"IL NOSTRO IMPEGNO PER LA TUTELA DELLE TRADIZIONI POPOLARI CHIANTIGIANE"

"Veglie a Porcignano" di Reginaldo Cianferoni, premio Pozzale per la narrativa 1986, illustrato da Mino Maccari.

Sorry only italian text Babel FishTranslate 

Last update 19/05/02

13. Contadini senza soggezione

 

MARCELLO - Ho cominciato a occuparmi di politica nel 1944, subito dopo l’arrivo degli alleati a Radda, insieme a tutto il gruppo di giovani del quale facevo parte e che, fino a allora, aveva pensato solo a andare a caccia di donne e a divertirsi. L’attività politica ci portò a tralasciare le nostre solite baldorie, ma ogni occasione era buona, anche in momenti d’impegno, per dar sfogo alla nostra allegria.

Quanto all’impegno politico eravamo in ritardo nei confronti di altri gruppi di giovani, anche di zone vicine, che avevano partecipato attivamente alla Resistenza come partigiani e che già allora si erano collegati, più o meno stabilmente, con certi antifascisti della provincia di Siena.

Il nostro interesse per la politica nasceva dall’esperienza della guerra e soprattutto dal fatto che ci pareva ormai fuori dei tempi la nostra condizione di mezzadri e la nostra soggezione verso i padroni, soggezione che del resto anche in epoca fascista nei giovani era molto minore che nelle generazioni precedenti. Naturalmente nel nostro gruppo c’erano giovani che avevano una maggiore sensibilità per le questioni politiche e sindacali e anche la capacità di trascinare gli altri.

Fra questi primeggiava Gino Provvedi, di sei anni più grande di me e con un’esperienza molto più vasta, avendo partecipato alla guerra fino al fronte russo. Allora si stabilirono legami organizzativi e di fiducia con i comunisti di Siena e di Poggibonsi che erano attivissimi nella propaganda nelle campagne, propaganda che trovava un fertile terreno in noi giovani che eravamo un più che efficace anello di congiunzione con tutto il mondo contadino, anche con quello ancora immobile e legato alla stretta osservanza delle pratiche religiose; un mondo che non aveva alle sue spalle, a differenza di tante altre zone della Toscana, l’esperienza delle grandi lotte del primo dopoguerra, anche se ormai lontane.

Il nostro primo lavoro politico-sindacale fu quello della revisione dei libretti colonici, cioè delle scritture contabili di conto corrente fra mezzadro e podere; un compito in apparenza oscuro e di poco conto, ma che ebbe grande importanza perché rispondeva a necessità molto sentite e elementari dei mezzadri. Fino ad allora i mezzadri, quasi tutti analfabeti, non erano stati in grado di controllare le scritture. Quando mio nonno Tatini tornava dai saldi, cioè dalla chiusura dei conti con il padrone che si faceva in fattoria una volta all’anno, lui - sempre allegro e di buon umore - era arrabbiato e triste. Si era fatta in anticipo una certa idea dei risultati contabili, idea che risultava sempre sbagliata in peggio, molto peggio, e lui, che pure era un uomo intelligente, non sapeva spiegarsene la ragione; gli nasceva perciò il sospetto di essere stato imbrogliato dal fattore e dal padrone.

Allora i mezzadri non ricorrevano a persone di fiducia capaci di revisionare i conti. Le ragioni di questo comportamento erano diverse e talune affondavano profondamente nella mentalità contadina: i contabili privati erano pochi e quasi tutti al servizio dei padroni, quindi, agli occhi dei contadini, poco fidati; c’era soprattutto una specie di pudore a far sapere a persone estranee le condizioni economiche della famiglia, buone o cattive che fossero, condizioni che risultavano chiaramente dai libretti.

ANNITA - C’era il pudore, ma c’era anche la volontà o il tentativo di non rivelare ad altri nemmeno i più piccoli e insignificanti “interessi” della famiglia; e questo accad4eva anche ai Vanni e agli Strambi.

MARCELLO - Poi, magari, tutti sapevano delle condizioni economiche delle varie famiglie perché le notizie, anche se approssimative, filtravano dallo scrittoio della fattoria; ma non era soltanto questione di ingenua riservatezza, c’era anche quello che ho chiamato pudore, specialmente per quanto riguardava certe operazioni, quali la richiesta di denaro al padrone per far fronte a particolari necessità. Già il fattore inquisiva prima di dare i soldi (specialmente se il contadino aveva altri debiti); il timore di domande fatte esplicitamente, o anche solo pensate, appariva ancor più insopportabile.

- Cosa penserà di me il lettore del libretto colonico quando vede che ho chiesto i soldi al padrone? Penserà che sono un buono a nulla e invece quei soldi mi sono stati necessari per curare la malattia di mia figlia.

La guerra aveva in gran parte liberato anche da questo tipo di soggezione, ma ricordo che alcuni vecchi mezzadri, quando venivano da noi a farsi revisionare il libretto colonico, si assicuravano che nell’ufficio non ci fossero orecchie indiscrete. Noi queste cose le sapevamo bene e se capitava qualche persona, anche ben conosciuta, lontanissima dall’idea di ficcare il naso in queste faccende, per delicatezza e rispetto verso il mezzadro si smetteva l’esame del libretto.

Forse anche per questo, e soprattutto per la nostra competenza, si stabilì subito un rapporto di piena fiducia verso di noi. Si trovarono errori materiali e anche veri e propri falsi. Noi, poi, si dava ai mezzadri i consigli per come comportarsi al saldo e si chiedeva che le scritture fossero conformi alle nostre rivendicazioni sindacali. I mezzadri seguirono alla lettera le nostre indicazioni, anche quando si trattava di vecchi capoccia non tanto esperti. E a proposito ho da raccontarvene una bellina.

Dondolo, soprannome di Giocondo Ermini, era il capoccia di una famiglia di mezzadri della fattoria di Volpaia del Conte Capponi. Era un uomo che all’apparenza sembrava piuttosto addormentato, ma che in realtà sapeva fare il suo mestiere e difendeva gli interessi della famiglia, nonostante - come tanti altri - fosse analfabeta.

Dondolo fu chiamato in fattoria, insieme agli altri mezzadri, per la chiusura dei saldi che ormai erano quattro anni che ormai non si faceva per via della guerra e delle successive vertenze sindacali. Le vertenze erano restate tutte in piedi, ma l’organizzazione sindacale decise di chiedere la chiusura provvisoria dei conti, accantonando le partite in contestazione; rinviare ancora non era un fatto positivo per i mezzadri che perdevano sempre più le loro scarse capacità di controllo delle scritture contabili, basate soprattutto sulla memoria.

L?organizzazione sindacale non aveva ottenuto di assistere direttamente i mezzadri alla chiusura dei conti, per cui ciascun capoccia si presentava da solo di fronte alla proprietà, munito però di una lunga sfilza di nostre raccomandazioni fatte a voce sul modo di comportarsi e, alla fine, firmare o non firmare il conto per accettazione.

