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"IL NOSTRO IMPEGNO PER LA TUTELA DELLE TRADIZIONI POPOLARI CHIANTIGIANE" Sorry only
italian text Last update 13/07/02 14. Esodo MARCELLO
– Vorrei
raccontarvi qualcosa sulle nostre vicende negli anni del grande esodo, alle
quali finora ho solo accennato occasionalmente. MARCO
– Benissimo! Perché non solo nel Chianti, ma anche nel resto della
Toscana e in gran parte dell’Italia quegli anni, dopo la storica fine
della soggezione dei contadini della quale ci hai parlato, determinarono una
grande svolta che, nel bene e nel male, ha cambiato il volto delle nostre
campagne. MARCELLO
– Come potete capire io non so affrontare questi argomenti in termini così
solenni e impegnati come fa il nostro dottor Marco. STEFANO
– Meno male, sennò ci annoieresti. MARCELLO
– Ho paura di annoiarvi lo stesso perché ancora non ho capito molto degli
avvenimenti di quel tempo e soprattutto perché con l’esodo si sfasciò
anche la
mia banda di amici che costituiva il mio piccolo mondo dal quale partivano
tante delle piccole e grandi avventure che vi ho finora raccontato.
Chi è andato da una parte, chi dall’altra; ogni tanto incontro
qualcuno, ma non è possibile trovarci tutti insieme, anche se i più
lontani stanno soltanto a Firenze e a Poggibonsi. Forse si potrebbe prendere
l’iniziativa di trovarci tutti insieme a cena, ma non siamo più in grado
di combinarne qualcuna delle nostre, perché s’è perso l’affiatamento
necessario e perché, senza volerlo, è cambiato i nostro modo di vivere. MARCELLA
- Ma che
cosa è successo per spingere tutti quei contadini a lasciare in brevissimo
tempo tanti poderi? Non vi eravate battuti per ottenere migliori condizioni
contrattuali e non le avevate ottenute? MARCELLO
– Sì, avevamo ottenuto parecchio. Ma a un certo momento l’industria
cominciò a domandare operai, e pagava molto meglio di quanto si ricavava
dai nostri poderi, anche i migliori; noi potevamo trasferirci direttamente
nell’industria o in altre attività o potevamo trasferirci nei più
fertili poderi delle pianure e colline della Val d’Elsa o del Valdarno,
poderi che erano stati lasciati da mezzadri già trasferitisi
nell’industria. L’agricoltura del Chianti, invece, andava di male in
peggio per via della crisi della viticoltura.
I mezzadri più giovani cominciarono a ragionare così in famiglia: Che ci
stiamo a fare qui, senza corrente elettrica, senza comodità e a lavorare
dalla mattina alla sera ricavando appena da mangiare mentre trasferendoci in
qualsiasi altro posto è possibile migliorare la nostra situazione come
dalla notte al giorno? Tirate
tutte le somme la convenienza a trasferirsi appariva grande; anche se si
supponeva di non dare più nulla ai padroni il valore netto delle produzioni
dei poderi, anche dei migliori, rimaneva inferiore al guadagno ricavabile
dal lavoro nell’industria, considerato solo il salario degli uomini, perché
le donne e le persone anziane non sarebbero più state costrette a lavorare.
Nonostante questo le discussioni all’interno delle famiglie furono
tante e accanite, fino a arrivare a gravi rotture fra vecchie giovani, fra
uomini e donne, come mai si era verificato nella nostra storia, compresi i
tempi delle grandi lotte che, al contrario, avevano unito e non diviso le
famiglie. Parecchie famiglie contadine si disgregarono non solo per le liti
interne, ma anche perché, cambiando attività, non era più possibile
tenere in piedi la famiglia patriarcale che, del resto, non avrebbe potuto
trovare posto nei piccoli appartamenti dei paesi e delle città.
In genere, quando erano esplose delle liti, c’era una parte della
famiglia che precedeva l’altra, o le altre, nell’abbandono del podere:
quando invece c’era ancora accordo la divisione
della famiglia avveniva contemporaneamente all’abbandono. Solo nel caso,
assai raro, di piccole famiglie non si avevano divisioni e quando la
famiglia, anche se grande, rimaneva unita perché diretta verso un altro
podere.
