"IL NOSTRO IMPEGNO PER LA TUTELA DELLE TRADIZIONI POPOLARI CHIANTIGIANE"

"Veglie a Porcignano" di Reginaldo Cianferoni, premio Pozzale per la narrativa 1986, illustrato da Mino Maccari.

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Last update 13/07/02

 14. Esodo

 

MARCELLO –  Vorrei raccontarvi qualcosa sulle nostre vicende negli anni del grande esodo, alle quali finora ho solo accennato occasionalmente.

 

MARCO – Benissimo! Perché non solo nel Chianti, ma anche nel resto della Toscana e in gran parte dell’Italia quegli anni, dopo la storica fine della soggezione dei contadini della quale ci hai parlato, determinarono una grande svolta che, nel bene e nel male, ha cambiato il volto delle nostre campagne.

 

MARCELLO – Come potete capire io non so affrontare questi argomenti in termini così solenni e impegnati come fa il nostro dottor Marco.

 

STEFANO – Meno male, sennò ci annoieresti.

 

MARCELLO – Ho paura di annoiarvi lo stesso perché ancora non ho capito molto degli avvenimenti di quel tempo e soprattutto perché con l’esodo si sfasciò anche  la mia banda di amici che costituiva il mio piccolo mondo dal quale partivano tante delle piccole e grandi avventure che vi ho finora raccontato.

         Chi è andato da una parte, chi dall’altra; ogni tanto incontro qualcuno, ma non è possibile trovarci tutti insieme, anche se i più lontani stanno soltanto a Firenze e a Poggibonsi. Forse si potrebbe prendere l’iniziativa di trovarci tutti insieme a cena, ma non siamo più in grado di combinarne qualcuna delle nostre, perché s’è perso l’affiatamento necessario e perché, senza volerlo, è cambiato i nostro modo di vivere.

 

MARCELLA -  Ma che cosa è successo per spingere tutti quei contadini a lasciare in brevissimo tempo tanti poderi? Non vi eravate battuti per ottenere migliori condizioni contrattuali e non le avevate ottenute?

 

MARCELLO – Sì, avevamo ottenuto parecchio. Ma a un certo momento l’industria cominciò a domandare operai, e pagava molto meglio di quanto si ricavava dai nostri poderi, anche i migliori; noi potevamo trasferirci direttamente nell’industria o in altre attività o potevamo trasferirci nei più fertili poderi delle pianure e colline della Val d’Elsa o del Valdarno, poderi che erano stati lasciati da mezzadri già trasferitisi nell’industria. L’agricoltura del Chianti, invece, andava di male in peggio per via della crisi della viticoltura.

         I mezzadri più giovani cominciarono a ragionare così in famiglia:

Che ci stiamo a fare qui, senza corrente elettrica, senza comodità e a lavorare dalla mattina alla sera ricavando appena da mangiare mentre trasferendoci in qualsiasi altro posto è possibile migliorare la nostra situazione come dalla notte al giorno?

Tirate tutte le somme la convenienza a trasferirsi appariva grande; anche se si supponeva di non dare più nulla ai padroni il valore netto delle produzioni dei poderi, anche dei migliori, rimaneva inferiore al guadagno ricavabile dal lavoro nell’industria, considerato solo il salario degli uomini, perché le donne e le persone anziane non sarebbero più state costrette a lavorare.

         Nonostante questo le discussioni all’interno delle famiglie furono tante e accanite, fino a arrivare a gravi rotture fra vecchie giovani, fra uomini e donne, come mai si era verificato nella nostra storia, compresi i tempi delle grandi lotte che, al contrario, avevano unito e non diviso le famiglie. Parecchie famiglie contadine si disgregarono non solo per le liti interne, ma anche perché, cambiando attività, non era più possibile tenere in piedi la famiglia patriarcale che, del resto, non avrebbe potuto trovare posto nei piccoli appartamenti dei paesi e delle città.

         In genere, quando erano esplose delle liti, c’era una parte della famiglia che precedeva l’altra, o le altre, nell’abbandono del podere: quando invece c’era ancora accordo  la divisione della famiglia avveniva contemporaneamente all’abbandono. Solo nel caso, assai raro, di piccole famiglie non si avevano divisioni e quando la famiglia, anche se grande, rimaneva unita perché diretta verso un altro podere.

