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"IL NOSTRO IMPEGNO PER LA TUTELA DELLE TRADIZIONI POPOLARI CHIANTIGIANE" Sorry only italian text Last update 14/12/01 Ragazzi fra pecore, porci e vipere
Marcello – Ho cominciato a lavorare a sei anni, il primo giorno
che sono andato a scuola, perché appena tornato a casa mi consegnarono un
maiale da badare al pascolo. Da allora maiali e pecore sono stati la mia
dannazione, così come lo erano per tutti i ragazzi contadini del Chianti.
Ma forse esagero un po’ perché, grazie alla nostra grande inventiva, si
riusciva sempre – anche se con qualche inconveniente – a badare a
pecore e maiali e nello stesso tempo a trovare occasioni e motivi di
divertimento più o meno leciti.
A La Balza
l’allevamento dei maiali era piuttosto piccolo, una scrofa con sei o
sette magroni, a differenza di altri poderi, come questo di Porcignano in
cui i maiali, esclusi quelli piccoli in allattamento, erano all’incirca
una trentina. Il gregge era formato da una dozzina di pecore. Maiali e
pecore erano affidati per il pascolo a bambini e bambine.
Questo significava,
specialmente in alcuni periodi dell’anno, perdere molti giorni di
scuola, ma i nostri genitori poco se ne preoccupavano perché anteponevano
il lavoro alla scuola. Quasi tutti erano analfabeti; i pochi che sapevano
leggere lìavevano imparato in privato dal parroco o durante il servizio
militare. La scuola elementare statale ha cominciato a essere frequentata
dalla mia generazione.
Il pascolo d’inverno
durava poco e le pecore stavano parecchie ore nella stalla. Per fortuna la
stagione invernale era quella della scuola. Il periodo migliore per il
pascolo era la primavera e, se non ricorreva la siccità, anche
l’estate. Per noi ragazzi naturalmente era il contrario perché eravamo
impegnati per un tempo più lungo.
Ci si alzava la mattina
alle quattro per aiutare la mamma a mungere, poi si faceva colazione e si
sortiva con le pecore; verso le nove si riportavano le pecore nella stalla
per uscire ancora verso le quattro del pomeriggio per altre tre o quattro
ore, fino al tramonto. Il pascolo aveva dunque in tutto una durata di
sette o otto ore al giorno e fra i due turni, nelle ore più calde della
giornata quando le pecore non erano in grado di pascolare e si riposavano
all’ombra, vi era un intervallo di altre sette o otto ore durante il
quale avremmo potuto dormire e recuperare il sonno perduto a causa della
levataccia del mattino. Ma in quelle ore libere si correva nel borro a
chiappare i pesci o, fin verso i dieci anni, si giocava con i balocchi da
noi stessi costruiti con strumenti rudimentali: una piccola sega dentata
chiamata succhiello, un piccolo trapano a mano chiamato verrina e un
pennato.
A me piaceva costruire
dei bovi che trainavano un carro e una molto approssimativa macchina
trebbiatrice: costruivo anche un carretto a sterzo con quattro ruote sul
quale si poteva salire e correre abbastanza velocemente nelle strade in
discesa.
Tutto questo andava a
scapito della sorveglianza delle pecore e maiali perché i nostri
ingegnosi balocchi si trascinavano anche nel tempo del lavoro. Non è che
ci fosse piena incompatibilità, perché era possibile giocare ed al tempo
stesso prestare la necessaria attenzione a quello che facevano gli
animali. Ma l’impegno verso il balocco ci distraeva troppo. Per quanto
mi riguarda le mie pecore, per via delle mie distrazioni, hanno
danneggiato campi che vanno da Lucarelli a San Cassiano, al Mulino della
Volpaia, a san Michele, a Panzano e Lamole.
LAURA – Le tue pecore non pascolavano dentro i confini del tuo
poder e i boschi annessi? MARCELLO –
Macché podere! Le pecore avevano libertà di pascolare dappertutto senza
badare ai confini della proprietà e dei poderi: perché io le mandavo nel
suo e l’altro le mandava nel mio per cui c’era compensazione. Il
nostro compito era soltanto quello di mandare gli animali dove c’era
l’erba spontanea e soprattutto impedire che andassero nei campi
coltivati, provocando danni talvolta gravi. Anche per i maiali era la
stessa cosa, fatta eccezione per i mesi in cui cadevano le ghiande, in cui
dovevano pascolare soltanto entro i confini della proprietà alla quale
appartenevano.