Credo che per capire questi fatti sia utile rammentare i termini
della discussione, oltre quelli che ho già detto, e anche i sentimenti che
ci agitavano.
L’opposizione all’esodo veniva soprattutto dalle persone anziane
che temevano il cambiamento delle abitudini di vita ma che facevano anche
delle serie obiezioni alle argomentazioni di quelli che invece erano
favorevoli all’esodo.
Io, ancora giovane, in quella circostanza ero dalla pare dei vecchi a
causa della mia preferenza per la vita in campagna e per la vita del mio
paese. Ma questo non potevo dirlo apertamente perché sarei passato per un
reazionario: allora era incomprensibile ai più giovani di me, ma anche a
molti della mia generazione, che si potesse amare una vita dura e senza la
comodità che avevano gli operai e chi viveva in città. Si diceva: -
Quando un operaio ha fatto le sue otto ore di lavoro può riposarsi e si
riposa anche con le ferie; noi, dopo una giornata di lavoro che dura di più
di otto ore, abbiamo ancora da governare le bestie e le bestie mangiano
anche nei giorni di festa. E con quali riconoscimenti? Ora che si presenta
l’occasione lasciamo tutto. Chi
sosteneva questa tesi era intollerante e rabbioso con chi a queste
sacrosante verità non dava il giusto peso e, al contrario, considerava gli
aspetti buoni del nostro lavoro.
Io, almeno nel segreto dei discorsi in famiglia, mi trovavo fra
questi ultimi, in netta minoranza. Dicevo: - Otto
ore soltanto vi sembra una libertà? Vi sembra una libertà marcare una
cartolina? C’è chi per lavorare ha bisogno della cartolina e della frusta
dei padroni che lo
sorvegliano; c’è chi non ha iniziativa, non sa far nulla se non c’è
chi gli dice fai così o fai cosà. Io non ho bisogno della cartolina da
marcare. Alle sei di mattina non so più stare a letto. C’è invece
qualcuno di voi che per farlo alzare ci vorrebbero i bindoli. ANNITA
– Non esagerare. Quando eri giovane tua madre per svegliarti doveva
chiamarti in continuazione per più di un ora. Invecchiando sei cambiato,
almeno in questo, ma compatisci chi, al mattino, amava stare fra il
calduccio delle coperte, specialmente d’inverno, quando scendere dal letto
significava entrare nel gelo delle nostre stanze non riscaldate. Oggi questa
giustificazione – allora valida – non c’è più e in questo caso hai
ragione tu a brontolare. Ma sbagli quando dici che c’è gente alla quale
piacciono i padroni che comandano e sorvegliano con la frusta. MARCELLO
– Non ho detto che a questa gente piacciono i padroni. Ho detto che ha
bisogno di padroni, che è un’altra cosa. Ma forse nella foga ho un po’
esagerato e non voglio fare confronti. Certo è che a me – lo dicevo
allora e lo ripeto ancora più convinto oggi – piacciono i lavori che mi
danno soddisfazione, che penso da me. Seminare il grano e dire: qui ho
seminato così e poi lo coltivo in questo modo; potare le viti e dire:
vediamo che succede. Al padrone non interessano queste cose, almeno da noi
ci lasciava fare come si voleva.