         Credo che per capire questi fatti sia utile rammentare i termini della discussione, oltre quelli che ho già detto, e anche i sentimenti che ci agitavano.

         L’opposizione all’esodo veniva soprattutto dalle persone anziane che temevano il cambiamento delle abitudini di vita ma che facevano anche delle serie obiezioni alle argomentazioni di quelli che invece erano favorevoli all’esodo.

         Io, ancora giovane, in quella circostanza ero dalla pare dei vecchi a causa della mia preferenza per la vita in campagna e per la vita del mio paese. Ma questo non potevo dirlo apertamente perché sarei passato per un reazionario: allora era incomprensibile ai più giovani di me, ma anche a molti della mia generazione, che si potesse amare una vita dura e senza la comodità che avevano gli operai e chi viveva in città. Si diceva:

- Quando un operaio ha fatto le sue otto ore di lavoro può riposarsi e si riposa anche con le ferie; noi, dopo una giornata di lavoro che dura di più di otto ore, abbiamo ancora da governare le bestie e le bestie mangiano anche nei giorni di festa. E con quali riconoscimenti? Ora che si presenta l’occasione lasciamo tutto.

Chi sosteneva questa tesi era intollerante e rabbioso  con chi a queste sacrosante verità non dava il giusto peso e, al contrario, considerava gli aspetti buoni del nostro lavoro.

         Io, almeno nel segreto dei discorsi in famiglia, mi trovavo fra questi ultimi, in netta minoranza. Dicevo:

- Otto ore soltanto vi sembra una libertà? Vi sembra una libertà marcare una cartolina? C’è chi per lavorare ha bisogno della cartolina e della frusta dei padroni che  lo sorvegliano; c’è chi non ha iniziativa, non sa far nulla se non c’è chi gli dice fai così o fai cosà. Io non ho bisogno della cartolina da marcare. Alle sei di mattina non so più stare a letto. C’è invece qualcuno di voi che per farlo alzare ci vorrebbero i bindoli.

 

ANNITA – Non esagerare. Quando eri giovane tua madre per svegliarti doveva chiamarti in continuazione per più di un ora. Invecchiando sei cambiato, almeno in questo, ma compatisci chi, al mattino, amava stare fra il calduccio delle coperte, specialmente d’inverno, quando scendere dal letto significava entrare nel gelo delle nostre stanze non riscaldate. Oggi questa giustificazione – allora valida – non c’è più e in questo caso hai ragione tu a brontolare. Ma sbagli quando dici che c’è gente alla quale piacciono i padroni che comandano e sorvegliano con la frusta.

 

MARCELLO – Non ho detto che a questa gente piacciono i padroni. Ho detto che ha bisogno di padroni, che è un’altra cosa. Ma forse nella foga ho un po’ esagerato e non voglio fare confronti. Certo è che a me – lo dicevo allora e lo ripeto ancora più convinto oggi – piacciono i lavori che mi danno soddisfazione, che penso da me. Seminare il grano e dire: qui ho seminato così e poi lo coltivo in questo modo; potare le viti e dire: vediamo che succede. Al padrone non interessano queste cose, almeno da noi ci lasciava fare come si voleva.

         Questa soddisfazione l’avevamo e ce l’hanno anche i coltivatori di oggi. Ho conosciuto un mezzadro, di nome Andrea, che è diventato salariato agricolo e che per quindici anni ha mandato tanti accidenti al padrone non per il salario che riceveva, ma perché era costretto a fare un lavoro a suo giudizio tutto sbagliato. Diceva:

- Mi pare di avere ancora mill’anni prima di andare in pensione. A lavorare così mi viene il voltastomaco, non ce la faccio più.