Per il resto i ragazzi
di parecchi contadini si ritrovavano insieme e scorrazzavano sul
territorio senza limiti di confini. Questo faceva sì che si mettessero
insieme piccole bande di maschi in prevalenza, ma anche femmine, con le
loro pecore e i loro maiali fra loro mescolati o, come si diceva,
sbrancati. Il lavoro più delicato e un po’ impegnativo era quello,
prima del ritorno a casa, di ricomporre i singoli branchi o, sempre come
si diceva, rimbranacare le pecore; ma le difficoltà non erano grandi
perché ciascuno di noi conosceva i propri animali che chiamava a gran
voce con i fantasiosi nomi che aveva loro appiccicati. Il male era che
qualche pecora birbona faceva finta di non sentire e dovevamo imbrancarla
con la forza. Tutto questo sistema portava alla formazione appunto di
piccole bande di ragazzi, anzi di ragazzacci, che ne combinavano di tutti
i colori.
Io e Fagiolo eravamo i
capi di una di queste bande che, quando era al completo, arrivava a una
decina di ragazzi. Ma Fagiolo, di fatto, nella banda stava un gradino più
in alto di me, perché mi superava di due anni di età e perché su di me
e sugli altri aveva un naturale, per così dire, autorità morale. I suoi
familiari venivano dal Valdarno, dove avevano lasciato il mestiere di
contadino per fare i minatori. Poi la crisi del 1930 li aveva fatti
tornare alla terra, ma si erano dovuti accontentare del podere Bracciano,
che era fra i più poveri.
Fagiolo era un ragazzo
molto intelligente e generoso che ha avuto una grande influenza nella mia
formazione di uomo. Con lui, dopo lo scioglimento per esaurimento della
banda, ho continuato a trascorrere insieme molte giornate, fino al suo
trasferimento da Radda a Tavarnelle, dove fa il contadino ed è il padre
dell’attuale sindaco del paese. Ora ci vediamo di rado.
Fagiolo mi insegnò
l’amore per la lettura. A scuola
avevamo imparato poco o nulla, ma lui sapeva capire e commentare i libri
che ci capitava di leggere, purtroppo senza una scelta basata sui nostri
interessi e livelli di istruzione. Quando la domenica abbiamo cominciato
ad andare al cinema, Fagiolo sapeva discutere e giudicare i film. Il fatto
curioso è che da ragazzo sembrava avere la maturità e la saggezza di un
vecchio; ora che è anziano ha atteggiamenti da giovane e cerca, non dico
di fare la bella vita, ma almeno di godersela un po’. Da ragazzo era il
nostro vendicatore, il cavaliere della giustizia, il moderatore delle
nostre insensate iniziative, pur lasciandosi anche lui trascinare dalle
nostre scorribande. Sentite questa.
I nostri migliori amici
erano i boscaioli. I boscaioli costruiscono sul luogo del lavoro delle
capanne per dormirci la notte. In genere si trattava di capanne sporche e
poco ospitali ma in una di queste, costruita e abitata da un bravuomo di
Selvose che si chiamava Giocondo Gagliardi, regnava la pulizia e anche
l’abbondanza perché vi aveva portato prosciutto, salame, salsicce,
formaggio, vino e vinsanto. Una vera e propria dispensa. Noi si andava
alla capanna a fare i balocchi e Giocondo non mancava mai di offrirci
qualcosa da mangiare. Ma una volta io e Fagiolo, soli soletti, si capitò
nella capanna in assenza di Giocondo e si pensò di scolarci un’intera
bottiglia di vin santo. Dopo dieci minuti eravamo ubriachi e abbiamo
cominciato a mangiare un intero salame a morsi, senza curarci di
affettarlo. Poi quando l’azione dell’alcool è aumentata abbiamo
danneggiato la capanna con tutti gli strumenti che ci erano a portata di
mano. Usciti fuori, non ancora contenti, ce la siamo presa con le
carbonaie. Le carbonaie erano cataste di legna, di forma conica, alle
quali veniva appiccato il fuoco. La combustione doveva essere lenta e
fermarsi allo stadio del carbone; a tal fine vi erano pochi e ben
distribuiti fori, di cui uno nella parte più alta, dai quali passava
l’aria e usciva il fumo. Ci siamo divertiti a fare altri fori a tutte le
carbonaie e questi fori aggiuntivi aumentarono l’ossigeno e produssero,
oltre che più fumo, una più veloce combustione e, anziché
carbonizzarsi, una parte della legna divenne cenere. Sarebbe incenerita
tutta se Giocondo, dopo qualche ora, non fosse accorso a ricoprire i
nostri fori.
Nel frattempo le nostre
pecore erano rimaste abbandonate a sé stesse. Le mie furono riportate a
casa da mia sorella, più giovane di me di tre anni, che mi aveva
accompagnato e che appena vide l’inizio della nostre gesta aveva
lasciato precipitosamente il bosco. Le pecore di Fagiolo tornarono da sole
all’ovile. Quando il padre di Fagiolo vide le pecore senza il ragazzo,
ebbe timore di qualche disgrazia e corse nel bosco alla ricerca del
figlio. Incontrò per prima il carbonaio Giocondo e gli chiese: -
Hai visto quei ragazzi? -
E Giocondo: -
- Io no, ma la mì capanna sì con tutto quello che ci hanno
combinato! Credo proprio che siano stati loro.