Questa soddisfazione l’avevamo e ce l’hanno anche i coltivatori
di oggi. Ho conosciuto un mezzadro, di nome Andrea, che è diventato
salariato agricolo e che per quindici anni ha mandato tanti accidenti al
padrone non per il salario che riceveva, ma perché era costretto a fare un
lavoro a suo giudizio tutto sbagliato. Diceva: - Mi
pare di avere ancora mill’anni prima di andare in pensione. A lavorare così
mi viene il voltastomaco, non ce la faccio più. MARCO
– Credo che i sentimenti tuoi e di Andrea fossero assai comuni fra i
nostri contadini, anche fra coloro che hanno deciso di passare
all’industria. Ho conosciuto un contadino che, in età non più giovanile
(avrà avuto circa cinquant’anni), si era trasferito a fare un lavoro
davvero alienante: stava per otto ore a una macchinetta che produceva tappi
e chiudeva e apriva alcune levette. La sua scelta fu certamente dovuta
soltanto a valutazioni strettamente economiche. Il tempo libero lo dedicava
quasi tutto a un orto che aveva abilmente ricavato in un terreno demaniale
lungo il torrente Ema e lì sfogava il suo amore per le piante e la loro
vita. Gran parte dei suoi discorsi con la gente erano sulle più minime
questioni delle tecniche di coltivazione sui suoi straordinari successi in
fatto di qualità e quantità di raccolti ottenuti. Chi l’ascoltava per la
prima volta ne aveva piacere e diceva: Com’è
bravo, com’è appassionato! Ma se
si aveva la disgrazia d’incontrarlo spesso l’apprezzamento si mutava in
fastidio perché si ripeteva in maniera ossessionante, come il lavoro che
faceva in fabbrica. E io, confesso, cercavo di evitare l’incontro. MARCELLO
– Vedo con piacere che voi mi capite. Ma allora temevo – e ne avevo
tutte le ragioni – di non essere inteso o di essere considerato fuori
tempo. E insistevo su questioni strettamente economiche. Una volta essere
costretti a “andare a pigione” era la peggiore delle sventure, perché i
pigionali si trovavano in condizioni molto peggiori delle nostre per via dei
bassi salari e soprattutto dei lunghi periodi di disoccupazione. E noi
avevamo anche esempi parecchi vicini nel tempo. Ve ne racconterò uno.
Un certo Mario, mezzadro della fattoria di Castelvecchi, si trasferì
a pigione a Radda nei primi anni del dopoguerra, prima del grande esodo. Per
diversi anni si arrangiò abbastanza bene facendo i lavori più diversi, ma
più che altro lavori nel bosco. Poi rimase però senza lavoro per parecchio
tempo e la vita della sua famiglia diventò molto dura. Allora si rivolse al
sindaco contadino Provvedi, suo vecchio amico, e gli disse: - Nel
bosco lavorano a cottimo e a giornata i mezzadri che non muoiono di fame,
mentre io e gli altri pigionali siamo disoccupati. Non è giusto. Devi dire
a questi contadini di non lavorare nel bosco e di lasciare questo lavoro a
noi. Rispose
il Provvedi: -
Senti pallino, a parte il fatto che io quello che tu chiedi potrei dirlo, ma
siccome non ho alcuna autorità per imporlo non sarei ascoltato. E tu ne sai
le ragioni. Non ti ricordi, pallino, quando da contadino andavi a lavorare
nel bosco e contendevi quel lavoro ai pigionali contentandoti di un
sottosalario? E
Mario poté rispondere soltanto: - Non
me lo rammentavo, ma ora che patisco la fame mi rendo conto che io a quel
tempo sbagliavo. Pancia piena non crede alla pancia vuota. Queste
cose facevano riflettere e causavano incertezze anche fra i giovani perché
a nessuno sembrava possibile una crescita senza crisi dell’industria e lo
sfascio sempre più grave dell’agricoltura. E questa era un’altra delle
mie argomentazioni, in seno alla famiglia: -
Bisogna resistere, dovranno pure arrivare tempi migliori anche per
l’agricoltura. Ma
erano le donne, giovani e meno giovani, che non sopportavano più la vita
dei campi e spingevano con forza verso l’esodo. E le donne erano
ascoltate. Avevano visitato i piccolissimi appartamenti delle amiche che già
ci si erano trasferite e invidiavano queste “neo cittadine” che
pensavano soltanto alle faccende domestiche e ai lavori a domicilio di poca
fatica. La guerra aveva cambiato la mentalità e i bisogni di queste donne.
Sentite questa, anche se un po’ precedente agli anni dei quali si parla.
Le contadine, anche quando andavano a badare le pecore, volevano
vestirsi come le signore e volevano acconciarsi i capelli come le dive del
cinema. Ma a Radda allora non c’erano parrucchieri da signore e nemmeno da
contadine e così quattro di loro, e fra loro c’era la qui presente mia
moglie, andarono a piedi a Santa Maria Novella a Castelnuovo dei Sabbioni,
dove c’era una parrucchiera da donna, per soddisfare quel loro grande
desiderio. ANNITA
– Lascia raccontare a me che tu la infioretti troppo e poi c’ero io e
non te.
Non so spiegare bene il perché, ma eravamo davvero infatuate della
permanente e per farcela eravamo pronte a sopportare qualsiasi sacrificio.
