erano rimasti senza mezzadri.

         Uno di questi poderi, la Sughera, che si trova verso Badia Montemuro, fu allogato a un minatore di Castelnuovo dei Sabbioni e ai suoi familiari. Queste persone, oltre ad essere denutrite, erano colpite da una miseria nera a causa della prolungata disoccupazione del capofamiglia. L’ex minatore fu soprannominato Cristo secco per via della sua magrezza. Anche d’inverno portava gli zoccoli e si difendeva dal freddo con una grossa maglia di lana fatta in casa che portava sulla pelle; non portava la camicia, e i pantaloni e la giubba erano quasi una ininterrotta successione di rattoppi.

         Naturalmente per avere la prima produzione di grano dovette aspettare un anno e in quell’anno la famiglia visse con il pane tesserato che andava a prendere a Castelnuovo dei Sabbioni. Vi andava, percorrendo parecchi chilometri a piedi, una figlioletta che si chiamava Bruna. Cristo secco aspettava sempre con impazienza il ritorno della figlia per poter mangiare la sua razione di pane. Lavorava nel bosco e si sentiva che chiamava la moglie:

-         Anna, è tornata la Bruna?

Ma una volta la Bruna, nel lungo viaggio, non ce la fece a portare il pane a casa e a piccoli bocconi se lo mangiò tutto per strada. Cristo secco non brontolò perché sapeva che ai morsi della fame era parecchio difficile resistere. Disse solo:

-         Non lo far più.

Finalmente arrivò il giorno in cui potè avere un po’ di grano e questo successe prima del raccolto perché la fattoria gli anticipò un piccolo quantitativo. Bisognava macinarlo e per questo era necessario avere un’apposita tessera che rilasciava il Comune. Cristo secco andò in Comune a Radda e si fece la tessera. Era però necessaria, per la validità, la firma del Segretario Politico che se ne stava al bar a giocare a carte, perché per sbrigare le pratiche del Comune aveva un orario prestabilito. L’impiegato comunale ebbe compassione e spedì Cristo secco al bar per la firma. Alla timida richiesta del poveruomo il Segretario, che si chiamava Emilio Martini e aveva un grosso pancione, senza alzare la testa dalle carte da gioco inveì contro l’impiegato comunale e il poveruomo e concluse:

-         Torna domani quando sarò in ufficio; al bar ho il diritto di non essere disturbato.

Cristo secco mormorò:

- Come si ragiona bene a stare al caldo e con la pancia piena, ma io, i miei figlioli e la mì donna sono due giorni che non si mangia nemmeno un briciolo di pane.

         Mentre Cristo secco e tanti altri poveri Cristi come lui percorrevano la loro stretta e ignota Via Crucis, grandi avvenimenti storici si avviavano a compimento sui fronti di guerra e in particolare sul fronte russo. I fascisti italiani passavano di sconfitta in sconfitta e le armate alleate sbarcavano sul suolo italiano. Poi arrivò il 25 luglio 1943 e l’8 settembre e poi ancora il ritorno dei fascisti sotto la protezione tedesca. Non penso che le nostre reazioni a quegli avvenimenti siano state diverse da quelle delle corrispondenti categorie e delle corrispondenti qualità di italiani e non meritano di essere raccontate. Mi pare invece che qualcosa possa essere detto sulle vicende o almeno su alcune delle vicende della guerra del Chianti, non perché siano state eccezionali, ma perché queste vicende, per i loro aspetti umani e sociali, sono l’una diversa dall’altra per cui non sarebbe possibile cavarsela dicendo: “come a Firenze”, come a “Siena” e nemmeno ”come nelle altre campagne toscane”.

         Nella mia zona non arrivarono grandi formazioni partigiane e mancarono anche iniziative per la formazione di piccole bande locali composte da contadini, così come avvenne in altre parti anche del Chianti.

         Partigiani raddesi ci sono stati, ma fecero parte di formazioni che operarono in altre zone. Da formazioni partigiane attestate in altri territori furono fatte azioni anche nel comune di Radda. In una di queste, verso Pian d’Albola, fu ucciso un tedesco ed un altro fu ferito. I tedeschi bruciarono le case coloniche vicine, dalle quali riuscirono a fuggire i contadini; un giovane di Selvose, che si era attardato nella zona dello scontro, fu catturato e ucciso.

         Vasta fu invece da parte nostra l’assistenza ai numerosi renitenti alla leva fascista che, quasi sempre disarmati, popolavano i nostri boschi o erano ospitati nelle case coloniche, senza badare ai rischi che questo comportava. Da noi non si presentò mai l’occasione di ospitare partigiani combattenti, ma non avremmo avuto incertezze al riguardo, così come fecero tutti i contadini.