Fagiolo intanto,
passata la sbornia, si era messo alla ricerca delle sue pecore e invece
delle pecore trovò il padre che gli chiese: -
In do’ tu hai le pecore? -
L’ho perse, rispose Fagiolo.
E il padre: -
Bene. Ma i’ che tu gli hai fatto a Giocondo? -
Niente. -
Come niente? -
Io niente, saranno stati gli altri. -
Se Marcello ha confessato che siete stati voi due a combinare quel
gran casino che ho visto.
E Fagiolo: -
Accidenti a un bischero, non doveva dir nulla,
Io ero già tornato a
casa e mio padre aveva già saputo qualcosa da mia sorella. I nostri
genitori ci misero insieme e ci bastonarono di santa ragione. Mi ricordo
delle botte, ma anche delle contemporanee sacrosante parole che ci
dicevano: -
Ma che credete che quel povero vecchio di Giocondo vada nel bosco a
prender l’aria fresca invece che a lavorare?
Ecco che cosa diventano
dei ragazzi soli nel bosco a badare le pecore.
LORENA – Ma voi eravate degli angioletti nei confronti di non
pochi ragazzi di oggi che non vivono nel bosco, ma nelle grandi città
soli anche se sono in mezzo a tanta gente.
MARCELLO – Degli angioletti no, ma eravamo sinceramente pentiti
di quella bravata, dovuta più che altro all’alcool, anche perché
eravamo davvero affezionati a Giocondo. Non così per altri casi.
Anche noi, come si vede
in certi film americani e come mi pare sia nella realtà di alcune nostre
città, aravamo divisi in bande rivali. I nostri amici-nemici erano
pastorelli di Lamole. Quando ci s’incontrava erano cazzottate e, in
verità, se ne buscava sempre noi perché quelli erano di più. Poi un
giorno alla nostra banda si aggregò Mandruca, un ragazzo di una famiglia
che da poco coltivava un podere nella nostra zona. Mandruca a dieci anni
aveva la forza di un uomo. Allora tutti felici per il nuovo arrivato si è
pensato: i lamolesi questa volta si sistemano nooi. Quando li abbiamo
incontrati quelli di Lamole credevano ancora nella loro superiorità di
numero, ma si dovettero subito ricredere. Mandruca, con nostra grande
gioia, fu superiore ad ogni nostra aspettativa e si dimostrò capace di
mandare a terra dieci avversari contemporaneamente. Da allora i lamolesi
stavano alla larga da noi.
LORENA – Mi pare che questo comportamento sia più vicino a
quello dei ragazzi del film “La guerra dei bottoni” che a quello dei
ragazzi di certi film americani. E’ comunque un comportamento comune ai
ragazzi di ogni tempo, condizione e ambiente.
MARCELLO – Forse è vero. Allora sentite questa di Dariaccia che
è il frutto del fatto che le pecore, ai nostri occhi, erano le nostre
nemiche, responsabili delle nostre disgrazie.
Dariaccia era il
soprannome e derivava dal suo vero nome che era Dario. Aveva diversi anni
più di me, era quasi un giovanotto, ma uno di quei giovanotti che fanno
ancora i balocchi con i ragazzini. Dariaccia aveva nel suo gregge una
pecora di nome Spazzola, alla quale mancava un occhio, che per lui era
molto cattiva perché l’obbligava ad un super-lavoro: era primavera
inoltrata e le pecore nel bosco non trovavano quasi più nulla da
pascolare perché la precoce siccità aveva fatto seccare le erbe
spontanee. Nei campi coltivati, grazie alle lavorazioni, verzicavano
invece rigogliosi i prati e i
grani. Allora quella pecora, che si era marcata in testa
quell’abbondanza, lasciava il branco nei boschi di San Michele e,
facendo di corsa un paio di chilometri, si portava nei campi del Castello
e vi danneggiava le coltivazioni. Contadini e fattore protestavano contro
Dariaccia, ritenendolo sbadato e sfaticato.
Dariaccia, che aveva
sempre nelle orecchie quelle proteste, appena si accorgeva della fuga
della Spazzola correva a riprenderla e questo gli comportava una
scarpinata di diversi chilometri, l’andata in discesa e il ritorno in
salita con l’inquieta pecora da condurre a badare. Appena arrivato a San
Michele si concedeva un meritato riposo tornando a giocare con noi. Ma la
pecora profittava subito della sua distrazione e ripartiva solitaria e
furtiva per i campi verzicati del Castello. Dariaccia era costretto ad interrompere il gioco e andare
a riprendersi la terribile Spazzola. Questo lavoro, nella stessa giornata,
si ripetè per la terza volta. Infuriato ci disse: -
Ora vò laggiù e gli cavo l’occhio che gli è rimasto.