Dondolo fu fatto entrare per primo nello scrittoio e fatto accomodare in una piccola sedia in mezzo alla stanza; di fronte a lui c’era un grande bancone, detto scrivania, che era messa in posizione sopraelevata, tanto che chi ci andava seduto dietro doveva salire quattro scalini di legno. Quella non era una particolarità della fattoria di Volpaia perché tante altre avevano scrittoi del genere e, qualche volta, di grande valore per antichità e legno pregiato intarsiato. Dondolo si trovava di fronte al Conte Capponi, al Maestro di casa (il ragioniere che teneva la contabilità della fattoria) e al fattore seduti in alto dietro quel bancone come giudici di un tribunale. Lui, messo su quella seggiola, si sentiva piccino piccino e per guardare quei signori doveva alzare la testa come si fa per adorare il Santissimo esposto sopra l’altare prima di inginocchiarsi.

Il Maestro di casa lesse a Dondolo a voce alta le numerose partite, cominciando dall’anno più addietro.

- Venduto un paio di bovi per L. 400.000; venduti agnelli Per L. 20.000 …. E così via. Poi:

- Pecora senza retratto.

A Dondolo la pecora senza retratto sembrò cosa stranissima perché pensò ai ritratti degli antenati del Conte che aveva visto nel suo palazzo. Ma, per capire, azzardò - per la prima volta - una domanda:

- Una pecora senza ritratto?

- Si - disse il Maestro di casa - voi avete una pecora senza retratto.

- Porca miseria! - sussurrò Dondolo - ma lo saranno tutte perché se non gliel’avete fatto voi di nascosto il ritratto, io non gliel’ho fatto di certo!

Il padrone e il fattore capirono l’equivoco di Dondolo e spiegarono:

- Senza retratto non significa senza ritratto, c’è una e al posto di una i, ma significa che quella pecora figura in uscita del conto stalla senza avere introitato denaro perché la pecora è morta per malattia.

- E allora perché non avete detto: una pecora è morta per malattia?

Anch’io che sono ignorante avrei capito.

Aggiunse allora, da grande specialista, il Maestro di casa:

- Contabilmente una pecora morta è senza retratto.

Dopo quel piccolo incidente la lettura continuò lunga e monotona. E Dondolo, benché non rammentasse, diceva sempre di si. O meglio: signorsì.

Alla fine il Maestro di casa disse solamente:

- Ermini Giocondo, mi sembra che sia per voi tutto chiaro e allora mettete la vostra croce per approvazione qui sotto.

E poiché Dondolo, per arrivare alla scrivania, avrebbe dovuto prendere una scala, il Maestro di casa si alzò con il libro in mano per andare verso di lui. Ma vide Dondolo perplesso che non si decideva a pronunciare il suo solito signorsì. E allora il Maestro di casa, quand’era a mezza strada fra il grande tavolo e la seggiola di Dondolo, domandò:

- Avete capito?

- Signorsì, ma mi ricordo soltanto dell’ultimo numero.

I tre della scrivania si misero a ridere e il Maestro di casa disse:

- Allora che gli raccontate a i vostri? A casa avete una famiglia alla quale dovete render conto.

- La mi senta - rispose Dondolo - siccome lei è tanto bravo a leggere, dirò ai miei di venire tutti qui a farsi rileggere tutto da capo.

Dondolo fu irremovibile; il suo signorsì diventò signornò e non volle mettere il segno della croce come approvazione.

Conte, Maestro di casa e fattore risero di cuore di questa impuntata di Dondolo. Ma non seguitarono più a ridere quando altri capoccia, alla lettura dei saldi e a differenza di Dondolo, presentarono puntuali osservazioni e anch’essi si rifiutarono di firmare o porre il segno della croce.

MARCO - Per quanto ne so il momento centrale delle lotte dei mezzadri era la battitura. E’ stato scritto anche un libro dal titolo significativo: “Padrone arrivedello a battitura”.

MARCELLO - Da noi il momento era importante, ma molto meno che per altre zone perché il grano nel Chianti non era il raccolto principale. Alla trebbiatura s’imponeva la divisione secondo le rivendicazioni sindacali: 60 per cento a noi, 40% al padrone, e questo provocava spesso l’intervento dei carabinieri, che però arrivavano soltanto su richiesta del padrone o del fattore. I padroni di Radda, più prudenti di quelli di altre zone, non ricorsero mai alla “forza pubblica”.

La trebbiatura era anche l’occasione per manifestazione di carattere politico. La Federterra volle che la trebbiatura fosse abbinata a grandi manifestazioni per la pace. Eravamo negli anni della guerra fredda e furono lanciate delle parole d’ordine che noi accogliemmo in pieno perché la pace era, e è, per i contadini un bene troppo grande per mettere in discussione da dove venivano i pericoli e cercare chi nella guerra fredda aveva ragione o torto. E poi la nostra fiducia nel Partito Comunista e nella Federterra era assoluta. Così sulla punta degli stili dei pagliai e sugli alberi più alti si issarono le bandiere, in genere bianche, con ricamata a grandi lettere la parola “pace”.

ANNITA - La partecipazione delle donne contadine a questa iniziativa fu grande e furono le donne a preparare la sera a veglia le bandiere e, qualche volta, a ricamarle accuratamente. Da qualche parte fecero anche dei grembiali con la scritta “pace” che le donne indossavano durante il lavoro della trebbiatura. Una volta arrivarono anche i carabinieri, chiamati da chi riteneva questo spettacolo indecoroso. Ma i carabinieri non potevano che stare a guardare perché non si violava alcuna legge.

MARCELLO - Per mio fratello Remo trovarono invece violazione della legge perché fu sorpreso dai carabinieri a scrivere sull’asfalto della strada a Radda “W la pace”. Fu arrestato e processato e poi condannato, ma venne rimesso in libertà perché la pena rientrava nel limite massimo consentito per ottenere la condizionale.

Le lotte interessarono tutte le zone e tutte le fattorie, ma in forma e grado assai diversi. Nelle fattorie dei Baroni Ricasoli le lotte furono piuttosto deboli, ma - al posto degli scioperi - non mancarono parole e frizzi. Sentite questa.

In una delle aziende Ricasoli la Commissione di fattoria trattò con il Barone Luigi la vertenza prosciutto. I mezzadri, secondo il vecchio contratto, potevano allevare - con i sottoprodotti del podere e con i mangimi comprati a loro spese - uno o più maiali per il consumo della famiglia, ma dovevano portare al padrone un prosciutto per ciascun maiale macellato. I mezzadri di quella fattoria, come tutti i mezzadri, rifiutarono di portare al padrone la “regalia” del prosciutto, ma il Barone Luigi fece addebitare nel libretto contadino dei mezzadri, il valore dei prosciutti che non gli avevano portato. In quel modo ai mezzadri non veniva nessun vantaggio per cui la commissione di fattoria chiese al Barone la cancellazione dell’addebito dal libretto colonico. Ma il Barone Luigi sosteneva che l’addebito del controvalore dei prosciutti compensava ben poco il danno della mancata consegna.