 

MARCO – Credo che i sentimenti tuoi e di Andrea fossero assai comuni fra i nostri contadini, anche fra coloro che hanno deciso di passare all’industria. Ho conosciuto un contadino che, in età non più giovanile (avrà avuto circa cinquant’anni), si era trasferito a fare un lavoro davvero alienante: stava per otto ore a una macchinetta che produceva tappi e chiudeva e apriva alcune levette. La sua scelta fu certamente dovuta soltanto a valutazioni strettamente economiche. Il tempo libero lo dedicava quasi tutto a un orto che aveva abilmente ricavato in un terreno demaniale lungo il torrente Ema e lì sfogava il suo amore per le piante e la loro vita. Gran parte dei suoi discorsi con la gente erano sulle più minime questioni delle tecniche di coltivazione sui suoi straordinari successi in fatto di qualità e quantità di raccolti ottenuti. Chi l’ascoltava per la prima volta ne aveva piacere e diceva:

Com’è bravo, com’è appassionato!

Ma se si aveva la disgrazia d’incontrarlo spesso l’apprezzamento si mutava in fastidio perché si ripeteva in maniera ossessionante, come il lavoro che faceva in fabbrica. E io, confesso, cercavo di evitare l’incontro.

 

MARCELLO – Vedo con piacere che voi mi capite. Ma allora temevo – e ne avevo tutte le ragioni – di non essere inteso o di essere considerato fuori tempo. E insistevo su questioni strettamente economiche. Una volta essere costretti a “andare a pigione” era la peggiore delle sventure, perché i pigionali si trovavano in condizioni molto peggiori delle nostre per via dei bassi salari e soprattutto dei lunghi periodi di disoccupazione. E noi avevamo anche esempi parecchi vicini nel tempo. Ve ne racconterò uno.

         Un certo Mario, mezzadro della fattoria di Castelvecchi, si trasferì a pigione a Radda nei primi anni del dopoguerra, prima del grande esodo. Per diversi anni si arrangiò abbastanza bene facendo i lavori più diversi, ma più che altro lavori nel bosco. Poi rimase però senza lavoro per parecchio tempo e la vita della sua famiglia diventò molto dura. Allora si rivolse al sindaco contadino Provvedi, suo vecchio amico, e gli disse:

- Nel bosco lavorano a cottimo e a giornata i mezzadri che non muoiono di fame, mentre io e gli altri pigionali siamo disoccupati. Non è giusto. Devi dire a questi contadini di non lavorare nel bosco e di lasciare questo lavoro a noi.

Rispose il Provvedi:

- Senti pallino, a parte il fatto che io quello che tu chiedi potrei dirlo, ma siccome non ho alcuna autorità per imporlo non sarei ascoltato. E tu ne sai le ragioni. Non ti ricordi, pallino, quando da contadino andavi a lavorare nel bosco e contendevi quel lavoro ai pigionali contentandoti di un sottosalario?

E Mario poté rispondere soltanto:

- Non me lo rammentavo, ma ora che patisco la fame mi rendo conto che io a quel tempo sbagliavo. Pancia piena non crede alla pancia vuota.

Queste cose facevano riflettere e causavano incertezze anche fra i giovani perché a nessuno sembrava possibile una crescita senza crisi dell’industria e lo sfascio sempre più grave dell’agricoltura. E questa era un’altra delle mie argomentazioni, in seno alla famiglia:

- Bisogna resistere, dovranno pure arrivare tempi migliori anche per l’agricoltura.

Ma erano le donne, giovani e meno giovani, che non sopportavano più la vita dei campi e spingevano con forza verso l’esodo. E le donne erano ascoltate. Avevano visitato i piccolissimi appartamenti delle amiche che già ci si erano trasferite e invidiavano queste “neo cittadine” che pensavano soltanto alle faccende domestiche e ai lavori a domicilio di poca fatica. La guerra aveva cambiato la mentalità e i bisogni di queste donne. Sentite questa, anche se un po’ precedente agli anni dei quali si parla.

         Le contadine, anche quando andavano a badare le pecore, volevano vestirsi come le signore e volevano acconciarsi i capelli come le dive del cinema. Ma a Radda allora non c’erano parrucchieri da signore e nemmeno da contadine e così quattro di loro, e fra loro c’era la qui presente mia moglie, andarono a piedi a Santa Maria Novella a Castelnuovo dei Sabbioni, dove c’era una parrucchiera da donna, per soddisfare quel loro grande desiderio.

 

ANNITA – Lascia raccontare a me che tu la infioretti troppo e poi c’ero io e non te.