Quando è tornato non
aveva la pecora, ma aveva in cima a un bacchetto l’unico suo occhio. -
Ora, disse, la Spazzola non andrà più nei campi del Castello.
La pecora la
ritrovarono morta qualche giorno dopo. Priva della vista aveva cominciato
a saltare all’impazzata ed era precipitata in un burrone dove si era
rotta l’osso del collo.
ANITA – Io avrei cavato a Dariaccia uno dei suoi occhi. A lui
gliene sarebbe rimasto sempre uno.
QUASI UN CORO – Si, sarebbe stato giusto far così.
MARCELLO – Dariaccia non era un cattivo figliolo, ma era
arrabbiato. Vi avrei messo io a percorrere per tre volte due chilometri di
strada in salita per colpa di una pecora.
LORENA – Avrei lasciato perdere la pecora, ma con il suo occhio,
senza badare ai rimproveri dei contadini.
MARCELLO – Vi ho già detto: il nostro comportamento non sempre
era raccomandabile, diciamo che talvolta era selvaggio.
MARCELLA – Forse era selvaggio anche nel senso che quei ragazzi,
come certi animali selvatici, erano liberi e sicuri nel loro ambiente,
mentre erano timidi e spauriti in un ambiente estraneo e con persone
sconosciute.
MARCELLO – Soltanto in parte. I ragazzi contadini delle
precedenti generazioni avevano grande timore e soggezione dei padroni, dei
fattori e dei signori in genere.
La mia generazione di
ragazzi non era più in soggezione e il merito, io credo, era in parte
della scuola che ci aveva messo in contatto con un mondo e una cultura
differenti da quella contadina. Ma va ricordato anche un altro fatto; nel
bosco s’incontravano non solo animali, ma anche uomini: i boscaioli, che
ci stavano quasi di casa, cacciatori, raccoglitori di funghi e … amanti
in cerca – non sempre fortunata – di riparo dagli occhi indiscreti.
Una volta vedemmo da
lontano inoltrarsi nel bosco da due parti diverse, ma nella stessa
direzione, una giovane sposa e un giovanotto del quale eravamo amici.
Incuriositi si seguirono i due e si videro entrare in uno di quei capanni
costruiti dai boscaioli. Piano piano si circondò la capanna e dalle ampie
fessure del legno si vide fare all’amore.
La donna, che sembrava
completamente immersa nel piacere in un comodo giaciglio del capanno,
lanciò improvvisamente un grido: -
Ci vedono!
Non so spiegarmi come
si accorse della nostra presenza. Forse era andata al convegno amoroso con
qualche timore e stava all’erta, forse qualcuno di noi fece rumore. Il
giovanotto non si spaventò perché capì subito che eravamo dei ragazzi e
forse anche chi eravamo. Uscì fuori senza la donna e mentre noi ci
allontanavamo di corsa, quasi in fuga, ci chiamò con molta dolcezza per
nome e noi tornammo indietro verso di lui. Ci fece press’a poco questo
discorso: -
Non dite nulla a nessuno di quello che avete visto. Quando sarete
grandi capirete. Ma se raccontate qualcosa dovrete fare i conti con me.
E nel dire questo aveva
perduto l’abituale sicurezza con la quale lo conoscevamo e, almeno a me,
sembrò un po’ spaventato. Poi, più grande, ho capito le ragioni di
quel discorso che arrivò fino al tentativo di incuterci paura. Non era il
timore che della tresca venisse a sapere il marito della donna. Ai mariti,
anche da noi, arrivavano raramente le voci dell’infedeltà della moglie.
Temeva invece che l’incontro fosse raccontato ai genitori o ad altri
familiari e temeva la conseguente condanna morale: non per l’adulterio,
che quello poteva essere oggetto di risate e – da parte degli uomini –
anche di ammirazione e di invidia, specialmente quando, come in quel caso,
l’avventura riguardava una bella sposa che non distribuiva facilmente i
suoi favori, ma per la massima evangelica “non dar scandalo ai
ragazzi”. Poiché quel capanno era con facilità alla portata degli
occhi di noi pastorelli la sua scelta per l’incontro amoroso sarebbe
stata giudicata una grave ed imperdonabile imprudenza. Vi era infatti
nella nostra comunità una rigida norma di comportamento per la quale non
si ammettevano eccezioni: i rapporti sessuali degli adulti dovevano essere
riservati e soprattutto non dovevano essere alla portata degli occhi e
delle orecchie dei ragazzi. I nostri genitori e i nostri familiari adulti
non avevano nemmeno il coraggio di parlare del sesso a scopo, come si dice
oggi, informativo ed educativo.
Noi non raccontammo
nulla ai nostri parenti di quell’incontro nel bosco. E questo non tanto
perché l’avevamo promesso al giovanotto, quanto perché il discorso
sarebbe stato per noi difficile.