Così si decise di andare a Castelnuovo dei Sabbioni, a piedi, perché non
c’erano per quel posto mezzi di trasporto pubblici. Era di novembre e si
partì alle cinque del mattino quando mancavano ancora diverse ore al far
del giorno. Si tornò a casa di notteerso le dieci. Così, sia al mattino,
sia alla sera si camminò sempre al buio, con un cielo così stellato che
non mi sembra di aver più avuto occasione di vedere tante stelle, eppure si
qui, e anche negli altri posti dove ho abitato, di cielo se ne vede tanto e
le stelle, quando è sereno e non c’è la luna, brillano tutte quante. Si
attraversarono boschi e, per far più presto, si presero scorciatoie nelle
quali non si sentiva alcun rumore se non il fruscio delle foglie degli
olivi. Forse se qualcuno ci avesse costrette a far quel viaggio a piedi e di
notte la paura ci avrebbe fatto cattiva compagnia, invece non ci sfiorò
nemmeno, non ci fece provare il più piccolo brivido, forse perché la
nostra era una specie di sfida. STEFANO
– Non potevate farvi accompagnare da qualche uomo? ANNITA
– Sì, bellini loro, ci presero in giro per tanto tempo e qualche parente
dei più all’antica si arrabbiò, anche perché quella sera si tornò a
casa molto
più tardi del previsto e stettero in pensiero per noi: non sapevano, e
anche noi ragazze non sapevamo, che dal parrucchiere le donne ci perdono una
giornata intera. In verità l’idea di chiedere a qualcuno dei nostri
uomini di accompagnarci non ci sfiorò nemmeno lontanamente, forse perché
sapevamo già in partenza che avremmo avuto un netto rifiuto. Persino oggi,
fra loro, c’è chi pensa che accompagnare la moglie dal parrucchiere non
sia dignitoso. E qualcuno di questi lo conoscete bene: è quello che
chiacchiera tanto. MARCELLO
– Bellina lei, belline loro. Ve l’immaginate delle pastorelle con la
permanente! Ve l’immaginate l’Annita che portava via il letame dalla
stalla con la testolina tutta accomodata da un gran parrucchiere! Eppure è
successo anche questo. E poi a me le ragazze piacevano con la pettinatura
che sapevano benissimo farsi da sole con la tecnica e il gusto che si
tramandavano da secoli. L’Annita, ve l’ho detto altre volte, mi piaceva
con le sue lunghe trecce e il famoso parrucchiere di Castelnuovo dei
Sabbioni gliele tagliò senza pietà. ANNITA
- O se mi
dicesti che con la permanente ero ancora più bella, mi dicesti perfino che
assomigliavo a una piccola Marylin Monroe. MARCELLO
– Non me lo rammento, ma se lo dissi lo feci per prenderti in giro. ANNITA
– No, no, capii bene che non mi prendevi in giro. Certo
quell’apprezzamento non l’avresti fatto alla presenza di altri che ti
avrebbero preso per matto. Riconosco però che tutti gli uomini, giovani e
vecchi, ci considerano delle stupidelle e qualcuno di loro disse che con
quella permanente volevamo cercare per marito qualche signore o comunque
qualcuno che non puzzava di cacio. MARCELLO
- Era vero.
O almeno quella permanente dimostrava un forte desiderio di uscire dal mondo
contadino, desiderio che si espresse ancora più chiaramente e decisamente
negli anni dell’esodo non solo in famiglia, ma anche fuori della famiglia.