         Un renitente alla leva che dormiva a casa mia passò un brutto momento durante uno dei due grandi rastrellamenti fatti a Radda e nelle campagne dai tedeschi per procurarsi manodopera da mandare in Germania. I tedeschi perquisirono la casa e uno di loro entrò nella camera dove il renitente dormiva in un letto insieme a mio fratello Toscano, che allora aveva sette anni. Preso alla sprovvista il giovanotto non trovò di meglio che nascondersi sotto il letto. Il piccolo Toscano non sentì il trambusto provocato dall’entrata in casa e in camera dei soldati tedeschi e continuò a dormire profondamente. IL tedesco vide il bambino e forse ricordò un figlio della stessa età lasciato in Germania. Lo baciò in fronte e, cercando di non far rumore per non svegliarlo, uscì di camera.

         Mia madre che aveva seguito il tedesco e visto la scena, attribuì tutto a un miracolo. E appena i soldati se ne andarono chiamò a gran voce il giovane dicendo:

-         Bisogna mettere una candela alla Madonna per  ringraziamento.

Fu trovata la candela e fu subito messa sotto un’immagine sbiadita che era a capo del letto stesso.

 

STEFANO – Tu dov’eri?

 

MARCELLO – Ero nel bosco del Bagnaccio a guardia dei bovi che avevamo nascosti. A parte quel miracolo, quella notte fu per Radda una notte di terrore. Alcuni che tentarono di fuggire dalle case furono uccisi. Di essi c’è rimasto in ricordo soltanto qualche cippo marmoreo.

         I giovani e meno giovani che furono catturati vennero spediti in Germania, qualcuno non è tornato, qualcuno è tornato ridotto a un lumicino per la fame e le sofferenze.

 

FABIO – Fra questi c’era mio padre che allora aveva 16 anni. La sua salute è rimasta per sempre compromessa e non gli è stata accordata alcuna pensione.

 

MARCELLO – E’ impossibile ricordare tutte queste nefandezze.

 

ZIA GIOCONDA -  Alla fattoria di Campalli i tedeschi violentarono una nostra contadina che si era sposata da poco. I vecchi zii di questa sposina furono costretti a preparare con una tenda una specie di parata dove i soldati si recavano uno alla volta.

 

MARCELLO – Cose del genere sono avvenute anche in un podere qui vicino. In verità si trattava di militari ubriachi che facevano queste imprese all’insaputa del loro comando. Se il comando veniva a conoscenza del fatto i militari venivano puniti e, forse per questo, gli episodi di violenza alle donne non furono frequenti. Per evitarli i reparti tedeschi si trascinavano dietro delle prostitute.

 

ZIA GIOCONDA -  Alla fattoria di Campalli i tedeschi avevano con loro due donne italiane che tenevano in un capannino in muratura.

 

MARCELLO – Del resto i tedeschi sapevano che la violenza alle donne comportava per loro molti rischi. Nel caso al quale ho accennato uno dei soldati teneva sotto il tiro della sua rivoltella gli uomini di casa che, come al solito, erano soltanto i vecchi. I giovani, come quasi sempre accadeva, si erano nascosti. Dal loro nascondiglio non vedevano, ma sentivano e capivano. Meditarono allora di uccidere quei tedeschi e poiché non avevano armi a portata di mano andarono a cercarle in una casa non molto lontana dove sapevano che erano nascoste. Vi andarono senza temere di essere scoperti: la loro rabbia era tropo grande per ricordarsi di essere prudenti. Forse per loro e per nostra fortuna le armi erano state spostate e persero tempo; quando tornarono i tedeschi se ne erano già andati. E’ evidente che in quelle circostanze era impossibile farsi trattenere dal timore di rappresaglie, timore che invece era prevalso in altre occasioni, in occasione ad esempio di razzie effettuate da militari isolati. Ricordo che in una di tali razzie a qualcuno saltò in mente di uccidere il tedesco: ne fu dissuaso dagli altri per il timore che l’uccisione fosse scoperta e per la certezza che in quel caso sarebbe scattata la rappresaglia contro bambini, donne e persone anziane.

 

MARCO – Il timore delle rappresaglie non mancò nemmeno nel movimento partigiano che, in non pochi casi, per evitarle rinunciò ad azioni contro i tedeschi. Ma operò soprattutto nella preparazione e nell’organizzazione della resistenza armata. Specialmente nel mondo contadino l’odio contro i tedeschi invasori era generale, ma quando si trattava di passare all’azione l’obiezione che sorgeva era di questo tenore: per quanto mi riguarda non ho nessuna paura, il mio timore è quello di colpire le persone inermi, verso le quali abbiamo una responsabilità. Qualche volta queste obiezioni erano prevalenti sul desiderio di impugnare le armi contro i tedeschi e i fascisti e allora, come mi sembra sia il caso di Radda, era difficile organizzare in loco la resistenza armata; qualche volta prevalevano, anche per le spinte e le circostanze esterne quali l’insediamento di formazioni partigiane provenienti da fuori, gli altri sentimenti e allora la resistenza diventava più attiva.