STEFANO – Eravate allora ragazzi ingenui e disinformati?
MARCELLO – C’erano i ragazzi più grandi che ci facevano
scuola.
MARCO – E’ risaputo che, in questo campo, la scuola dei ragazzi
un po’ più grandi è una cattiva scuola.
MARCELLO – Può darsi, ma a me non mi sembra sia stata peggiore
di quella di altre scuole di oggi a giudicare almeno dai risultati. Io mi
vanto di saper fare all’amore e non so se questo si può dire
altrettanto per molti giovani di oggi che sono molto più liberi di noi,
che hanno avuto un insegnamento scientifico, ma fra i quali mi sembra vi
siano molti complessi, anche se non so spiegarmi la ragioni.
Per quel che mi
riguarda, più che l’insegnamento dei ragazzi più grandi, credo abbia
avuto un posto fondamentale l’osservazione del comportamento sessuale
degli animali. Perché mentre il sesso degli uomini e delle donne era tabù
per i ragazzi, nessuno velo vi era – e del resto non poteva esservi –
per gli animali. Si assisteva al salto dei montoni sulle pecore, dei tori
sulle vacche, dei verri sulle scrofe. Quest’ultimo, a differenza dei
primi due, aveva una durata molto lungo.
STEFANO – Forse l’espressione popolare “maiale” e
“maiala” indirizzata a uomini e donne per comportamenti, diciamo,
disdicevoli trae origine proprio da tale fatto.
ANNITA – Anche noi, quando eravamo bambine, si vedevano e si
capivano queste cose. Non mi sembra però che gli animali che tu hai
rammentato possano, anche indirettamente, insegnarci qualche cosa. Ma vi
sono animali tra cui l’amore avviene con straordinario e con grande, ma
non trovo la parola giusta… MARCELLA -
…amore, non c’è una parola più appropriata.
ANNITA – Quand’ero bambina mi divertivo a guardare le galline
mugellesi con il loro gallo che ruspavano nel campo. Il gallo girava
intorno alla gallina prescelta, poi si guardavano negli occhi; lui
raccattava con il becco delle pietruzze e dei piccoli semi e li metteva
delicatamente nel becco della gallina. Un corteggiamento che durava per
parecchio tempo.
MARCELLO – Forse l’Annita non lo sa, ma anche a me e ad altri
ragazzi piaceva osservare i galli, altri maschi di uccelli domestici e,
quando ci capitava, gli uccelli in libertà. Credo davvero di avere
imparato molto da questi animali per quanto riguarda l’arte del
corteggiamento. Credo anche di essere diventato molto più bravo di loro.
LORENA – E’ vero Annita?
ANNITA – Come sempre Marcello esagera un po’, ma…
LORENA – Ho capito: è vero. Ma forse l’Annita non è stata
l’unica beneficiaria della bravura di Marcello.
MARCELLO – Questo in presenza della moglie non si può
raccontare.
ANNITA – Va’ là. Per pavoneggiarti saresti capace di farmi
soffrire raccontando davanti a me le tue avventure.
MARCELLO – Io non ho segreti per te e le mie avventure passeggere
le conosci.
ANNITA – Non mi piace senti9rmele raccontare ancora e in presenza
di altri. Se lo fai io me ne vado.
MARCELLO – Mi avete fatto perdere il filo del discorso.
MARCO – Tu ci raccontavi le gesta dei piccoli pastori. Ma a me, e
credo anche agli altri, piacerebbe conoscere anche le vicende della tua
famiglia di quel tempo, cioè verso la metà degli anni Trenta.
MARCELLO – In quegli anni mi arrivarono cinque fratelli. A tre
anni da me, e cioè nel 1929, nacque la Sira; nel 1933, prima di partire
da San Quirico per La Balza,
nacquero due gemelli: Remo e Romolo; nel 1937 Toscano. Infine la Vanna che
è nata nel 1946, in un’altra epoca, venti anni e quindici giorni dopo
di me.
Remo e Romolo nella metà
degli anni Trenta erano al centro delle attenzioni della famiglia; ma
nonostante fossero gemelli, avevano fisico e carattere assai diversi: uno
allegro e affettuoso, l’altro scontroso e un po’ impertinente. Queste
differenze sembravano fatte a posta per riversare sui due bambini
trattamenti ed affetti differenti. Ma in famiglia, e particolarmente da
parte di mia madre, si aveva ogni cura per assicurare a ciascuno le
medesime manifestazioni d’affetto, oltre che le medesime attenzioni. Non
così si comportava la nostra padrona, che i due gemelli chiamavano Titta
e con la quale avevano molta familiarità.