Parecchie ragazze dicevano al fidanzato: Ti
sposerò se non farai più il contadino. ANNITA
– E’ vero anche questo. Sembrava che le ragazze contadine si fossero
passate fra loro delle parole d’ordine. MARCELLO
– Te, invece, hai avuto il coraggio di sposare un contadino. Ma credo ce
qualche anno dopo, al tempo dell’esodo, anche te avresti fatto valere
quelle parole d’ordine; anzi ne saresti stata una delle più convinte
propagandiste anche verso le altre ragazze. Certo era difficile resistere a
quelle pressioni e mole famiglie se ne andarono. ANNITA
– Per loro fortuna, perché tutti hanno migliorato le loro condizioni e
qualcuno ha fatto anche parecchi quattrini. MARCELLO
– Sì, qualcuno, e questo è successo per la prima volta perché in
passato nessun contadino o nessuno di origine contadina riusciva a salire
alla svelta nella scala sociale. Mi pare però che la gran massa è rimasta
all’interno della condizione operaia e contadina, pur con tanti
miglioramenti economici rispetto al passato. E poi grande è anche il
territorio nel quale la nostra gente si è sparpagliata. MARCO
– A me non pare che a quest’ultimo fenomeno posa essere attribuito una
grande dimensione poiché l’emigrazione dal Chianti non è andata al di là,
come tu ci hai detto, del territorio delle province di Siena e di Firenze,
con qualche punta verso Arezzo. Poca cosa se si confronta con
l’emigrazione della gente meridionale che si è sparsa in tutta l’Italia
del nord e all’estero. MARCELLO
- I meridionali sono arrivati
anche nel Chianti, perché i proprietari chiantigiani tentarono, in un primo
momento, di coprire i vuoti lasciati dai mezzadri locali ricorrendo
all’importazione di contadini da alcune zone dell’Italia meridionale. MARCO
– Mi pare che, trattandosi di uomini, sia più corretto parlare di
immigrazione e non di importazione. MARCELO
- Credo che si possa parlare di
importazione perché il meccanismo era questo: i mezzadri chiantigiani si
trasferivano in attività o anche in poderi più ricchi. I vuoti da noi
lasciati erano in parte ricoperti da meridionali, gente più povera di noi,
che però arrivavano perché erano stati illusi da mediatori dei padroni o
da altra gente, che affermavano che nel Chianti i poderi fruttavano molto più
dei loro.
Non era vero e poi, nelle loro mani, i poderi
diminuirono le produzioni non perché quei contadini fossero meno laboriosi
di noi, ma perché il nostro ambiente è troppo diverso da quello dei loro
posti di origine per cui differenti devono essere e sono le tecniche di
coltivazione e non era facile cambiare e adattarsi. IO ho fatto il militare
in Campania e ho osservato l’agricoltura, anzi le agricolture, di quella
regione e posso dirvi che se, per ipotesi, si fosse emigrati in Campania
avremmo incontrato difficoltà uguali a quelle dei contadini meridionali nel
Chianti. ANNITA - Erano brava gente. Accanto a noi, al
Pescinale, abitò una famiglia proveniente da Potenza che era venuta in
Toscana non per rimanerci, ma per fare i soldi necessari per emigrare in
Canadà. Riuscirono a mettere da parte quei soldi perché non spendevano
nulla. Dicevano: Quando
si passerà l’acqua salata diventeremo signori, ora dobbiamo pensare
soltanto a raggranellare i denari necessari per il viaggio e per le altre
necessità. E ci
riuscirono. Il giorno più bello per loro fu quando arrivò una lettera
scritta da Marco, il loro familiare che era già in Canadà, nella quale gli
diceva che potevano partire perché erano state perfezionate tute le
pratiche burocratiche necessarie. Corsero subito a casa nostra a leggerci la
lettera perché eravamo diventati i loro migliori amici. Fino a qualche anno
fa ci hanno sempre scritto per le feste. MARCELLO
– Questa famiglia di Potenza era quasi un’eccezione nel Chianti, poiché
da noi la colonia di gran lunga più numerosa era quella dei beneventani. ANNITA - I beneventani, pur non avendo
nessuna esperienza della nostra terra e dei nostri sassi, riuscirono
abbastanza bene a difendersi e a mettere in casa tanta roba che producevano
meglio di noi: i fagioli, i ceci, i pomodori (che sistemavano in barattoli).