         Non so spiegare bene il perché, ma eravamo davvero infatuate della permanente e per farcela eravamo pronte a sopportare qualsiasi sacrificio. Così si decise di andare a Castelnuovo dei Sabbioni, a piedi, perché non c’erano per quel posto mezzi di trasporto pubblici. Era di novembre e si partì alle cinque del mattino quando mancavano ancora diverse ore al far del giorno. Si tornò a casa di notteerso le dieci. Così, sia al mattino, sia alla sera si camminò sempre al buio, con un cielo così stellato che non mi sembra di aver più avuto occasione di vedere tante stelle, eppure si qui, e anche negli altri posti dove ho abitato, di cielo se ne vede tanto e le stelle, quando è sereno e non c’è la luna, brillano tutte quante. Si attraversarono boschi e, per far più presto, si presero scorciatoie nelle quali non si sentiva alcun rumore se non il fruscio delle foglie degli olivi. Forse se qualcuno ci avesse costrette a far quel viaggio a piedi e di notte la paura ci avrebbe fatto cattiva compagnia, invece non ci sfiorò nemmeno, non ci fece provare il più piccolo brivido, forse perché la nostra era una specie di sfida.

 

STEFANO – Non potevate farvi accompagnare da qualche uomo?

 

ANNITA – Sì, bellini loro, ci presero in giro per tanto tempo e qualche parente dei più all’antica si arrabbiò, anche perché quella sera si tornò a casa  molto più tardi del previsto e stettero in pensiero per noi: non sapevano, e anche noi ragazze non sapevamo, che dal parrucchiere le donne ci perdono una giornata intera. In verità l’idea di chiedere a qualcuno dei nostri uomini di accompagnarci non ci sfiorò nemmeno lontanamente, forse perché sapevamo già in partenza che avremmo avuto un netto rifiuto. Persino oggi, fra loro, c’è chi pensa che accompagnare la moglie dal parrucchiere non sia dignitoso. E qualcuno di questi lo conoscete bene: è quello che chiacchiera tanto.

 

MARCELLO – Bellina lei, belline loro. Ve l’immaginate delle pastorelle con la permanente! Ve l’immaginate l’Annita che portava via  il letame dalla stalla con la testolina tutta accomodata da un gran parrucchiere! Eppure è successo anche questo. E poi a me le ragazze piacevano con la pettinatura che sapevano benissimo farsi da sole con la tecnica e il gusto che si tramandavano da secoli. L’Annita, ve l’ho detto altre volte, mi piaceva con le sue lunghe trecce e il famoso parrucchiere di Castelnuovo dei Sabbioni gliele tagliò senza pietà.

 

ANNITA -  O se mi dicesti che con la permanente ero ancora più bella, mi dicesti perfino che assomigliavo a una piccola Marylin Monroe.

 

MARCELLO – Non me lo rammento, ma se lo dissi lo feci per prenderti in giro.

 

ANNITA – No, no, capii bene che non mi prendevi in giro. Certo quell’apprezzamento non l’avresti fatto alla presenza di altri che ti avrebbero preso per matto. Riconosco però che tutti gli uomini, giovani e vecchi, ci considerano delle stupidelle e qualcuno di loro disse che con quella permanente volevamo cercare per marito qualche signore o comunque qualcuno che non puzzava di cacio.

 

MARCELLO -  Era vero. O almeno quella permanente dimostrava un forte desiderio di uscire dal mondo contadino, desiderio che si espresse ancora più chiaramente e decisamente negli anni dell’esodo non solo in famiglia, ma anche fuori della famiglia. Parecchie ragazze dicevano al fidanzato:

Ti sposerò se non farai più il contadino.

ANNITA – E’ vero anche questo. Sembrava che le ragazze contadine si fossero passate fra loro delle parole d’ordine.

 

MARCELLO – Te, invece, hai avuto il coraggio di sposare un contadino. Ma credo ce qualche anno dopo, al tempo dell’esodo, anche te avresti fatto valere quelle parole d’ordine; anzi ne saresti stata una delle più convinte propagandiste anche verso le altre ragazze. Certo era difficile resistere a quelle pressioni e mole famiglie se ne andarono.

 

ANNITA – Per loro fortuna, perché tutti hanno migliorato le loro condizioni e qualcuno ha fatto anche parecchi quattrini.