La casa dei padroni era
accanto alla nostra per cui, quasi come con il prete-padrone di San
Quirico, i contatti fra le due famiglie erano numerosi e al di là dei
comuni rapporti contrattuali di lavoro. Il padrone era un ex-fattore, la
moglie veniva da una famiglia di piccoli bottegai di Panzano. Tutt’e due
avevano superato da diversi anni la sessantina e facevano una vita non
molto diversa dalla nostra. Ci trattavano alla pari, pur difendendo con
taccagneria i loro interessi di padroni. I ragazzi avevano libero accesso
alla casa padronale, ma la signora Titta riservava un trattamento
smaccatamente preferenziale a Remo, il che per noi – attaccatissimi ai
criteri di uguaglianza fra i ragazzi – era un fatto insopportabile,
anche se colui che avrebbe dovuto più soffrirne, il fratello Romolo,
almeno in apparenza mostrava di non curarsene.
Una volta mia madre ha
trovato Remo comodamente seduto alla tavola apparecchiata dei padroni, con
un bel tovagliolo al collo, che mangiava, come se fosse il padroncino, un
piatto di fagioli conditi. E’ arrivato Romolo. La padrona Titta apparve
subito indispettita e disse: -
Eccolo questo sudicione, che vorrà? Vuoi mangiare anche te? Tieni,
ti do anche a te i fagioli.
Detto questo la signora
Titta prese il mestolo e con quello levò dalla pentola che era sul
focolare una manciata di fagioli e li posò sopra un mattone, tinto di
rosso cinabrese, del grande e antico focolare. Ripetè a Romolo: -
Tieni, mangia.
Il ragazzino,
intimidito, per mangiare i fagioli non adoperò nemmeno le mani: li beccò
tutti, come fanno le galline, con le labbra a posto del becco. E poi scappò
via.
Episodi del genere si
ripetevano continuamente e questa fu una delle ragioni per cui mio padre,
d’accordo con mia madre, cercò un altro podere da coltivare e
l’occasione si presentò poco tempo dopo.
MARCO – Hai detto che come padroni erano taccagni, ma in
proposito non ci hai raccontato nulla.
MARCELLO – Nulla di particolare nei confronti di molti altri
piccoli proprietari con pochi poderi a mezzadria.
Per allevare i due
gemelli mio padre comprò una capra. Il latte prodotto non veniva diviso e
per questo il padrone non poteva soffrire la capra e non voleva che fosse
alimentata con i foraggi del podere. Allora non si potevano imbrancare le
capre con le pecore perché
le guardie forestali lo proibivano nella convinzione che le capre, alle
quali piacciano i germogli teneri, avrebbero danneggiato i boschi. Mia
madre allora per alimentare la capra andava a fare le frasche nel bosco.
MARCELLA – Cosa vuol dire esattamente?
MARCELLO – Fare la frasca significa tagliare alle piante arboree
i rametti giovani che avevano in eccesso, le frasche appunto, di cui le
capre erano molto ghiotte perché costituite da foglie, germogli e un
po’ di legno molto tenero. Le piante più adatte erano il sanguine,
l’olmo, il carpine.
Ma al padrone non
andava bene nemmeno questo perché diceva, ma sapeva che non era vero, che
fare la frasca danneggiava la pianta. Nessuna considerazione e
comprensione per la fatica cui si sottoponeva mia madre per procurare un
bicchiere di latte a i bambini. Mia madre, trattandosi appunto dei
bambini, non ebbe alcun timore e rispose: -Qualcosa bisogna
che gli dia da mangiare alla capara, ditemi voi che cosa gli devo dare.
E continuò a fare la
frasca e a integrarla, questo di nascosto dal padrone, con i migliori
foraggi del podere. I gemelli, grazie alle cure di mia madre, crescevano
sani e robusti.
Ma un giorno accadde
una grave disgrazia. Era un
pomeriggio di domenica dell’estate 1936 e i gemelli facevano
tranquillamente i balocchi nell’aia; vicino a loro c’erano le donne al
fresco degli alberi. Ad un certo momento Romolo fece un urlo, ma le donne
non ci badarono; poi i l bambino cominciò a piangere e mia madre lo prese
in braccio per vedere la causa del pianto. Sul vestitino bianco c’erano
delle macchie di sangue che venivano da un dito sul quale si scorgevano
due fori. Sono accorse tutte le persone presenti ed hanno capito subito
che il bambino era stato morso da una vipera. Disperazione, ma anche
volontà di non lasciare nulla di intentato per salvare il bambino. Allora
non esisteva il vaccino antivipera e i morsi delle vipere, fortunatamente
poco numerose, erano quasi sempre mortali, specialmente per i bambini
ancora di poco peso.