- Ma no - osservavano i contadini - Lei ci fa un guadagno, perché non ha nemmeno il disturbo di vendere i prosciutti e non corre i rischi della loro conservazione.

Il Barone rispose che non vedere i prosciutti appesi nell’apposito locale della fattoria costituiva per lui una non lieve sofferenza morale che non era possibile valutare in moneta.

Ma i contadini, uomini pratici, non potevano capire un danno del genere e un membro della Commissione, che era mio cugino, disse:

- Capisco Barone. Ma lei per guadagnare dovrebbe allora vendere i prosciutti non all’ingrosso, ma a fettine e cambiare mestiere: fare il pizzicagnolo.

- Non disdegnerei fare il pizzicagnolo - rispose il Barone Luigi - perché i pizzicagnoli oggi guadagnano più di me, senza la preoccupazione di avere a che fare con le ingiuste pretese dei contadini.

Da quel giorno il Barone Ricasoli, erede del Barone di Ferro, venne soprannominato da quei mezzadri il Barone Pizzicagnolo.

MARCO - Il Barone però era almeno preveggente: era ormai molto vicina l’epoca in cui i grandi pizzicagnoli avrebbero guadagnato di più dei grandi proprietari terrieri delle colline toscane.

MARCELLO - Se guadagnavano poco loro, che avevano tanti poderi e tanta terra, figuriamoci il mezzadro di un podere, anche se si divideva al 60 per cento o più.

MARCO - Perché più? Per quanto ne so la massima richiesta della Federterra fu per i mezzadri la quota del 60 per cento della produzione.

MARCELLO - In quel tempo pretendere la quota del 60 per cento, in base alle rivendicazioni sindacali, poteva costare denunce e carcere. Ma se la maggior quota di produzione del mezzadro veniva, per così dire, sottratta prima della divisione ufficiale, nessuno poteva reclamare perché non funzionavano più i controlli tradizionali della mezzadria. E questo per la mobilitazione sindacale era un lato negativo perché c’era chi ragionava così.

- Perché rischiare dividendo apertamente al 60 per cento quando posso dividere, senza dichiaralo e quindi senza alcun rischio, anche a una percentuale a me più favorevole?

C’era anche chi diceva:

- Bene, il padrone non vuole darmi il 60 per cento; io me lo prendo, mi prendo anche di più e vediamo quello che può fare.

Sentite questa. Alla fattoria di Castelvecchi nel podere Vignamaggio c’era un contadino di nome Bruno Bindi, un gran simpaticone. Il fattore, quando andò a Vignamaggio a dividere il cacio, si portò un paniere per metterci parecchie forme di formaggio marzolino, così come di solito succedeva. Il contadino disse:

- Ecco il cacio da dividere.

Erano soltanto due marzolini. Al fattore ne toccò uno, quello più piccolo, perché il contadino osservò senza mezzi termini:

- Non vorrà dare a me la forma più piccola, io che l’ho prodotta con il mio sudore.

E prese la forma più piccola per metterla nel paniere, ma il fattore disse:

- E’ troppo prezioso, me lo porto ben stretto in mano; nel paniere qualcuno potrebbe rubarmelo, basterebbe allungare una mano.

Per la strada che porta dal podere alla fattoria, mentre faceva il pesante trasporto, il fattore incontrò contadini, operai agricoli e altra gente. Con i contadini silenzio assoluto su quel che era successo perché non bisognava far propaganda al cattivo esempio del Bindi, ma ai non contadini metteva in mostra il marzolino stretto nel pugno della mano e, cercando di nascondere con una risata la sua rabbia, diceva:

- Guardate, guardate: questo è il prezioso piccolo marzolino che, bontà sua, per elemosina ma ha dato il Bindi.

Queste erano delle piccole punture di spillo di una lotta più grande.

MARCO - Punture, io credo, che lasciavano il segno nei protagonisti.

MARCELLO - Certo per padroni e fattori la situazione doveva apparire insopportabile; ma anche tanti benpensanti dei paesi deploravano quei comportamenti perché avevano sempre considerato i contadini delle persone di genere inferiore, tenuti a lavorare e a essere ubbidienti.

Ma il segno lasciato da queste piccole cose non è certo paragonabile a quello degli sfratti che alcune fattorie mandarono ai migliori mezzadri, quelli più bravi anche professionalmente, nel tentativo di ristabilire il vecchio ordine.

MARCO - Perché i più bravi? Non capisco. Capisco colpire i capi sindacali e i membri delle Commissioni di fattoria, ma non i contadini professionalmente più preparati, cioè coloro che riuscivano a far produrre di più i poderi, con netto vantaggio da parte del proprietario.

MARCELLO - Sì, ma sta di fatto che i migliori mezzadri erano anche i capi sindacali e delle Commissioni di fattoria e, in genere, quelli più attivi nella lotta. E c’è una spiegazione di questo: loro avevano un credito in fattoria e potevano fare a meno del padrone; invece i contadini meno abili che lavoravano i poderi peggiori, con debiti alla fattoria, dovevano rivolgersi al padrone per avere le prestanze di denaro e di alimenti e per questo non potevano alzare tanto la testa. E ciò non solo perché il padrone poteva dire:

- Non ti do più nulla!

Ma perché è umanamente difficile prendere di petto chi è in credito.

MARCO - Capisco. Più poveri e ancora in soggezione economica e morale.

MARCELLO - Le lotte più acute si ebbero a Castellina, a Greve e a Gaiole. A Radda i padroni non mandarono sfratti, ma allora si correva tutti in aiuto dei contadini che venivano cacciati dai poderi per cui eravamo tutti coinvolti lo stesso.

Alla fattoria di Lilliano, di proprietà della Marchesa Berlingeri, subito dopo il passaggio della guerra, fu ammazzato il fattore fascista. Ne furono incolpati alcuni contadini della fattoria che passarono dei brutti giorni in carcere finché, dopo parecchio tempo, si costituì il vero giustiziere: era un partigiano di Poggibonsi che aveva ammazzato quel fattore per vendicare la morte del fratello, avvenuta per sua colpa.

ANNITA - Non mi pare che i fatti stano esattamente come tu li racconti. Io li ricordo in modo assai diverso.

MARCO - Per un fatto del genere esistono certamente molti documenti che non sarebbe difficile rintracciare.

MARCELLO - Io posso dirvi soltanto quello che mi rammento e come lo rammento. Al fattore ucciso ne successe un altro che si chiamava Casini, peggiore del primo. Si divertiva a soffiare sul fuoco fra contadini e padroni. Era quello, in quel tempo, un vizio di molti fattori anche di fattorie come San Donato in Perano, allora di proprietà degli Strozzi, i cui contadini si distinguevano per la loro buona creanza. Ho saputo da una mia zia di nome Tosca, che era una donna di servizio degli Strozzi, che il fattore raccontava ai padroni - che stavano in un palazzo a Firenze - che i contadini in fattoria lo affrontavano con i forconi. Ma non era vero e non era vero nemmeno nelle fattorie in cui le lotte erano più acute. La principessa Strozzi commiserava il fattore:

- Poveruomo, chissà che paura!