         Da alcune parti, e anche nel Chianti, sono nate iniziative locali. Ma il fatto forse più significativo è che, ove i partigiani sono arrivati dall’esterno, i contadini li hanno aiutati con tutti i mezzi e sono entrati a far parte in gran numero delle formazioni accettando ogni rischio, pur sapendo appunto che sarebbero stati essi a sopportare, come nella realtà è avvenuto, il maggior peso delle feroci rappresaglie. Le incertezze erano solo iniziali e bastava poco a farle superare.

 

MARCELLO – Anche noi quando si sono presentati partigiani a chiedere cibo non solo non abbiamo avuto nessuna esitazione, ma siamo andati anche a cercare i prodotti che avevamo nascosto per rifornirli. Ma queste richieste erano piuttosto rare, perché i partigiani preferivano andare alle fattorie dove sapevano che vi erano molte più disponibilità e anche fattori e padroni fascisti. Si recarono così in forze alla fattoria di Pian d’Albola. Fu detto allora da parte del fattore che i partigiani avevano fatto una razzia del tipo di quelle dei tedeschi. La verità è che non ebbero bisogno di azioni brutali perché il personale di fattoria, forse più per paura che per conquistarsi della benemerenza antifascista, si precipitò a dare ai partigiani tutto quello di cui avevano bisogno.

         I momenti più drammatici della guerra si ebbero durante la ritirata tedesca, quando nelle battaglie furono coinvolti parecchi civili; numerosi furono i morti fra la popolazione a Vertine e a Volpaia e in altre località o case isolate.

 

FABIO – E’ risaputo che la guerra moderna coinvolge forse più i civili dei militari. Ecco perché io penso, tornando alla questione delle feroci rappresaglie tedesche, che esse purtroppo non potevano che essere considerate dal movimento partigiano allo stesso modo dei bombardamenti aerei, delle cannonate e delle mine vaganti. Per evitare nel futuro, anche prossimo, queste ed altre ancora più terribili cose, l’unico modo è quello di battersi per la pace.

 

MARCELLO – Penso che il ricordo di quei giorni possa rafforzare in quelli che li hanno vissuti e in quelli che sono nati successivamente codesta necessità. Certo non è facile trasmettere a chi non c’era la nostra esperienza, o forse è possibile farlo pienamente solo per quanto riguarda la paura, ma questo può avere anche aspetti negativi, causare sfiducia, come già è avvenuto per noi attraverso coloro che avevano partecipato alla prima guerra mondiale.

         Un fatto che, a prima vista, può sembrare strano è che nei giorni del passaggio del fronte di guerra, i più impauriti erano gli ex combattenti della prima guerra mondiale, anche quelli che allora erano stati decorati per atti di coraggio. Uno di questi, quando i pericoli erano più grandi, non trovava di meglio che prendere l’iniziativa di recitare il rosario e non si trattava di un uomo che prima della guerra si distinguesse per un particolare zelo religioso. Io gli dicevo:

-         Che credete di salvarvi con il rosario?

E mi rifiutavo di biascicare avemarie. Ma lui rispondeva:

-         Ragazzo mio, la mia esperienza dell’altra guerra mi dice che a questo punto noi non possiamo fare più nulla: si va da una parte perché si crede di essere più sicuri e invece s’incontra la morte. Non si può sapere quello che fare. Solo la Madonna ci può salvare.

Nel nostro mondo contadino ogni occasione era buona per chiedere grazie alla Madonna, ma in quei giorni le domande di grazia si moltiplicarono perché era sentita profondamente l’impotenza dei singoli di fronte ai pericoli della guerra.

Tutti, più o meno, avevamo paura e questo credo sia naturale e umano.

Eppure la paura non ci impediva di affrontare rischi che, a ripensarci ora, sembravano sproporzionati rispetto ai ricavi che se ne traevano. Mi riferisco al fatto che per non perdere una parte sola del raccolto eravamo capaci di lavorare sotto le cannonate o di affrontare i rischi dei rastrellamenti tedeschi. Contro le loro razzie eravamo poi sempre pronti a sfidare perfino la morte.