La prima decisione fu
quella di portare il bambino a Radda dal dottore. Ma da La Balza a Radda
c’erano sei chilometri di strada cattiva. Partì di corsa un uomo a
piedi per la fattoria di Castelvecchi dove il fattore aveva un cavallo. Il
fattore ha attaccato il cavallo al calesse e poi con il bambino, la mamma
e il babbo via a Radda. Il medico condotto non ha saputo far di meglio che
praticare a Romolo una iniezione di canfora e rispedirlo a casa dicendo
che bisognava fare affidamento nella misericordia d’Iddio. Mia madre capì
che il bambino a casa sarebbe morto. E di sua iniziativa contro il parere
di tutti si è rivolta all’unica persona che allora a Radda aveva
un’automobile, ed era un certo Bazza, e ha trasportato il bambino
all’ospedale di Siena. Vi arrivò tutto gonfio, quasi per morire. Gli
fecero molte iniezioni, non so di che cosa data l’inesistenza del
vaccino antivipera. E lo salvarono quasi per miracolo.
Nell’ospedale presero
tutti a ben volere il bambino salvato dal veleno della vipera. Un giorno
il professore direttore del reparto disse: -
Ma che ce lo 6tenete a fare immobilizzato a letto questo bambino;
lo potete far camminare.
Ma non aveva le scarpe.
Allora le infermiere fecero a gara a confezionargli delle scarpe con le
fasce dei neonati. Ma non ci fu verso di farlo camminare con quelle scarpe
di cencio. Dovettero fare una colletta per raccogliere i denari necessari
per comprare delle scarpe di cuoio in un negozio di Siena. Quello fu il
primo segno del cambiamento del carattere di Romolo, a causa del veleno
della vipera credo.
Dopo il ritorno a casa
di Romolo mio padre cominciò a cercare un nuovo podere che trovò a Santa
Maria dei Poggi, anche questo podere di un beneficio parrocchiale come a
San Quirico. Ci si trovò così di nuovo contadino di un prete.
Nel periodo del
trasloco abbiamo coabitato per qualche mese a La Balza con il mezzadro che
ci subentrava. Era un fatto non inconsueto perché non era facile
coordinare i tempi dei traslochi, specialmente quando si approfittava del
cambio di colonia per effettuare alle case coloniche qualche piccolo
restauro.
La nuova famiglia di
mezzadri de La balza veniva dal Casentino, si chiamava Pizzi, ed era più
povera della nostra e ugualmente ricca di ragazzini. Ci si ritrovò
insieme un branco di figlioli. La coabitazione per breve tempo nelle
grandi case coloniche non presentava inconvenienti: bastava destinare a
stanza da letto qualche locale ordinariamente usato come magazzino; retava
solo la necessità di usare in comune la cucina e per evitare scontri, le
due famiglie preparavano i cibi e pasteggiavano in momenti diversi.
Ma i piccoli Pizzi
preferivano mangiare la nostra minestra. L abase dell’alimentazione
delle due famiglie era la minestra di fagioli, ma quella fatta da mamma
Brunetta Vanni era molto migliore da quella fatta da mamma Gioconda Pizzi.
In piccola parte la differenza dipendeva dalla diversa abilità delle due
donne a cucinare; in gran
parte dai differenti ingredienti e in particolare dalla quantità di olio
di oliva: diceva che faceva venire la tosse ai bambini; ma la verità era
che nel podere del Casentino dal quale i Pizzi venivano non c’erano
olivi e quindi l’olio dovevano comprarlo e denari non ne avevano.
Così i piccoli Pizzi
quando vedevano la minestra della Brunetta che bolliva sopra la brace del
focolare, andavano nella stanza dove avevano le stoviglie, prendevano i
piatti e dicevano in coro: -
Noi si vole la minestra della Brunetta.
La mia mamma non aveva
difficoltà ad accontentarli perché, in previsione della richiesta, aveva
già preparato una quantità di minestra di fagioli sufficiente per noi e
per loro. In verità noi non potevamo lamentarci della nostra
alimentazione. Avevamo l’olio in abbondanza e di una qualità che non ha
uguali; avevamo il vino che era un’altra specialità; il grano on tanto, ma il pane non ci mancava. Quando non avevamo nulla
di companatico la mamma ci dava delle fette di pane, quasi integrale, con
sopra l’olio ed un pizzico di sale. Ma qualche volta il nostro
companatico era il formaggio pecorino marzolino, che è giudicato il
migliore d’Italia.
Mia madre era
bravissima a fare il marzolino e, come tutte le massaie del tempo, passava
molte ore al focolare per preparare dei buoni piatti partendo da prodotti
semplici e poveri, ma sempre genuini. Era specializzata a raccogliere nei
campi e poi a utilizzare erbe spontanee che, opportunamente condite con
l’olio d’ol9iva, acquistavano sapore e “nobiltà”. Ecco perché a
quei tempi i contadini chiantigiani tenevano più agli olivi che alle
viti; oggi a me l’abbandono dell’olivicoltura mi sembra quasi un
peccato mortale.