Chi aveva davvero paura erano gli Strozzi che si guardavano bene in quel tempo dal mettere piede nella loro magnifica villa di San Donato in Perano.

Certo dove c’erano i contadini sfrattati non c’era un clima di collaborazione. Si picchettavano le case coloniche in continuazione e ai picchetti partecipavano attivamente le donne. Di fronte a noi, spesso, i celerini.

Ricordo le giovani e belle figliole del Ciolli che sapevano tenere a bada i poliziotti e discutere con loro. Una volta un celerino disse a una delle ragazze:

- Una ragazzina intelligente come te mettersi in questa confusione! Torna a casa.

- Io sono dalla parte giusta. Tu sei dalla parte sbagliata.

E riuscì a intessere con il celerino un lungo discorso dal quale risultò che lui, figlio di poveri meridionali, non era davvero convinto di difendere una giusta causa.

- Perché non vieni con noi?

disse allora la ragazza. La ragazza affermava che s e avesse avuto occasione di riprendere il discorso con quel giovanotto lo avrebbe davvero convinto a passare dalla nostra parte. Non credo che la convinzione della ragazza avesse fondamento perché noi non avevamo nulla da offrire al celerino, nemmeno un possibile matrimonio con quella o con altre ragazze che non vedevano con simpatia quei poveri meridionali, molto più poveri di noi, almeno prima di prendere servizio nella Celere. Non c’è dubbio, però, che i comandi temevano non poco la fraternizzazione dei celerini con noi e con la nostra causa tanto che cambiavano giornalmente i reparti.

MARCO - Sembra di sentir raccontare la storia di una rivoluzione nella quale i reparti di soldati, mandati a reprimerla, convinti dai rivoluzionari, cambiano parte e fanno vincere la rivoluzione. Non si era a tanto purtroppo.

MARCELLO - E non ho detto tutto. Ma credo che a quella ragazza e anche a tanti altri quelle lotte apparissero grandi e, entro i confini del nostro mondo e della sua storia, lo erano davvero.

STEFANO - Ma che fine ebbero quelle lotte? Gli sfratti furono ritirati?

MARCELLO - No. Quei contadini dovettero lasciare i poderi. Ma quelle lotte impedirono altri sfratti perché la vittoria dei padroni fu ottenuta a caro prezzo, oltre al prezzo assai salato pagato per la liquidazione del mezzadro e per la pratica dello sfratto. Dovevano comunque passare pochi anni perché le parti si rovesciassero e fossero i contadini, per loro iniziativa e non per disdetta del padrone, a lasciare in massa i poderi. Si può dire che i contadini sfrattati furono i primi di una numerosa schiera, di una moltitudine di contadini che lasciarono i campi per un’altra attività. E poiché, sia pure per volontà altrui, vennero a trovarsi fra i pionieri dello sviluppo industriale, disponevano di qualche soldo, erano capaci di intraprendere nuove iniziative, molti di loro sono diventati padroni di fabbriche o titolari d’importanti attività commerciali. E di questo possono ringraziare i loro padroni di un tempo che, cercando di punirli, senza volerlo lai hanno avviati sulla via della ricchezza.

MARCO - Credo che all’ascesa di questi ex contadini ha fatto riscontro la decadenza di molte famiglie, di sangue nobile e non, dei grandi proprietari terrieri.

Marcello - Certo, qualcuno di loro ha tanti, tantissimi più soldi dei suoi vecchi padroni. Posso però assicurarvi che questi ex contadini, nonostante il loro attuale benessere, anzi la loro posizione di veri e propri capitalisti, non hanno dimenticato quelle antiche lotte e, forse solo a causa del loro passato, continuano a votare comunista anche se nei rapporti con gli operai si dimostrano niente affatto teneri.

Ho rivisto, qualche mese fa, uno di loro a Poggibonsi: Gino della Beppa, ormai ultrasettantenne. Gli ho detto cercando di provocarlo:

- I quattrini tuoi e dei tuoi figlioli t’hanno fatto scordare i giorni dello sfratto!

E’ nato un lungo discordo.

ANNITA - Come sai fare te.

MARCELLO - No, non mi crederete, ma ha parlato più lui di me. E non crederete nemmeno che Gino ha ricordato con nostalgia quei giorni.

 

MARCO - Io ci credo, ci credo. Anche se non li ho vissuti, capisco che erano giorni pieni di incertezza, ma anche ricchi di valori e di tensioni ideali. E mi è facile immaginare che Gino riviva con nostalgia quei tempi e forse senta di essere stato allora un uomo migliore di quello di oggi, oggi che nuota in un vuoto benessere, conquistato con capacità e abilità, ma anche con molti compromessi. Di qui anche la sua fedeltà, almeno nel voto politico, ai vecchi ideali.

MARCELLO - A proposito del voto politico bisogna ricordare che alle prime elezioni del dopoguerra, che si fecero per l’amministrazione comunale di Radda, il Partito Comunista ebbe la maggioranza assoluta; se le mie informazioni sono giuste, era la prima volta dall’Unità d’Italia che un partito di sinistra conquistava il comune. Allora c’era una netta divisione fra il centro di Radda, completamente bianco, e la campagna abitata dai mezzadri, totalmente rossa.. Ma la popolazione della campagna era, per numero, molto superiore a quella che viveva nel centro di Radda, composta di bottegai, fattori, proprietari e qualche artigiano.

In verità, per far votare comunista quasi tutti i contadini si dovette faticare non poco.

C’erano grandi famiglie che avevano una radicata tradizione cattolica e i vecchi di quelle famiglie in capo a un anno si cibavano, a dir poco, di un chilo di ostie consacrate.

STEFANO - Con quali argomenti siete riusciti a convincere quelle persone anziane a favore del Partito Comunista?

MARCELLO - Credo che le nostre argomentazioni fossero solide e ben comprensibili, ma soprattutto più che le parole ebbe grande posto la fiducia delle persone anziane verso noi giovani. Ho già detto, in un’altra veglia, che allora non c’era frattura tra giovani e vecchi e che i vecchi ci consideravano migliori di loro per la nostra istruzione e per la nostra maggiore conoscenza del mondo e delle questioni politiche. Nel contempo, però, non eravamo diversi da loro nel lavoro, nei comportamenti in famiglia e nella comunità o comunque certe diversità erano apprezzate come un progresso. Diceva mio nonno Serafino:

- Che bischeri eravamo noi ad avere paura dei padroni!

Giocò a nostro favore anche il fatto che era ritenuto un dovere che i membri di una famiglia si comportassero in maniera uguale in tutte le manifestazioni verso l’esterno, anche in quelle elettorali. Un voto diverso dei giovani e dei vecchi, degli uomini e delle donne, sarebbe stato sentito come un colpo all’unità familiare. E il capoccia, come in numerose altre circostanze, era remissivo nei confronti dei desideri e della volontà dei giovani.