Erano bravissimi a coltivare l’orto che, a differenza di noi, riuscivano a
far produrre pur avendo poca acqua per annaffiare. Come a Benevento,
ottenevano dei peperoni rossi e gialli, che era una vera bellezza vederli
appesi alle logge delle case. Dove c’erano i peperoni c’erano i
beneventani. MARCELLO
– Si adattarono subito alle nostre abitudini perché era gente aperta. Il
giovedì e il sabato andavano in bicicletta o in motorino da una casa
all’altra a veglia, a ballare e a cantare. E guai a noi se non
s’accettava l’invito a andare a casa loro: se la sarebbero presa a male. E del
resto nell’invitare erano così insistenti che non si poteva dire di no. MARCO
– Forse i contadini, qualunque sia il loro paese di origine, si
assomigliano tutti molto. MARCELLO
– Non erano tanto diversi da noi. Credo che la differenza più grossa
stesse nel fatto che quando si trattava di questioni di denaro erano più
accaniti di noi e non guardavano in faccia né amici né parenti. E
diventarono tutti comunisti come noi. MARCO
– Si vede che il clima del Chianti per il partito comunista era migliore
di quello delle campagne di Benevento! MARCELLO
– Il fatto è che da noi trovavano un’organizzazione efficiente e dai
contadini toscani impararono che non c’era ragione di avere paura dei
padroni.
I beneventani sono rimasti nei poderi del
Chianti non più di cinque o sei anni. Invece che in Canadà, come i nostri
amici di Potenza, sono emigrati – al seguito dei contadini chiantigiani, a
Lastra, a Signa, a Empoli, a Firenze, dove si sono occupati
nell’industria. MARCO
– Forse la Toscana, grazie allo sviluppo industriale, non era da meno del
Canadà. MARCELLO
– Certo è che la mezzadria, nelle nuove condizioni, non poteva più
reggersi né con i vecchi contadini toscani, né con i contadini meridionali
d’importazione. Ma tanti vecchi proprietari terrieri non sapevano rendersi
conto delle ragioni dell’abbandono dei poderi e non pochi hanno sperato in
un ritorno dei mezzadri.
Isolina Minucci, proprietaria di parecchi
poderi a Radda in Chianti, che furono tra i primi ad essere abbandonati, era
sicura che i mezzadri – dopo aver provato con cattivi risultati il lavoro
in altre attività – sarebbero tornati alla terra, terra che non poteva
essere abbandonata pena la morte per fame della gente. E pregava la Madonna
perché questo ritorno, secondo lei naturale, venisse affrettato. La sua
sembrava, una profezia che alla sua morte, avvenuta nel 1982, non s’era
ancora avverata.
Si è avuta invece, a partire dal 1965, una
ripresa della viticoltura, ma senza mezzadri perché i proprietari si sono
serviti di operai agricoli al loro posto. I vecchi proprietari sono pochi,
per il resto si tratta in gran parte di nuovi ricchi che hanno comprato
fattorie e poderi con pochi centesimi, perché l’abbandono della terra da
parte dei mezzadri aveva fatto crollare i prezzi dei terreni. Gli operai
agricoli vengono invece tutti dalle famiglie mezzadrili, almeno
all’inizio, hanno fornito manodopera in abbondanza anche perché questa
nuova agricoltura si è largamente meccanizzata e fattorie dove c’erano
cento mezzadri oggi lavorano con dieci operai e anche meno. MARCO
– Ora anche questa agricoltura è in crisi. MARCELLO
– Sì, ora è così. (Nota: vi ricordo che questi racconti sono del 1985).
Ma negli anni passati la ricostruzione viticola ha consentito la
stabilizzazione della popolazione di radda e degli altri comuni del Chianti
e l’esodo si è fermato perché è stato possibile trovare sul posto
occupazioni remunerate al pari di quelle delle zone che hanno avuto un più
grande sviluppo industriale.
Numerose case coloniche, belle ma malandate,
sono state restaurate e ora sono delle dimore anche lussuose, abitate da
signori italiani e stranieri. I lavori di riadattamento e miglioramento di
queste case hanno dato lavoro a tanta gente e, come si dice al comune di
Radda, hanno permesso di conservare beni culturali che altrimenti sarebbero
stati perduti. Ma io spesso mi domando: perché quando quelle case erano
abitate dai mezzadri mancava tutto e non si trovava nemmeno i soldi per le
più modeste e indispensabili riparazioni? MARCELLA
- Questa volta ci hai
raccontato poco o punto di come la tua famiglia ha attraversato gli anni
dell’esodo, così movimentati e così ricchi di trasformazioni. MARCELLO
– La mia famiglia si è divisa ma, fatta eccezione per due ragazze e per
Romolo, i suoi membri sono rimasti tutti all’interno del comune di Radda,
talvolta svantaggiati ma altre volte avvantaggiati dalle alterne vicende
economiche e sociali del Chianti.