         Durante la ritirata i tedeschi aumentarono le razzie, specialmente per quanto riguarda il bestiame che adoperavano anche per muovere e trasportare i cannoni. Forse a questo punto ci sta bene un curioso episodio che mi viene ora in mente. I tedeschi avevano attaccato un paio di bovi ad un cannone, ma li avevano attaccati al contrario, cioè avevano posto il bove destro sulla sinistra e viceversa. In qual casi i bovi non sanno lavorare e anziché muoversi pongono di traverso le parti posteriori e questo fa cadere a terra il giogo. La scena era osservata da mio fratello Toscano che, come tutti i ragazzini, era inconsapevole dei pericoli che correva e anzi trovava divertenti i movimenti dei soldati. Il tedesco che guidava i bovi si arrabbiò e uscirono dalla sua bocca parole incomprensibili per Toscano. Forse pensava che quei bovi erano stati addestrati alla disubbidienza verso i tedeschi da parte di qualche astuto contadino italiano. Toscano avrebbe voluto spiegare che quel soldato non sapeva guidare i pur mansueti bovi. Ma, nell’impossibilità di dare una spiegazione, e non solo per via della lingua, prese di mano al tedesco le guide dei bovi per fare lui l’operazione come tante volte aveva visto fare e anche fatto, così come oggi i ragazzini, con pericoli ben più grandi, tentano con l’assistenza dei genitori di guidare le automobili.

         Ma il tedesco credette ad una piccola aggressione e affibbiò un pedatone al ragazzino lasciandolo per terra. Toscano, inviperito per l’aggressione, si rialzò rapidamente e ancor più rapidamente fece la corretta operazione e i bovi si mossero docili alla sua debole voce infantile del “via”. Il soldato che aveva la guida dei bovi rimase quasi umiliato, ma dalle parecchie decine di tedeschi che stavano a guardare partì una grande risata. Toscano, senza volerlo e capirlo, diventò quasi un piccolo eroe tedesco e qualcuno dei militari gli regalò dei cioccolatini che portò trionfante in casa anziché divorali subito.

 

FABIO -  Così mancò poco che i Vanni diventassero filotedeschi e, di conseguenza, filofascisti. Sarebbe bastata qualche altra caramella.

 

MARCELLO – Non scherzare. La mia mamma non si entusiasmò affatto al racconto di Toscano e si rese conto del pericolo che aveva corso e del pericolo che in quei giorni un ragazzino incontrava girando all’aperto. Cercò di tenerlo in casa, sgridando e sculacciando, ma non sempre ci riuscì perché i ragazzi dei contadini erano abituati a scorrazzare all’aperto dalla mattina alla sera. I ragazzi hanno sempre dato preoccupazioni di ogni genere ai genitori.

         Un’altra nostra preoccupazione riguardava i bovi ai quali volevamo evitare la brutta fine di quelli che il piccolo Toscano si era casualmente trovato a guidare. Per questo, come altri contadini, si cercò di nasconderli. Il compito fu dato a me quale bifolco della famiglia. Avevo allora un paio di bovi che erano una meraviglia: io ero affezionato a loro e loro a me. I bovi hanno un carattere simile a quello degli uomini e come gli uomini sono di diversa natura: c’è quello più intelligente e quello meno intelligente; quello che ha più e quello che ha meno voglia di lavorare; chi è affettuoso e chi è scontroso. Quei bovi avevano tutte le migliori qualità: li avevo acquistati da un altro contadino di fattoria che li aveva messi in vendita perché con lui non legavano. Io invece li avevo adocchiati da tempo e mi garbavano. Fra me e loro ci furono subito rapporti di amicizia e, nel lavoro, di perfetta intesa e collaborazione. Una volta mi assentai per settimane; tornai a notte fonda e andai subito a vedere i miei bovi: avevano già mangiato e bevuto tranquillamente, coricati su un letto di paglia fresca che, in mia assenza, aveva preparato mio padre.

         In quella posizione e condizione i bivi sono di una pigrizia inimmaginabile; per farli alzare il bifolco deve chiamarli a gran voce e dar loro delle grandi, anche se amichevoli, manate. Invece i miei bovi appena mi sentirono e riconobbero i miei passi, si alzarono, rugliarono e saltarono con le gambe di dietro; con le gambe davanti non potevano farlo perché erano legati corti alla mangiatoia. Mio padre disse:

-         Che succede? Qualcosa gli ha fatto paura?

-         No – risposi io – sono contenti che sono tornato.

Con amici così dovevo tentare il tutto per tutto per salvarli dalle grinfie dei tedeschi. Avrei potuto dire: i bovi sono di proprietà del padrone, è lui che ci deve pensare. Ma i bovi erano amici miei e non del padrone. Così portai i bovi nel bosco del Bagnaccio in un punto in cui scorre un borro e c’è, sotto una grande pietra, una piccola grotta. L’ingresso della grotta fu accuratamente chiuso con delle frasche, per cui se si passava anche a soli quattro metri di distanza non si vedeva il nascondiglio. Nella stessa grotta furono portati anche i bovi della famiglia di Annita e di un altro contadino della fattoria di Santa Maria Novella.