Nessun dubbio veniva avanzato sulla giustezza delle nostre rivendicazioni sindacali e sulla necessità di rafforzare quelle rivendicazioni anche con il voto. Semmai il lato debole rimaneva la questione religiosa. Noi ci si sforzava di affermare la distinzione fra religione e politica, distinzione che noi stessi si praticava, perché la nostra battaglia politico-sindacale non ci impediva di andare a messa e di ascoltare, in quell’occasione, le filippiche dei parroci contro i comunisti. Ma c’era anche chi ci rompeva le uova nel paniere e contro questi eravamo davvero furiosi. C’era un anziano anarchico, che veniva dal Valdarno e che aveva fatto le lotte del 1919-22, che frequentava assiduamente le nostre riunioni pubbliche e aveva un suo ritornello:

- Tanto se non si leva il baco fillossero (così lui chiamava il prete) non si risolve nulla.

Questo naturalmente dava ragione alla tesi dei preti che c’era chi voleva distruggere la Chiesa e con la Chiesa la religione.

Nonostante ciò i nostri vecchi votarono secondo le nostre indicazioni, anche se con qualche dubbio di aver sbagliato. UN vecchio, mio parente, mi disse:

- Ho votato come tu mi hai detto, ma ora dimmi la verità: Togliatti è davvero un anticristo?

Ebbe la mia convinta assicurazione che semmai era vero il contrario: Togliatti, perché difendeva i poveri e i deboli, era un vero cristiano. Quel buon vecchi ne rimase soddisfatto e contento.

Vedo che qualcuno di voi ride. In verità c’erano comunisti molto più convinti di me. Su una parete dei locali della cellula di Radda faceva bella mostra un bassorilievo di Togliatti, modellato in terracotta da un giovane contadino, che nonostante gli occhiali assomigliava davvero a San Pietro.

MARCO - Credo che quella somiglianza non dipendesse soltanto dai sentimenti e dalle convinzioni dell’artista contadino, ma anche dai modelli pittorici che erano a lui familiari e ai quali poteva ispirarsi.

MARCELLO - I preti si accorsero che, date quelle nostre convinzioni, le loro prediche contro i comunisti cadevano nel vuoto. E allora tentarono anche altre vie. Il fatto (mi pare nel 1945) che suscitò più impressione nella nostra piccola comunità fu l’esclusione della benedizione pasquale, per iniziativa del piovano Lapis, della casa di Gino Provvedi. Il piovano non dette alcuna spiegazione di questo suo provvedimento, ma con tutta evidenza la causa era di carattere politico perché Gino era ormai il capo riconosciuto di tutte le nostre lotte e di tutte le nostre contestazioni e era anche il più consapevole e il più preparato.

In verità ci fu chi, fra il popolo di Santa Maria Novella, stentò in un primo momento a credere che la mancata benedizione fosse legata a motivi di carattere politico perché la separazione fra politica e religione nelle nostre coscienze era così netta che una cosa del genere appariva incredibile: questa gente pensò che la “punizione” fosse per via di una festa da ballo - come era già successo in passato - data dal giovane Gino in quella casa durante la quaresima, in barba alla prescrizione bandita e ripetuta dall’altare. Ma fu facile accertare che in casa Provvedi nessuno aveva mai ballato, nemmeno in tempo consentito, perché quella casa non aveva un locale adatto.

Non lo crederete, tanto oggi i tempi sono cambiati, ma quella mancata benedizione mise Gino in grave colpa agli occhi dei familiari e la sua vita in famiglia diventò insopportabile. I genitori e i nonni erano attaccatissimi alle pratiche religiose, tanto da sconfinare nella superstizione: pensavano che la benedizione del parroco fosse necessaria per combattere le iettature. Il nonno di Gino, un vecchietto tutto famiglia, chiesa e lavoro, che si chiamava Giocondo e che a quell’epoca aveva più di 80 anni, era avvilito e preoccupato, diceva che il bestiame si sarebbe ammalato, che i raccolti sarebbero stati decimati e che c’era pericolo di disgrazie anche per gli uomini che vivevano nella casa non benedetta. Nonno Giocondo si lamentava del comportamento del piovano, ma anche di quello del nipote che l’aveva provocato; gli diceva:

- Benedetto figliolo, tu ci porti alla perdizione.

Gino sapeva bene che quella era per il nonno una convinzione così profonda che contro di essa, in quel momento, non sarebbero servite neanche le sue più valide argomentazioni, come di solito sapeva invece fare con il nonno e con tutti. Si sentì davvero in colpa e perse la sicurezza di sempre come mai gli era capitato, nemmeno in guerra. Decise allora di mettersi a tu per tu con il piovano mentre questi tornava verso la canonica dopo la sua solita passeggiata. Gli disse a gran voce:

- se la prenda con me e si faccia aiutare, come meglio crede, da Dio o dal diavolo, ma lasci in pace i miei vecchi, perché lei sa bene di che pasta troppo buona son fatti!

Gino, mentre parlava e gridava, diventava sempre più rosso dalla rabbia e perse anche il suo non comune controllo e lanciò al prete altri rimproveri che con la questione non c’entravano per nulla:

- Bellino è lei, che sant’uomo è lei!

E gli rinfacciò, sempre a gran voce, certi suoi peccatucci.

Io, che da non tanto lontano guardavo la scena, ebbi l’impressione che Gino, accecato dall’ira, avrebbe finito con il picchiare il piovano. Gli gridai:

- Lascialo fare, non rovinare te e i tuoi vecchi!

Don Lapis non aveva tentato di fuggire o almeno di accelerare il passo verso la vicina canonica; anzi si era fermato e, sbiancato in viso, senza pronunciare parola, sembrava aspettare con rassegnazione le botte, lui che da giovane, come vi ho raccontato già una volta, si era battuto coraggiosamente contro i fascisti. Penso che l’atteggiamento di Don Lapis fosse dovuto al fatto che le parole di Gino, che sapeva giuste, lo avevano colpito di più di qualsiasi violenza fisica.

Gino intanto, forse per le mie parole, si era calmato e il piovano riprese, ma molto lentamente, quasi come un cane bastonato, il cammino verso la canonica, sotto gli occhi di Gino e delle altre persone che come me erano accorsa a tutto quel chiasso.

Quando entrò in canonica, contrariamente alle sue abitudini, Don Lapis non chiuse la porta: sembrava quasi che volesse dire a Gino: vieni, discutiamo della cosa con tutta calma, e allora forse avrebbe trovato il coraggio di raccontare che - come io penso - aveva soltanto obbedito alle superiori autorità ecclesiastiche e che gli dispiaceva di aver procurato tanto dolore a quei vecchi.

ANNITA - Sarebbero state lacrime di coccodrillo poiché un uomo come lui sapeva bene quali sarebbero stati i risultati. Anzi io penso che contava proprio su risultati del genere perché era chiaro che Gino, come tanti altri, era più sensibile alle sofferenze dei familiari, specialmente di nonno Giocondo, che alle sue.