Il primo a andarsene fu Romolo al quale la vita
del contadino non era mai garbata. Si trasferì a Poggibonsi presso uno zio,
riuscendo a metter su una piccola attività artigianale. Poi Remo, che tentò
di fare il fornaio a Radda; e poi Toscano, il fratello minore, che già nel
podere cominciò da solo a imparare a murare e poi si perfezionò alle
dipendenze di muratori avviati. Ora ha una piccola impresa edilizia
specializzata nel restauro delle case coloniche. E’ uno di quei pochi
muratori che sa costruire i muri di pietra come e meglio di una volta.
Intanto la mia famiglia si era trasferita da
Santa Maria Novella al podere Salvale, podere più grande e redditivo. Al
lavoro nei campi si dedicava solo una parte del nostro tempo perché io
avevo anche altre attività. Un primo momento ho fatto il presidente della
cooperativa di consumo di Radda, incarico per il quale non prendevo alcun
compenso, mentre il tempo che gli dedicavo era sempre di più. Ho preferito
allora diventare dipendente della cooperativa con la funzione di addetto
alla vendita di prodotti per l’agricoltura. Ma il lavoro non era di mia
soddisfazione.
Con questa mia nuova attività non eravamo più
in grado di mandare avanti il podere. Forse saremmo potuti restare se ci
fosse stata la possibilità di
comprarlo, sia pure ricorrendo a qualche prestito, ma si sapeva che il
proprietario – Masini di Greve - non
aveva alcuna intenzione di vendere. Così anche noi si pensò che fosse
arrivato il momento di tornare a pigione.
Ancora una volta ci si rivolse ai nostri ex
padroni-preti che avevano case sfitte di loro proprietà e mio fratello Remo
andò a Fiesole a parlare della cosa con Don Benedetti, amministratore della
Diocesi.
Avevamo messo gli occhi sull’ex casa del
fattore di Santa Maria Novella, ma Don Benedetti disse: No, caro
Vanni, quella casa la vogliono in cento; per te ho di meglio. Ti offro in
affitto per la stessa cifra il podere Pruneto: disporrai di una casa più
grande e anche della terra. Mio
fratello tornò con questa proposta e su di essa abbiamo discusso parecchio,
anzi è più giusto dire che abbiamo leticato tanto, così come succedeva
nelle famiglie quando si doveva decidere sull’esodo. C’era chi diceva: Che ce
ne facciamo della terra? Non abbiamo più braccia per lavorarla e non è
certo da pensare che qualcuno che lavora fuori torni a lavorare nei campi. IO
ribattevo: Si
coltiva quello che si può; si prende un trattore a nolo e si lavora la
terra agli olivi; come bestiame si allevano soltanto maiali, che richiedono
poca manodopera. Poi la Chiesa di certo venderà il podere a pochi soldi,
come ha già fatto altre volte, e noi come affittuari lo compreremo facendo
valere – se necessario – il diritto di prelazione. Ma io
ero rimasto, nel 1968, il solo a sognare di diventare proprietario di un
podere. MARCO
– Un sogno che quindici anni prima era di tutti i contadini. Era allora
che bisognava farlo avverare. Una diffusa proprietà coltivatrice avrebbe
formato, anche nel Chianti, una rete produttiva più solida delle attuali
aziende capitalistiche. MARCELLO
- Tanta acque era passata sotto
i ponti da quando, vent’anni prima, grandi masse di mezzadri si
mobilitavano per migliorare anche di poco la quota di produzione loro
spettante.
Così anche noi ci si trasferì a pigione nel
1968. Si occupò, sempre per i buoni uffici di Don Benedetti, la canonica di
San Niccolò a Selvole, canonica che era rimasta senza prete. Perché
scordavo di dire, tanto la cosa era ovvia, che insieme ai contadini se
n’erano andati anche i preti di campagna: i più, però, non per
emigrazione, ma per morte naturale. Un prete di campagna che moriva non
veniva ormai più sostituito.