Sulla nostra tavola,
invece, poca era la carne e soltanto nelle grandi occasioni. Si trattava
quasi sempre della carne di conigli allevati con grande cura; ma era carne
poco apprezzata tanto che quando si vedeva in tavola si diceva alla mamma: -
Quando ci fai la ciccia?
S’intendeva così
dire che il coniglio non era per noi carne e lo erano invece il pollo,
l’agnello, il bove. Ma era un modo per farsi grandi; in realtà eravamo
contenti quando si riusciva, in qualche modo, a soddisfare la fame. Si può
dire che il duro lavoro di un anno intero era quasi tutto destinato a
produrre quanto era necessario alla nostra alimentazione; vi erano poi i
pigionali, e anche altri mezzadri, che nei momenti di punta delle faccende
lavoravano un’intera giornata per una famiglia contadina un po’ per
amicizia e molto per beneficiare di una desina e di una cena abbondanti.
Anche il nostro
trasloco da La Balza al nuovo podere fu fatto da mezzadri nostri vicini e
ripagato con un pranzo. Vennero in massa con una diecina di paia di bovi e
fu possibile traslocare tutto, compresi botti, tini e arnesi, in una
mattinata. Poi il pranzo. I pranzi d’estate si facevano all’aperto e
sotto la loggia, cioè il grande porticato, ma d’inverno si facevano
nella grande cucina della casa. Mi ricordo una volta, di febbraio, che i
commensali prima di mettersi a tavola si pesarono su una bascula messa di
proposito in un locale accanto alla cucina e scrissero sul muro con un
pezzo di carbone nome e corrispondente peso. Poi alla fine del pranzo,che
durò diverse ore, si pesarono nuovamente. L’aumento del peso era assai
vario ma con punte di sei o sette chili (in parte, ovviamente, dovute al
vino e all’acqua ingeriti). Erano comunque persone che avevano la
capacità d’ingerire e digerire una grande quantità di cibo, per via
del pesante lavoro manuale che consumava grandi quantità di calorie.
L’uomo più piccolo e
magro registrò il maggior aumento di peso. Si trattava di un fatto
anormale e il malcapitato fu preso da una girandola di lazzi, press’a
poco di questo tenore: -
Il suo stomaco ha un prolungamento nei polmoni -
Non è vero, come si dice, che Mariolino non abbia voglia di
lavorare, è che mancandogli i polmoni gli manca il fiato. -
E’ capace di mandare il mangiare nella gobba (che in verità non
aveva). -
Come i bovi ha un secondo stomaco. Fra poco si metterà a ruminare.
Mariolino cercò di
difendersi dai lazzi, ma non trovò di meglio che contestare l’aumento
di peso. E poiché il peso dopo pranzo non poteva essere contestato perché
fatto e rifatto più volte, contestò la tara, cioè il peso segnato sul
muro prima del pranzo. Fu accertato, in base a precise testimonianze, un
errore di due chili. Così fu proclamato vincitore della gara il secondo
classificato, che era un uomo grande e grosso ma non grasso. Aveva dunque
tutte le qualità che convengono ad un vincitore di una tale nobile gara.
STEFANO – Oggi in tutte le discipline sportive si sono battuti
tutti i record del passato. Ma se si ripetessero gare del genere si
rimarrebbe molto al di sotto degli antichi valori. Anzi, qualcuno
morirebbe d’indigestione!
MARCELLO – Si, allora si poteva godere molto più di oggi la
buona tavola anche se mancavano quasi del tutto prodotti che ora sono
considerati indispensabili. Il caffè, per esempio, si adoprava soltanto
in circostanze eccezionali. Sentite questa.
Un vecchio contadino di
nome Rino era in fin di vita e un parente andò a visitarlo portandogli un
piccolo involto di caffè in chicchi. Le donne di casa si affrettarono a
mostrargli il caffè al vecchio e a dirgli: -
Ve ne prepareremo subito una tazza. -
No – rispose Rino – serbatelo per un bisogno.
MARCELLA – Più bisogno di chi è in fin di vita!
MARCELLO – Non è che Rino non si rendesse conto delle sue gravi
condizioni, se ne rendeva conto pienamente, ma proprio per questo pensava
che fosse uno spreco destinare a lui il caffè; secondo lui era più
giusto che fosse consumato da chi, colpita da qualche indisposizione
passeggera, ne avrebbe avuto abbreviata la malattia (si pensava che il
caffè avesse virtù medicamentose per alcune malattie di poco conto).
Ma le donne, per pietà,
disobbedirono all’anziano congiunto e gli prepararono un’abbondante
tazza di caffè che Rino, dopo deboli proteste, dimostrò di gradire non
poco, forse perché lo considerò una dimostrazione di grande affetto, un
affetto che arrivava fino al punto, quasi inconcepibile per un contadino,
di sprecare per lui un prodotto così raro.
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