 

MARCELLO – Sì, qualcuno, e questo è successo per la prima volta perché in passato nessun contadino o nessuno di origine contadina riusciva a salire alla svelta nella scala sociale. Mi pare però che la gran massa è rimasta all’interno della condizione operaia e contadina, pur con tanti miglioramenti economici rispetto al passato. E poi grande è anche il territorio nel quale la nostra gente si è sparpagliata.

 

MARCO – A me non pare che a quest’ultimo fenomeno posa essere attribuito una grande dimensione poiché l’emigrazione dal Chianti non è andata al di là, come tu ci hai detto, del territorio delle province di Siena e di Firenze, con qualche punta verso Arezzo. Poca cosa se si confronta con l’emigrazione della gente meridionale che si è sparsa in tutta l’Italia del nord e all’estero.

 

MARCELLO -  I meridionali sono arrivati anche nel Chianti, perché i proprietari chiantigiani tentarono, in un primo momento, di coprire i vuoti lasciati dai mezzadri locali ricorrendo all’importazione di contadini da alcune zone dell’Italia meridionale.

 

MARCO – Mi pare che, trattandosi di uomini, sia più corretto parlare di immigrazione e non di importazione.

 

MARCELO -  Credo che si possa parlare di importazione perché il meccanismo era questo: i mezzadri chiantigiani si trasferivano in attività o anche in poderi più ricchi. I vuoti da noi lasciati erano in parte ricoperti da meridionali, gente più povera di noi, che però arrivavano perché erano stati illusi da mediatori dei padroni o da altra gente, che affermavano che nel Chianti i poderi fruttavano molto più dei loro.

            Non era vero e poi, nelle loro mani, i poderi diminuirono le produzioni non perché quei contadini fossero meno laboriosi di noi, ma perché il nostro ambiente è troppo diverso da quello dei loro posti di origine per cui differenti devono essere e sono le tecniche di coltivazione e non era facile cambiare e adattarsi. IO ho fatto il militare in Campania e ho osservato l’agricoltura, anzi le agricolture, di quella regione e posso dirvi che se, per ipotesi, si fosse emigrati in Campania avremmo incontrato difficoltà uguali a quelle dei contadini meridionali nel Chianti.

 

ANNITA -  Erano brava gente. Accanto a noi, al Pescinale, abitò una famiglia proveniente da Potenza che era venuta in Toscana non per rimanerci, ma per fare i soldi necessari per emigrare in Canadà. Riuscirono a mettere da parte quei soldi perché non spendevano nulla. Dicevano:

Quando si passerà l’acqua salata diventeremo signori, ora dobbiamo pensare soltanto a raggranellare i denari necessari per il viaggio e per le altre necessità.

E ci riuscirono. Il giorno più bello per loro fu quando arrivò una lettera scritta da Marco, il loro familiare che era già in Canadà, nella quale gli diceva che potevano partire perché erano state perfezionate tute le pratiche burocratiche necessarie. Corsero subito a casa nostra a leggerci la lettera perché eravamo diventati i loro migliori amici. Fino a qualche anno fa ci hanno sempre scritto per le feste.

 

MARCELLO – Questa famiglia di Potenza era quasi un’eccezione nel Chianti, poiché da noi la colonia di gran lunga più numerosa era quella dei beneventani.

 

ANNITA -  I beneventani, pur non avendo nessuna esperienza della nostra terra e dei nostri sassi, riuscirono abbastanza bene a difendersi e a mettere in casa tanta roba che producevano meglio di noi: i fagioli, i ceci, i pomodori (che sistemavano in barattoli). Erano bravissimi a coltivare l’orto che, a differenza di noi, riuscivano a far produrre pur avendo poca acqua per annaffiare. Come a Benevento, ottenevano dei peperoni rossi e gialli, che era una vera bellezza vederli appesi alle logge delle case. Dove c’erano i peperoni c’erano i beneventani.

 

MARCELLO – Si adattarono subito alle nostre abitudini perché era gente aperta. Il giovedì e il sabato andavano in bicicletta o in motorino da una casa all’altra a veglia, a ballare e a cantare. E guai a noi se non s’accettava l’invito a andare a casa loro: se la sarebbero presa a male.