Quand’ero contadino del prete o facevo il
sacrestano, sia pure in modo poco ortodosso, non immaginavo davvero di poter
entrare come inquilino in una di quelle canoniche, che a me ragazzo
apparivano come delle piccole reggie. Ma quando noi l’occupammo la
canonica di Selvose era ridotta a uno sgangherato appartamento per via della
cattiva manutenzione. MARCELLA - Ma ora abiti qui in questa bella
casa di Porcignano. MARCELLO
– Volete sapere come ci sono arrivato? Un giorno la signora Linoni cercava
un casiere per Porcignano, che aveva comprato da poco. Gli inglesi del
vicino podere Spanda, suoi amici, indicarono me e Annita come le persone più
adatte e capaci; aggiunsero però che sarebbe stato difficile convincerci a
lasciare il nostro lavoro. Credo che la stima che gli inglesi di Spanda
avevano e hanno nei nostri confronti dipendesse dall’amicizia che avevano
allacciato con loro, una delle tante famiglie inglesi che hanno scelto il
Chianti a loro dimora comprando e trasformando le vecchie e abbandonate case
coloniche. Per di più gli inglesi di Spanda, pur essendo intellettuali di
grande prestigio, cercavano – animati da spirito ecologico – di lavorare
con le loro mani il podere, in verità con poco successo pratico.
La signora Linoni, con l’indirizzo fornito da
questi signori inglesi, venne a trovarmi in cooperativa. Quando arrivò mi
s’era rotto nel mezzo un sacco di farina per polli e io lo tenevo fra le
braccia senza muovermi perché anche un piccolo movimento avrebbe fatto
cascare e spargere la farina per terra. Aspettavo che entrasse qualcuno
nella stanza per farmi dare un sacco vuoto per metterci dentro la farina del
sacco rotto. E’ entrata questa bella signora in pelliccia nera e borsa di
pelle e guanti e mi ha chiesto: E’ lei
Marcello Vanni? Sì, ma
per cortesia mi dia quel sacco. E
indicai l’angolo in cui c’erano dei sacchi vuoti. Sì, sì. Ha
posato la borsa, si è levata i guanti e mi ha portato il sacco. Io allora
le ho fatto cenno di tenerlo in modo da poterci mettere la farina dal mio
sacco rotto. Ha fatto per benino quello che le chiedevo e ho cominciato a
versare la farina che ha fatto un gran polverone che ha investito in pieno
la signora, o meglio la pelliccia della signora che da nera diventò quasi
bianca. Signora
mi scusi, l’abbia pazienza, ma aspettavo qualcuno per fregarlo. Per
l’appunto è arrivata lei: Questa volta è capitata male; spero che la sia
più fortunata la prossima volta che verrà in cooperativa. Non fa
niente, non fa niente. Si
affrettò a dire la signora. Ho cercato una spazzola e con quella l’ho
aiutata a levare la farina dalla pelliccia. Poi alla fine, mi ha detto: Guardi,
son venuta per chiederle un piacere, ma lei non deve dirmi di no. E io
prometto di non dirle di no. Anche lei mi ha fatto un piacere. Risposi con
molta leggerezza. ANNITA
– Com’è tuo solito. MARCELLO
– In verità immaginavo che si trattasse di un piacere da poco. Quando mi
spiegò di che si trattava e capii che accettare la sua proposta cambiava di
non poco la mia vita e quella di Annita, rimasi perplesso. Ma poi, dopo
tanti ripensamenti, mantenni la promessa, fatta con leggerezza ma dalla
quale non mi pento. Non mi pento perché sono tornato alla vita nei campi e
nei boschi e perché il lavoro che faccio è a mia misura.
Gli artisti di tutto il mondo che vengono in
visita a Porcignano dicono: Che
bello! mi piacerebbe abitarvi. IO ci ho
fatto l’abitudine a stare in questo posto e forse non apprezzo come loro
queste bellezze. Anche a me piace stare qui, ma mi piace perché le
condizioni di vita sono profondamente mutate rispetto a trent’anni fa
quando in questa casa ci stavano i mezzadri. Le bellezze del paesaggio di
Porcignano erano le stesse di oggi, forse anche di più, ma le case erano
malandate, il cibo scarso e il lavoro duro. MARCO
– Il progresso è stato dunque grande. MARCELLO
– Per alcuni aspetti sì, ma per altri preferisco senza dubbio il vecchio
mondo contadino.
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13/07/02- Pagine web a cura di Luca Robustelli
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