MARCELLO - Il fatto è che l’anno dopo, benché Gino avesse intensificato l’attività politica e sindacale, la casa dei Provvedi fu di nuovo benedetta. Ma i vecchi si erano già messi l’animo in pace: le bestie non erano morte e non si erano nemmeno ammalate, i raccolti furono abbondanti come non mai. E Gino aveva ritrovato, anche in famiglia, la capacità di convincere con le sue argomentazioni, che ora piacevano pure ai vecchi. Diceva:

- Iddio, che è giusto, non ci ha puniti. Quello che conta sono le buone azioni e non l’acqua santa.

E poi aggiungeva forzando, se non lo spirito, la lettera delle sacre scritture:

- Lo dice anche il Vangelo.

Questa storia, e altre del genere, era finita ormai da un pezzo quando i preti inventarono qualcosa di nuovo e più persuasivo per riportare i contadini all’obbedienza alla Chiesa: la Madonna Pellegrina. Data la dedizione dei contadini alla Madre d’Iddio, la Madonna Pellegrina fu accolta con grande festa e gran concorso di fedeli.

Alla Pieve di Santa Maria Novella la Madonna arrivò da Volpaia e i popoli delle due parrocchie s’incontrarono al Ponte del Fagiolo e lì si riunirono in una grande processione. Il regista di tutto era un bel prete giovane che veniva da lontano. Ogni tanto saliva su un olivo o su un muro a predicare con una voce tonante e bella; poi intonava dei canti e solo allora la sua voce veniva sommersa dal coro dei due popoli; le voci del coro erano portate dal vento da un poggio all’altro e il canto di “Viva Maria” fu sentito a molti chilometri di distanza.

MARCO - “Viva Maria” è il canto che accompagnò i contadini toscani nella rivolta contro i soldati di Napoleone alla fine del ‘700. E poiché quei soldati portavano la rivoluzione francese, si trattò di un canto controrivoluzionario che, grazie anche ai contadini, ebbe successo.

Marcello - I canti della Madonna Pellegrina non mutarono invece per nulla le nostre convinzioni politiche; tutti anzi condannarono lo sfruttamento politico della Madonna tentato dai preti. E un contadino-poeta trovò le parole appropriate:

E tu prete non far burletta

Vestendo la Madonna da civetta.

Così, nonostante la Madonna Pellegrina, il nostro successo elettorale fu grande: più del 72 per cento dei voti. Va detto che ad esso contribuì parecchio la presenza a Radda di un maestro elementare, che poi diventò sindaco e che si chiamava Ciani, che seppe svolgere, in maniera assai diversa, ma complementare alla nostra, opera di propaganda per il Partito Comunista.

Il maestro Ciani insegnava a Santa Maria Novella, dove era arrivato in bicicletta da Colle Val d’Elsa nel 1946. Era di una famiglia operaia e da ragazzo era stato seminarista. Poco dopo il suo arrivo io e lui si diventò amici: la mia casa era vicina alla scuola e lui si fermava volentieri a parlare con me e dai discorsi mi sembrò comunista o simpatizzante comunista.

Un giorno il Provvedi incontrò il maestro.

Mi disse:

- Ma lo sai? Mi sembra di conoscerlo.

Poi frugò nella memoria e rammentò:

- Lo sai chi è quel maestro? E’ il mio tenente di quand’ero militare a Firenze, alla Fortezza da Basso.

- Ma lo sai Provvedi? Da come parla credo che sia comunista.

E il provvedi:

- S’invita a cena e si fa parlare!

Lui accettò volentieri e mentre si mangiava e bevevo ci domandò:

- Che siete comunisti?

- Si, siamo tutti comunisti qui.

E il maestro Ciani:

- Non vi vergognate?!

E poi, ridendo, ci fece vedere la sua tessera del Partito Comunista. E il Provvedi, trionfante, disse:

- Siamo a cavallo!

Si sentiva infatti la mancanza di qualcuno che fosse più istruito di noi perché certe cose non si riuscivano a capire e quelli di Siena e di Poggibonsi erano tropo lontani. Fu davvero un ottimo maestro; c’insegnò tutto, a cominciare dalla lettura del giornale e dai principali rudimenti della lotta politica e della nuova Costituzione. Ci accorgemmo che sapevamo davvero poco. C’era qualcuno fra noi che pensava che chi vinceva le elezioni avrebbe messo fuori legge gli avversari sconfitti.

Il maestro Ciani fu sindaco di Radda per l’intero mandato amministrativo e per una parte di quello successivo. Poi fu criticato dal Partito ed espulso, credo ingiustamente, per pettegolezzi messi su da ex fascisti e per questioni di vita privata, quale quella di avere un’amante che, a quel tempo, da noi era motivo di scandalo.

MARCO - Dovrebbe essere riabilitato.

MARCELLO - Per me era un uomo che meritava riconoscenza.

ANNITA - Anche per me. Io e Marcello si rimase fra i pochi a credere nell’onestà del maestro Ciani. Poverino, è morto d’infarto piuttosto giovane.

MARCELLO - Il maestro Ciani fu sostituito dal Provvedi e Radda ebbe così il primo sindaco contadino.

Eravamo molto settari e avremmo voluto che, grazie alla nostra vittoria elettorale, i fascisti - anche e soprattutto i gregari - fossero puniti o almeno allontanati dalla vita politica del paese. Uno dei personaggi a noi più antipatico era un impiegato comunale di soprannome Giangio, notissimo come volta giubba; era stato picchiato dai fascisti prima della marcia su Roma perché era socialista, ma durante il fascismo era riuscito a conquistarsi le grazie dei gerarchi e a impiegarsi in comune dove diventò un’”eminenza grigia”: per avere qualcosa bisognava rivolgersi a lui, non al podestà.

Come primo provvedimento del nostro insediamento in comune avremmo voluto il licenziamento o almeno la degradazione di Giangio. Si cantava:

- A Giangio della Natala

Consegneremo picca e pala.

E poiché contro Giangio non fu preso alcun provvedimento, noi ce la prendemmo con il nostro sindaco, il maestro Ciani, che era costretto a spiegarsi pazientemente che contro Giangio nessuno aveva presentato denuncia e che non si potevano prendere provvedimenti senza l’esistenza di precise e sicure documentazioni; ma questo non si riusciva a capire: i fascisti avevano perseguitato tanta gente senza bisogno di prove.

Giangio non solo conservò il posto, ma ben presto riconquistò tutta la sua autorità, superiore addirittura alle sue funzioni ufficiali. I nostri amministratori comunali si giustificavano dicendo che Giangio era un uomo capace, un collaboratore indispensabile.

Quando s’andava in comune e s’incontrava Giangio che consigliava, disponeva e comandava, ci sembrava che non fosse cambiato nulla. Poi la possibilità di rivolgersi al sindaco dandogli del tu, parlando con lui da pari a pari, ci dava di nuovo la sensazione che non poche cose erano davvero cambiate. Questo si avvertì di più con il sindaco Provvedi, che era del tutto uguale a noi, che con il sindaco Ciani che a molti, per la sua cultura, non appariva pienamente “uno dei nostri”.