E del resto nell’invitare erano così insistenti che non si poteva dire di no.

 

MARCO – Forse i contadini, qualunque sia il loro paese di origine, si assomigliano tutti molto.

 

MARCELLO – Non erano tanto diversi da noi. Credo che la differenza più grossa stesse nel fatto che quando si trattava di questioni di denaro erano più accaniti di noi e non guardavano in faccia né amici né parenti. E diventarono tutti comunisti come noi.

 

MARCO – Si vede che il clima del Chianti per il partito comunista era migliore di quello delle campagne di Benevento!

 

MARCELLO – Il fatto è che da noi trovavano un’organizzazione efficiente e dai contadini toscani impararono che non c’era ragione di avere paura dei padroni.

            I beneventani sono rimasti nei poderi del Chianti non più di cinque o sei anni. Invece che in Canadà, come i nostri amici di Potenza, sono emigrati – al seguito dei contadini chiantigiani, a Lastra, a Signa, a Empoli, a Firenze, dove si sono occupati nell’industria.

 

MARCO – Forse la Toscana, grazie allo sviluppo industriale, non era da meno del Canadà.

 

MARCELLO – Certo è che la mezzadria, nelle nuove condizioni, non poteva più reggersi né con i vecchi contadini toscani, né con i contadini meridionali d’importazione. Ma tanti vecchi proprietari terrieri non sapevano rendersi conto delle ragioni dell’abbandono dei poderi e non pochi hanno sperato in un ritorno dei mezzadri.

            Isolina Minucci, proprietaria di parecchi poderi a Radda in Chianti, che furono tra i primi ad essere abbandonati, era sicura che i mezzadri – dopo aver provato con cattivi risultati il lavoro in altre attività – sarebbero tornati alla terra, terra che non poteva essere abbandonata pena la morte per fame della gente. E pregava la Madonna perché questo ritorno, secondo lei naturale, venisse affrettato. La sua sembrava, una profezia che alla sua morte, avvenuta nel 1982, non s’era ancora avverata.

            Si è avuta invece, a partire dal 1965, una ripresa della viticoltura, ma senza mezzadri perché i proprietari si sono serviti di operai agricoli al loro posto. I vecchi proprietari sono pochi, per il resto si tratta in gran parte di nuovi ricchi che hanno comprato fattorie e poderi con pochi centesimi, perché l’abbandono della terra da parte dei mezzadri aveva fatto crollare i prezzi dei terreni. Gli operai agricoli vengono invece tutti dalle famiglie mezzadrili, almeno all’inizio, hanno fornito manodopera in abbondanza anche perché questa nuova agricoltura si è largamente meccanizzata e fattorie dove c’erano cento mezzadri oggi lavorano con dieci operai e anche meno.

 

MARCO – Ora anche questa agricoltura è in crisi.

 

MARCELLO – Sì, ora è così. (Nota: vi ricordo che questi racconti sono del 1985). Ma negli anni passati la ricostruzione viticola ha consentito la stabilizzazione della popolazione di radda e degli altri comuni del Chianti e l’esodo si è fermato perché è stato possibile trovare sul posto occupazioni remunerate al pari di quelle delle zone che hanno avuto un più grande sviluppo industriale.

            Numerose case coloniche, belle ma malandate, sono state restaurate e ora sono delle dimore anche lussuose, abitate da signori italiani e stranieri. I lavori di riadattamento e miglioramento di queste case hanno dato lavoro a tanta gente e, come si dice al comune di Radda, hanno permesso di conservare beni culturali che altrimenti sarebbero stati perduti. Ma io spesso mi domando: perché quando quelle case erano abitate dai mezzadri mancava tutto e non si trovava nemmeno i soldi per le più modeste e indispensabili riparazioni?

 

MARCELLA -  Questa volta ci hai raccontato poco o punto di come la tua famiglia ha attraversato gli anni dell’esodo, così movimentati e così ricchi di trasformazioni.

 

MARCELLO – La mia famiglia si è divisa ma, fatta eccezione per due ragazze e per Romolo, i suoi membri sono rimasti tutti all’interno del comune di Radda, talvolta svantaggiati ma altre volte avvantaggiati dalle alterne vicende economiche e sociali del Chianti.