         Vi fu subito il pericolo di aver fatto un lavoro del tutto inutile perché i bovi messi dentro a quella grotta ogni tanto mandavano grandi muggiti, tanto che sembrava dicessero ai soldati tedeschi che passavano dalla strada, pure piuttosto lontano, “veniteci a prendere”. Allora io cominciai ad accarezzare i miei bovi e a dirgli con la voce più dolce che mi era possibile:

-         Ma che siete matti? Volete essere presi e uccisi da quei tedeschi neri, voi che siete così candidi?

Tutti i bovi chianini hanno il mantello bianco, ma i miei avevano un pelo così lucido da sembrare appunto candido. Non ci crederete ma mi intesero davvero. Credo che i miei bovi capissero non soltanto le parole usate per il lavoro: vai; accosta; al solco; schsch, che significava “fermatevi”, ma anche le frasi o almeno il loro senso.

         Le altre due paia di bovi non potevano capirle, i loro bifolchi non ci provavano nemmeno: allora furono riportati  a casa e i tedeschi se li presero comodamente. Fortuna volle che i bifolchi si rivolsero al proprietario di Castelvecchi, il Conte Gutierrez de la Solana, console spagnolo, che al comando tedesco dichiarò che i bovi erano di sua proprietà e furono restituiti.

D’altra parte quella restituzione non era per loro un grande sacrificio: dovevano soltanto durare la fatica di cercarne altri, magari nei boschi dato che le stalle erano ormai sguarnite. Cresceva perciò il pericolo per i miei bovi.

Gli raccomandai di nuovo di non muggire, per paura che se ne fossero scordati.

         All’arrivo dei soldati alleati i miei bovi furono i primi ad essere davvero liberati. Sciolsi le funi che li tenevano legati; purtroppo quelle funi nei quaranta giorni di cattività, ché tanto durò la loro segregazione nella grotta, avevano fatto delle piaghe purulente sotto le corna che dovetti quindi per prima cosa asportare con alcuni rudimentali strumenti. Poi il mio:

-         Via!

Non ho mai visto degli animali così felici al via: presero la rincorsa e con la coda ritta, uno avanti e l’altro dietro, scambiandosi ogni tanto di posizione come fanno i corridori ciclisti, andarono dritti dritti a casa,per il percorso più breve, attraversando campi e boschi. Io arrivai venti minuti dopo, ansimando.

         La mia personale liberazione fu invece una delusione. A Santa Maria Novella arrivarono per primi i militari sudafricani, con jeep, camion, carri armati. I tedeschi occupavano le case: loro invece si attestarono, o meglio occuparono, un nostro bel campo di grano che in tempi normali sarebbe già stato mietuto, ma ovviamente quell’anno ciò non era stato possibile. Qualche tentativo nei momenti di pausa era stato fatto, non da me che me ne stavo nascosto, ma dai miei genitori e dai ragazzi, tanto che nel campo c’erano rimaste le falci e l’incudini. Mia madre, che vide tutto quel viavai dei soldati e si lamentava per il grano che veniva calpestato e arrotato, mi disse:

-         Vai almeno a riprendere le falci e l’incudine.

E io ben volentieri ci andai nella speranza anche di vedere più da vicino quei militari.

         All’ingresso del campo di grano, diventato campo militare, c’era un soldato che regolava il traffico delle macchine e che mi lasciò passare. Più in là ne trovai un altro, anche lui addetto al traffico, che aveva un’altezza doppia della mia.

 

ANNITA – Non ci vuol molto ad avere un’altezza doppia della tua!

 

MARCELLO – Quel militare fece un gesto che chiaramente significava:

-         Che ci fai tu qui?

Feci capire che vi ero andato per riprendere le falci e l’incudine. Me li lasciò prendere e poi mi fece un cenno per dire:

-         Vattene.

Io invece mi attardai un po’ con l’intenzione di curiosare e allora quella specie di gigante mi allungò un pugno in faccia che mi fece rintronare tutto il cervello. Non fu però il dolore a farmi male, ma piuttosto l’idea che mi passò per la testa rintronata:

-         Porca miseria, non le ho buscate dai tedeschi e le ho prese invece dal secondo militare dell’esercito di liberatori che ho incontrato!

Un altro militare alleato ritenne esagerata la punizione che mi era stata inflitta e tirò fuori da una tasca una stecca di cioccolata e me la dette. Con quella stecca e con le falci mi avviai svelto verso casa.