Il sindaco contadino aveva il dono di saper trattare con la gente, contadini e anche signori, che si rivolgeva a lui per le questioni più disperate e quasi irrisolvibili. Sapeva dire di no senza scontentarli. Ascoltava sempre con grande pazienza e poi rispondeva pacatamente dimostrando la difficoltà o l’impossibilità di risolvere il problema. Cominciava la risposta sempre con l’espressione:

- Vedi pallino …..

Chiamava “pallino” qualunque persona fosse, un avversario, un amico, un compagno di partito. Con me e con molti altri contadini Gino Provvedi non riusciva a usare l’appellativo “compagno”, sia si trattasse di contadini che conosceva da molto tempo e che chiamava o con il solo nome o con il solo cognome o il soprannome; sia si trattasse di persone che non conosceva e con le quali non aveva confidenza.

Come sindaco conosceva e riusciva a individuare abbastanza bene i problemi concreti del comune e in questo utilizzava l’esperienza degli altri sindaci della provincia di Siena che si riunivano presso la Federazione comunista senese per scambiarsi esperienze appunto e ricevere direttive alle quali, come gli altri comunisti, il Provvedi era fedelissimo anche quando non le capiva perfettamente o non le condivideva in pieno. Si trovava invece un po’ in soggezione quando doveva trattare con le superiori autorità amministrative e politiche; non riusciva a capire e quindi a contestare i meccanismi burocratici con i quali si muovevano e ingannavano gli avversari. Per questo per lui sarebbe stato indispensabile disporre di bravi e fidati funzionari comunali e ciò in un piccolo comune come Radda non fu mai possibile, anche perché il segretario comunale era di nomina prefettizia.

Gino Provvedi rimase sindaco dal 1952 al 1958, poi presentò le dimissioni , che rimasero in sospeso per parecchio tempo per preparare un successore, che fu difficile trovare, tanto che qualcuno pensò perfino ad un Commissario prefettizio.

Le dimissioni erano motivate dal fatto che Gino non riusciva ad assolvere alle funzioni di sindaco, per le quali riceveva un’esigua indennità, e contemporaneamente a coltivare il podere. Per qualche tempo i mezzadri l’avevano aiutato, un po’ a turno, a mandare avanti le faccende, prestandogli gratuitamente manodopera, ma questo non poteva durare all’infinito, anche perché in quegli anni, con l’esodo, si stava sfaldando il vecchio mondo contadino. Ormai era finita un’epoca: eravamo nel momento più acuto dell’abbandono del Chianti e della terra in genere. Non solo Gino lasciò l’incarico, ma seguì - anonimo - quel grande impetuoso fiume trasferendosi a Firenze, dove aveva trovato una migliore sistemazione economica.

Ma a parte queste vicende politiche io ricordo con molto piacere episodi di vita quotidiana che ci accomunavano forse più delle prime. Sentite questa.

Come uomo il Provvedi, anche quando diventò sindaco, non cambiò per nulla le sue abitudini e le sue “cattive” amicizie con gli ex membri della banda dei giovani della quale per un lungo periodo era stato il capo incontrastato.

Una volta un gruppo di noi si recò a Badia Montemuro a una riunione della cellula locale insieme al Provvedi che, oltre alla carica di sindaco, rivestiva quella di segretario della sezione comunista di Radda. S’andò a piedi, perché nessuno allora aveva l’automobile, per un percorso di circa nove chilometri.

La riunione si svolse in casa di Lombricone, così soprannominato perché - oltre a essere di alta stratura - si contorceva come un lombrico. La riunione di quella cellula sembrava una veglia non solo perché, essendo inverno, eravamo seduti intorno al focolare, ma anche perché prima e dopo la brevissima trattazione degli argomenti politici la conversazione ebbe il brio, il sapore e gli argomenti propri delle veglie.

Quando, a notte alta, si uscì di casa, si ebbe la sgradita sorpresa di trovare un manto assai consistente di neve che fra l’altro continuava a cadere. Si cercò di tornare verso Radda ma poi, arrivati alla casa di uno dei partecipanti alla riunione-veglia, si pensò fosse più conveniente fermarsi a dormire. C’era lì un a grande stalla calda con un lungo corridoio occupato da balle di paglia che erano proprio adatte a fare da letto. Il Provvedi si addormentò subito russando sonoramente; noi invece non si riusciva a prender sonno e, per passare il tempo, non si trovò di meglio che architettare qualche scherzo al Povvedi addormentato. La regola, come sempre, era: una volta a me, una volta a te e il Gino Provvedi, da quando era diventato sindaco (e erano pochi mesi) era rimasto fuori dal gioco, sia pure per caso, e questo ci sembrava profondamente ingiusto, oltre che antidemocratico. Ma si presentò subito una buona occasione per rifarsi e pareggiare il conto. Un bove partorì una grande, per così dire, ……

STEFANO - Trattandosi di un maschio, sia pure castrato, non poteva esse5re un vitello, ma una merda.

MARCELLO - sì, ma era bella, molto bella, perché appena cascata sulla lettiera sembrava una grande torta di cioccolata di forma rotonda e di giusta consistenza, data la sua freschezza.

Si sbottonarono pantaloni e mutande al Provvedi, si prelevò con gli appositi strumenti che si trovano in tutte le stalle quella eccellente pasta naturale e con quella gli s’impiastrarono abbondantemente i suoi attributi maschili.

Quando alle luci dell’alba, com’era sua abitudine, si svegliò e sentì l’effetto dell’impiastro sulle più tenere parti del suo corpo e si rese conto dello scherzo, cominciò a sbraitare contro di noi:

- Pallini, pallini, potevate pensare a qualche scherzo più innocente. Questo può avere delle conseguenze politiche gravissime.

Noi si cascò dalle nuvole e si pensò che la carica di sindaco avesse fatto dar di balta la testa del Provvedi. Ma poi si spiegò brillantemente, anche se per un momento perse la consueta flemma che lo faceva somigliare a Togliatti.

- Pallini ignoranti! Immaginate che questo sia risaputo dai nostri avversari. Potranno dire a ragione: il Provvedi è stato ricoperto di merda dai suoi stessi compagni. E cadrò nel ridicolo. E da noi chi cade nel ridicolo è liquidato anche politicamente, anche se è bravo e onesto. E’ peggio che rubare!

Si dovette convenire che davvero eravamo ignoranti e che il Provvedi era un politico di gran razza, come sono coloro - e sono pochi - che sanno valutare le conseguenze di ogni azione e sanno guardare lontano. Ci si sentì, per la prima volta, in stato d’inferiorità e di grave colpa di fronte al nostro sindaco.

La questione fu facilmente risolta, come si risolvono i problemi quando si affrontano seriamente: silenzio assoluto sull’accaduto, segreto politico come quando le cellule erano clandestine. Ma a ripensarci bene, a distanza di parecchi anni, il Provvedi esagerò alquanto la questione: anzi la cosa poteva essere rovesciata completamente a suo favore in una eventuale disturna che forse, però, non poteva essere fatta perché i nostri avversari non avevano il dono dell’umorismo e tanto meno dell’obiettività essendo in massima parte, almeno a Radda, un coacervo di preti, vecchie e inacidite zitelle, signori e borghesi impauriti.