            Il primo a andarsene fu Romolo al quale la vita del contadino non era mai garbata. Si trasferì a Poggibonsi presso uno zio, riuscendo a metter su una piccola attività artigianale. Poi Remo, che tentò di fare il fornaio a Radda; e poi Toscano, il fratello minore, che già nel podere cominciò da solo a imparare a murare e poi si perfezionò alle dipendenze di muratori avviati. Ora ha una piccola impresa edilizia specializzata nel restauro delle case coloniche. E’ uno di quei pochi muratori che sa costruire i muri di pietra come e meglio di una volta.

            Intanto la mia famiglia si era trasferita da Santa Maria Novella al podere Salvale, podere più grande e redditivo. Al lavoro nei campi si dedicava solo una parte del nostro tempo perché io avevo anche altre attività. Un primo momento ho fatto il presidente della cooperativa di consumo di Radda, incarico per il quale non prendevo alcun compenso, mentre il tempo che gli dedicavo era sempre di più. Ho preferito allora diventare dipendente della cooperativa con la funzione di addetto alla vendita di prodotti per l’agricoltura. Ma il lavoro non era di mia soddisfazione.

            Con questa mia nuova attività non eravamo più in grado di mandare avanti il podere. Forse saremmo potuti restare se ci fosse stata la possibilità  di comprarlo, sia pure ricorrendo a qualche prestito, ma si sapeva che il proprietario – Masini di Greve -  non aveva alcuna intenzione di vendere. Così anche noi si pensò che fosse arrivato il momento di tornare a pigione.

            Ancora una volta ci si rivolse ai nostri ex padroni-preti che avevano case sfitte di loro proprietà e mio fratello Remo andò a Fiesole a parlare della cosa con Don Benedetti, amministratore della Diocesi.

            Avevamo messo gli occhi sull’ex casa del fattore di Santa Maria Novella, ma Don Benedetti disse:

No, caro Vanni, quella casa la vogliono in cento; per te ho di meglio. Ti offro in affitto per la stessa cifra il podere Pruneto: disporrai di una casa più grande e anche della terra.

Mio fratello tornò con questa proposta e su di essa abbiamo discusso parecchio, anzi è più giusto dire che abbiamo leticato tanto, così come succedeva nelle famiglie quando si doveva decidere sull’esodo. C’era chi diceva:

Che ce ne facciamo della terra? Non abbiamo più braccia per lavorarla e non è certo da pensare che qualcuno che lavora fuori torni a lavorare nei campi.

IO ribattevo:

Si coltiva quello che si può; si prende un trattore a nolo e si lavora la terra agli olivi; come bestiame si allevano soltanto maiali, che richiedono poca manodopera. Poi la Chiesa di certo venderà il podere a pochi soldi, come ha già fatto altre volte, e noi come affittuari lo compreremo facendo valere – se necessario – il diritto di prelazione.

Ma io ero rimasto, nel 1968, il solo a sognare di diventare proprietario di un podere.

 

MARCO – Un sogno che quindici anni prima era di tutti i contadini. Era allora che bisognava farlo avverare. Una diffusa proprietà coltivatrice avrebbe formato, anche nel Chianti, una rete produttiva più solida delle attuali aziende capitalistiche.

 

MARCELLO -  Tanta acque era passata sotto i ponti da quando, vent’anni prima, grandi masse di mezzadri si mobilitavano per migliorare anche di poco la quota di produzione loro spettante.

            Così anche noi ci si trasferì a pigione nel 1968. Si occupò, sempre per i buoni uffici di Don Benedetti, la canonica di San Niccolò a Selvole, canonica che era rimasta senza prete. Perché scordavo di dire, tanto la cosa era ovvia, che insieme ai contadini se n’erano andati anche i preti di campagna: i più, però, non per emigrazione, ma per morte naturale. Un prete di campagna che moriva non veniva ormai più sostituito.

            Quand’ero contadino del prete o facevo il sacrestano, sia pure in modo poco ortodosso, non immaginavo davvero di poter entrare come inquilino in una di quelle canoniche, che a me ragazzo apparivano come delle piccole reggie. Ma quando noi l’occupammo la canonica di Selvose era ridotta a uno sgangherato appartamento per via della cattiva manutenzione.