Poco dopo commisi un’altra piccola gaffe. Si presentò a casa mia, con i modi gentili che i liberatori devono avere, un’ufficiale, non ricordo per quale motivo. Io, sempre per la mia innata curiosità, gli domandai:

-         Inglese?

Si arrabbiò e poi mi disse:

-         No, sudafricano.

A parte il pugno ricevuto e l’arrabbiatura dell’ufficiale, fu per noi una fortuna che a Santa Maria Novella arrivassero per primi i sudafricani ché fino a Castellina la liberazione avvenne da parte dei marocchini. Si invertirono le parti: con i tedeschi dovevano nascondersi gli uomini giovani, con i marocchini dovettero nascondersi le donne, e non solo quelle giovani.

     La famiglia di mio cugino abitava al Castello di Monteranno e con l’arrivo dei marocchini le donne si nascosero nel rifugio del castello che da antiaereo divenne antifuscello. Una donna di ottanta anni si stancò a stare nel rifugio e disse:

-         Vado a casa, a me i marocchini non fanno niente, sono vecchia e brutta.

Ma il giorno dopo tornò nel rifugio antifuscello di buonora per non aver più gli incontri della sera avanti.

-         Buonanima della mi’ ninna! Non avessi mai avuto l’idea di tornare a casa. Quanti marocchini ho trovato per strada e quanti ne ho dovuti accontentare!

 

ZIA GIOCONDA – Voi ridete; non ridevano però quelle povere sposine di Campalli che furono violentate dai marocchini. Per fortuna furono fatte loro delle iniezioni e nessuna di esse ebbe figli a causa di questi brutti incontri.

 

MARCELLO – Con questa però si può ridere tranquillamente perché non sono coinvolte in maniera così terribile delle donne, ma una bella ciuca e una soltanto.

         Un contadino di Castellina aveva appunto una ciuca e alcuni marocchini, molto educatamente, gliela chiedevano in prestito per la sera e poi la riportavano con tanti ringraziamenti. La cosa si ripeteva da diversi giorni e il contadino si incuriosì:

-         Che ne faranno della mi’ ciuca?

E spiò l’accampamento marocchino. Ogni volta che raccontava a veglia quello che aveva visto il contadino faceva parecchie varianti, ma concludeva sempre allo stesso modo:

-         Non avrei mai creduto che la mi’ ciuca, che era tanto virtuosa si fosse abbassata a fare la puttana del reggimento.

 

MARCO – Mi pare che questi racconti abbiano uno spiccato sapore razzista; anche quando i fatti sono veri, e io ne dubito, c’è modo e modo di raccontarli.

 

MARCELLO – Io li so raccontare così. Ma, non per scolparmi, desidero aggiungere che non ritengo migliori di quelle che ho raccontato le raffinate violenze contro le donne che si fanno oggi da noi o che hanno fatto gli uomini degli eserciti dei paesi ritenuti più civili. Per rimanere in questo campo vi dirò qualche cosa dei rapporti fra i soldati alleati e le nostre ragazze, ma non credo di riuscire a trovare nulla per stare un po’ allegri.

 

FABIO – Possibile che tu non abbia nulla da raccontarci di allegro, insieme alle cose serie, come hai fatto finora? Per quanto ne so il materiale in questo campo è  molto abbondante.

 

MARCELLO – Il fatto è che per vedere il lato comico dei fatti occorre non esserci coinvolti a fondo e, nell’amore, non essere gelosi. E invece io, debbo confessarlo, ho visto con una certa gelosia le facili conquiste delle nostre ragazze da parte dei militari.

 

ANNITA – E’ vero. Non solo lui ma tutti i giovanotti chiantigiani erano gelosi dei bei ragazzi stranieri.

 

MARCELLO – Vada per i bei ragazzi stranieri; ma in verità le conquiste più numerose delle nostre donne le fecero i militari del ricostruito esercito italiano. Tolte le divise alleate erano proprio uguali a noi. Ma per capire meglio tutto questo bisogna entrare nei particolari.

         I soldati alleati ci apparvero dei grandi signori, per i mezzi in loro possesso e per il modo piuttosto comodo con cui facevano la guardia. Ci saranno state nei nostri campi cinquecento bocche da fuoco, di cui quattro di grande dimensione, poste in basso lungo la Pesa. Spararono fintanto che non fu liberata Firenze; i cannoni erano uguali a quelli tedeschi ma gli artiglieri sembravano tanti signori dottori in camice bianco di un ospedale: la mattina quando si levavano erano tutti in pigiama bianco e stavano su comode amache ad ascoltare la radio o a leggere. Ogni tanto un altoparlante diceva i dati per sparare: gli artiglieri andavano al loro pezzo e quasi come robot eseguivano gli ordini. Poi tornavano a letto o a leggere o a ascoltare la radio.