E’ infatti scientificamente dimostrabile che il giusto e ben noto detto della merda vale per quella umana, repellente e puzzolente, mentre quella bovina è tutt’altra cosa, anzi è esattamente il contrario. Non per nulla noi si conviveva giornalmente con lei; non per nulla è, come ho già detto, bella (almeno quando è fresca), ma ha anche un profumo che a noi contadini piaceva. Ben note sono poi le sue virtù agronomiche.

FABIO - Quella fresca è particolarmente apprezzata. In tutti i vecchi trattati di agronomia è consigliata, frammista ad un po’ì di terra, per impastare le radici delle piante nel corso del trapianto. Contiene ormoni e ha proprietà fisiche che favoriscono l’attecchimento. Chissà che qualcuno non trovi che quelle proprietà siano possedute dalla merda bovina anche per lo scroto dell’uomo e che voi, senza saperlo, abbiate fatto un’efficace cura di virilità al Provvedi.

MARCELLO - Il Provvedi, a detta delle donne, non aveva bisogno di una cura del genere. Poi penso - e vi prego di prender bene nota che questa volta non scherzo - che le merde bovine di una volta avevano il profumo delle nostre erbe e dei nostri pascoli; oggi l’alimentazione dei bovini, fatta con i mangimi concentrati e con tutte le altre diavolerie, ha cambiato anche quelle. Andate a vedere un moderno allevamento bovino e ditemi se le merde di oggi sono uguali a quelle di un tempo. Già, ma voi siete troppo giovani e troppo lontani dall’agricoltura e, fatta eccezione per l’Anita, non siete in grado di fare confronti.

ANNITA- Sì, è vero che io sono in grado di fare questi confronti ma devo anche dire che questi divertimenti e le parole con le quali li hai raccontati fanno ridere soltanto a te.

MARCO - A me sono piaciuti e mi ricordano certi scherzi goliardici anche se meno fantasiosi, forse per mancanza di materia prima! Scommetto poi che Marcello è capace di cambiare toni e parole: basta che riprenda il racconto del suo amore per te. Anzi ci aveva promesso di parlarcene ampiamente quando aveva accennato al fatto che per voi il Pievano di Santa Maria Novella non fece suonare le campane.

MARCELLO - Ci siamo sposati il 24 aprile 1954 e s’era progettato una cerimonia con tutti i crismi della tradizione.

Il Piovano Lapis, prima di sposarci, ci aveva spiegato che, per ordine del Vescovo, non ci avrebbe potuto comunicare perché s’era iscritti al Partito Comunista. Si scusò dicendo che era costretto a obbedire al Vescovo e ci lasciò capire che, se fosse dipeso da lui, avrebbe fatto volentieri un’eccezione perché sapeva che eravamo dei bravi giovani.

In veri6tà la cosa non ci dispiacque perché, anche se si seguitava a andare in chiesa, avevamo di nostra iniziativa diradato le pratiche della confessione e della comunione, soprattutto perché non ci andava di ascoltare in confessionale le prediche e gli inviti di Don Lapis a cambiare la nostra posizione politica.

Ci dispiacque invece molto del fatto che Don Lapis, senza averci avvisati prima, impedì che le campane della chiesa sonassero a festa durante la cerimonia. Noi avevamo già incaricato direttamente dei nostri amici, particolarmente bravi a sonare le campane, perché fino a allora non c’era mai stato bisogno di chiedere il permesso a Don Lapis (tante volte noi, nello stesso modo, avevamo eseguito, con grande divertimento, dei veri e propri concerti con le campane in onore di nostri amici che si sposavano).

Ma questa volta Don Lapis giocò un brutto scherzo: quando i nostri amici entrarono nella cella campanaria trovarono le corde delle campane solidamente legate e non furono capaci di scioglierle.

Oggi forse non gli si darebbe peso, tanto i tempi sono mutati, ma lo scherzo di Don Lapis ci rattristò parecchio anche perché si pensò che quella era una sua iniziativa personale che non poteva in nessun modo scaricare sul Vescovo. La cosa suscitò sdegno generale fra gli invitati al matrimonio e in tutto il popolo di Santa Maria Novella e, per ripicca, le coppie che si sposarono dopo di noi fecero a meno del concerto di campane, benché Don Lapis - forse pentito di quanto aveva fatto - non lo impedisse più.

MARCO - Non capisco questa grande importanza delle campane.

MARCEKLLO - E’ difficile spiegarlo. Forse perché eravamo abituati al fatto che il suono delle campane accompagnava le cose più belle e quelle più tristi della nostra vita; forse perché regolavano la nostra esistenza quotidiana e anche il lavoro dei campi, dai quali si sentivano - più o meno bene secondo la posizione e il tirar del vento - sonare il mattutino, l’ora di mezzogiorno e l’ora di notte. E poi le campane di Santa Maria Novella avevano un suono più armonioso di quelle di tutti i campanili degli altri popoli.

ANNITA - E’ proprio vero.

MARCO - Questa può essere considerata una confessione bella e buona con la quale possiamo accusarvi di peccare gravemente di vieto campanilismo.

MARCELLO - E’ un’accusa che non meritiamo, perché…

MARCO - Vedo che l’Annita è l’unica che ride. E’ la sola che ha capito che io volevo scherzare cercando, senza riuscirvi, di togliere il monopolio dello scherzo a Marcello. Credo di aver ben capito, invece, che eravate attaccati alle tradizioni e volevate bene alle vostre campane e forse anche a Don Lapis. In fondo in fondo, almeno a quel tempo, potevate essere considerati dei buoni miscredenti o forse, ancor più esattamente, dei credenti poco graditi ai preti degli anni Cinquanta.

ANNITA - Noi siamo, a nostro modo, ancora credenti.

 

   
Arrivederci alla prossima storia....Commenti sono sempre graditi:-)


| Visita la fattoria | La vendita diretta | Ordini e spedizioni | Dove siamo | Indirizzo | Natura, storia e geografia

| Alloggio in fattoria | Referenze | Informazioni utili | Iniziative culturali | Escursioni | FAQ,s | Home|


 VISIT THE FARM  | THE FARM SHOP  | ORDERS AND SHIPPING | WHERE WE ARE | ADDRESS | FAQ,s |

| AROUND CAPARSA | ACCOMMODATION | USEFUL ADDRESSESTOURS OF CELLAR | CULTURE | HOME |


Ultimo aggiornamento 19/05/02- Pagine web a cura di Luca Robustelli
Copyright © 2002 [Azienda Agricola Caparsa]. Tutti i diritti riservati.
Le informazioni contenute nel presente documento sono soggette a modifiche senza preavviso.
Tutti i marchi registrati e i nomi dei prodotti menzionati appartengono ai rispettivi proprietari.