 

MARCELLA  - Ma ora abiti qui in questa bella casa di Porcignano.

 

MARCELLO – Volete sapere come ci sono arrivato? Un giorno la signora Linoni cercava un casiere per Porcignano, che aveva comprato da poco. Gli inglesi del vicino podere Spanda, suoi amici, indicarono me e Annita come le persone più adatte e capaci; aggiunsero però che sarebbe stato difficile convincerci a lasciare il nostro lavoro. Credo che la stima che gli inglesi di Spanda avevano e hanno nei nostri confronti dipendesse dall’amicizia che avevano allacciato con loro, una delle tante famiglie inglesi che hanno scelto il Chianti a loro dimora comprando e trasformando le vecchie e abbandonate case coloniche. Per di più gli inglesi di Spanda, pur essendo intellettuali di grande prestigio, cercavano – animati da spirito ecologico – di lavorare con le loro mani il podere, in verità con poco successo pratico.

            La signora Linoni, con l’indirizzo fornito da questi signori inglesi, venne a trovarmi in cooperativa. Quando arrivò mi s’era rotto nel mezzo un sacco di farina per polli e io lo tenevo fra le braccia senza muovermi perché anche un piccolo movimento avrebbe fatto cascare e spargere la farina per terra. Aspettavo che entrasse qualcuno nella stanza per farmi dare un sacco vuoto per metterci dentro la farina del sacco rotto. E’ entrata questa bella signora in pelliccia nera e borsa di pelle e guanti e mi ha chiesto:

E’ lei Marcello Vanni?

Sì, ma per cortesia mi dia quel sacco.

E indicai l’angolo in cui c’erano dei sacchi vuoti.

Sì, sì.

Ha posato la borsa, si è levata i guanti e mi ha portato il sacco. Io allora le ho fatto cenno di tenerlo in modo da poterci mettere la farina dal mio sacco rotto. Ha fatto per benino quello che le chiedevo e ho cominciato a versare la farina che ha fatto un gran polverone che ha investito in pieno la signora, o meglio la pelliccia della signora che da nera diventò quasi bianca.

Signora mi scusi, l’abbia pazienza, ma aspettavo qualcuno per fregarlo. Per l’appunto è arrivata lei: Questa volta è capitata male; spero che la sia più fortunata la prossima volta che verrà in cooperativa.

Non fa niente, non fa niente.

Si affrettò a dire la signora. Ho cercato una spazzola e con quella l’ho aiutata a levare la farina dalla pelliccia. Poi alla fine, mi ha detto:

Guardi, son venuta per chiederle un piacere, ma lei non deve dirmi di no.

E io prometto di non dirle di no. Anche lei mi ha fatto un piacere. Risposi con molta leggerezza.

 

ANNITA – Com’è tuo solito.

 

MARCELLO – In verità immaginavo che si trattasse di un piacere da poco. Quando mi spiegò di che si trattava e capii che accettare la sua proposta cambiava di non poco la mia vita e quella di Annita, rimasi perplesso. Ma poi, dopo tanti ripensamenti, mantenni la promessa, fatta con leggerezza ma dalla quale non mi pento. Non mi pento perché sono tornato alla vita nei campi e nei boschi e perché il lavoro che faccio è a mia misura.

            Gli artisti di tutto il mondo che vengono in visita a Porcignano dicono:

Che bello! mi piacerebbe abitarvi.

IO ci ho fatto l’abitudine a stare in questo posto e forse non apprezzo come loro queste bellezze. Anche a me piace stare qui, ma mi piace perché le condizioni di vita sono profondamente mutate rispetto a trent’anni fa quando in questa casa ci stavano i mezzadri. Le bellezze del paesaggio di Porcignano erano le stesse di oggi, forse anche di più, ma le case erano malandate, il cibo scarso e il lavoro duro.

 

MARCO – Il progresso è stato dunque grande.

 

MARCELLO – Per alcuni aspetti sì, ma per altri preferisco senza dubbio il vecchio mondo contadino.

 

   
Arrivederci alla prossima storia....Commenti sono sempre graditi:-)


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Ultimo aggiornamento 13/07/02- Pagine web a cura di Luca Robustelli
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