         Si trattava però di signori ai quali piaceva entrare come amici nelle nostre povere case specialmente dove c’erano delle ragazze. Il militare, anche quando sta bene, ha nostalgia della sua famiglia lontana e cerca un po’ di calore umano e di affetto; la donna poi, come tutti sanno riempie i suoi sogni e quei sogni cerca di tradurli in realtà. Questi militari colmarono le nostre case di generi alimentari, ma anche di altri doni talvolta anche di notevole valore. Credo che questo non dipendesse soltanto dalla loro ricchezza, perché erano pronte ai togliersi il pane di bocca e le scarpe dai piedi. Le famiglie che per prima accettarono tutte queste attenzioni furono quelle, assai numerose, degli sfollati. Erano arrivate da diverse città toscane specialmente da Livorno e furono collocate nei locali pubblici, presso le ville, le fattorie, e le case coloniche. Erano riusciti a sfuggire ai bombardamenti aerei, ce non colpirono il nostro territorio, ma poi attraversarono i mesi in cui il fronte della guerra sostò nel Chianti provocando lutti, paure e disagi relativamente molto superiori a quelli delle grandi città toscane. Ora queste famiglie avevano sofferto e soffrivano la fame molto più delle famiglie contadine e anche di più di quelle non contadine che, essendo del posto, potevano più facilmente trovare qualche via traversa per un supplemento al razionamento, via che il più delle volte portava a parenti contadini e a proprietari terrieri. Pesava poi su queste famiglie nonostante l’ospitalità chiantigiana, la lontananza dalle loro città.

         Tutto questo creava le condizioni più favorevoli per rapporti fraterni tra i militari e le famiglie sfollate e poi anche per la conquista delle ragazze, una conquista che avveniva senza resistenza, salvo le consuete schermaglie fra innamorati, che fanno parte delle regole del gioco. Poi i militari sudafricani estesero con facilità le loro conquiste alle ragazze dell’intera società chiantigiana compresa quella contadina, forse per l’effetto trascinamento.

         Ma la loro stagione fu brevissima, più corta dell’estate 1944 nella quale arrivarono: la guerra li portò lontano. Furono sostituiti direi degnamente da militari italiani che, grazie anche alle brecce già aperte nei cuori e non solo nei cuori dei sudafricani e ad altre circostanze favorevoli, raggiunsero conquiste ancora più numerose. Il territorio di una parte del Chianti era stato prescelto per la formazione e l’addestramento delle nuove divisioni italiane che avrebbero combattuto insieme agli alleati. Si trattava dunque di soldati che press’a poco si trovavano nella condizione del riposo del guerriero e questo durò parecchi mesi, fintanto che i militari non furono inviati al fronte.

         In un piccolo territorio erano concentrate piccole divisioni e questo significava che ciascuna ragazza era assediata da parecchi soldati. E gli assedianti avevano armi efficaci, quali generi alimentari, le automobili e soprattutto il tempo, un tempo libero quasi illimitato. Noi giovanotti civili di tempo ne avevamo poco perché, come e più di prima, in aggiunta al lavoro normale dovevano riparare i danni della guerra; loro potevano permettersi di portare le ragazze a spasso molto lontano con la jeep, magari con il contorno di qualche giovanotto locale che reggeva la candela.

 

STEFANO – Che significa reggere la candela?

 

MARCELLO – Non so l’origine di questa espressione, allora molto usata, ma il suo significato è chiaro: reggere, in maniera figurata, la candela significava partecipare ai convegni amorosi solo come spettatore. Se c’erano ad esempio due coppie in amore e queste ti invitavano gentilmente a passare una serata insieme, si rifiutava dicendo: io non reggo la candela. Era quindi una parte additata a disprezzo di tutti. Ma era difficile sottrarsi agli inviti contemporanei delle ragazze e dei militari.

         Su una jeep salivano molte persone che percorrevano decine di chilometri per andare a ballare in locali affollatissimi. Allora le donne, che erano sempre molto meno degli uomini, dovevano fare un ballo con noi e uno con i militari. Era un regolamento inventato, non so da chi, per far sì che i borghesi non fossero esclusi dal ballo. Ma se si riusciva un po’ a ballare, non si riusciva ad avere dalle donne  favori di altra natura che, in assenza di un regolamento specifico (anche se inventato), erano riservati soltanto o quasi ai militari.

Allora, sconsolati, al ritorno si cantava:

-         Osteria numero uno, non si frulla più nessuno,

solo inglesi e americani frullan più dei cani..

Osteria numero due, paraponzi,  ponzi, pa,

con cioccolata, caffè, e scarpine,

han convinto anche le mammine…

Naturalmente in questo canto c’era tutta la nostra amarezza a anche tanta esagerazione, soprattutto perché vi era l’amore vero e molte coppie si giuravano, sinceramente per quella stagione, amore eterno. Il fatto è che le frullarono tutte.

 

ANNITA- Come al solito tu esageri.

 

MARCELLO – Diciamo quasi tutte. Certo è che in pochissimo tempo i costumi  cambiarono radicalmente. Ma la forza della tradizione, gli amori aperti e in breve tempo troncati lasciarono dolorose ferite e furono anche causa di non poche tragedie, specialmente al ritorno a casa dei nostri militari, dopo anni di prigionia in terre lontane. Le loro spose erano rimaste quasi tutte fedeli, per loro virtù o perché erano soggette ad una stretta sorveglianza dei familiari; non così tante fidanzate che furono travolte dai brevi amori con i militari italiani o alleati che stanziarano nel Chianti.

Vi racconto questa che , con qualche non grossa variante, ebbe non poche ripetizioni.

         Una ragazza aveva aspettato il fidanzato prigioniero per molto tempo dimostrandosi di una fedeltà a prova di bomba, tanto che la gente la portava ad esempio e diceva:

-         Ma come è brava la Rosina. Quando il fidanzato tornerà potrà esserne contento non tutte sono come lei. Poi arrivarono i soldati alleati e un sudafricano conquistò il suo cuore e anche qualche altra cosa. Fu una breve stagione come tante altre perché il militare partì. Solo qualche sudafricano tornò per impalmare le belle incontrate nel Chianti. La guerra portava lontano e le promesse erano facilmente dimenticate. Anche per la Rosina quell’avventura poteva essere una breve parentesi. Ma la mamma del fidanzato prigioniero in sua assenza si riteneva investita del sacro compito di sorvegliare la ragazza. Era una donna tutta casa e chiesa che governava la famiglia con grande energia e senza ammettere deroghe alle sue regole. Già durante l’idillio con il militare alleato questa donna aveva affrontato la ragazza e l’aveva trattata con tutti gli epiteti del caso. Ma la ragazza aveva tranquillamente replicato:

-               Il vostro ragazzo è ora libero da ogni impegno verso di me e io mi ritengo fortunato perché ho scansato il pericolo di avere una suocera come voi.

Quando il figliolo tornò, sembrò però che non fosse così. Il sudafricano era ormai lontano e il fidanzato pareva disponibile a sposare la ragazza. Ma la madre fu ancora più implacabile verso il figlio  e lo incalzava spalleggiata da altri familiari:

-         Tu non sarai così bischero da prenderti i resti dell’esercito?!

Il reduce sotto quel bombardamento si convinse che quel matrimonio non era conveniente per lui e abbandonò la fidanzata. Rosina allora pianse per giorni interi: forse nel riprendere i contatti con il fidanzato le era rinata la vecchia fiamma; forse aveva paura di rimanere zitella.

 

ZIA GIOCONDA -  Forse si era pentita del suo peccato.

 

MARCELLO – Quando quella madre seppe del pianto della ragazza ne fu quasi soddisfatta e commentò:

-         Gli sta bene, ora è troppo tardi.

 

ZIA GIOCONDA – Che è successo poi dei due?

 

MARCELLO – Lui si sposò dopo qualche anno con un’altra ma anche lei era un resto dell’esercito. Era impossibile per chi non era un ragazzino trovare una sposa che in qualche modo non fosse stata coinvolta dai turbini sentimentali provocati dalla guerra. Anche la Rosina si sposò e non so se perché lo sposo non badasse ai suoi precedenti o perché anche lui non trovò di meglio. Ora hanno tutti passato la sessantina e sarei curioso di sapere da loro come guardano il passato. Ma li ho persi di vista e del resto a domande di questo genere non risponderebbero o risponderebbero con poca sincerità. Si può però immaginare che ciascuno dei due anzi dei quattro, vede il passato in  maniera diversa secondo il successo del matrimonio. Qualcuno forse pensa:

-         O se avessi…

Ma io voglio credere che non ci siano rimpianti di quello che non è stato e che poteva essere. I tempi sono completamente cambiati e le mamme come quella di Nanni sono ormai morte e sepolte. Non saprei però dire se tutto è cambiato in meglio. So invece che quegli anni hanno lasciato profonde tracce anche in altre cose. Ve lo racconterò la prossima volta quando ci ritroveremo a veglia.


Arrivederci alla prossima storia....Commenti sono sempre graditi:-)


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Ultimo aggiornamento 13/04/02- Pagine web a cura di Luca Robustelli
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