|
"IL NOSTRO IMPEGNO PER LA TUTELA DELLE TRADIZIONI POPOLARI CHIANTIGIANE" Sorry only italian text Last update 14/12/01
Vita da Sacrestano e da scolaro MARCELLO - All'età di dieci anni o poco più fui inviato da Don Olivio, priore di Sant'Isidoro, a prestare alla Chiesa il servizio di sacrestano a tempo parziale. Accettai volentieri l'invito e oggi non rammento esattamente perché: forse per la tradizione cattolica della mia famiglia, forse per la mia inclinazione a fare qualcosa di più, a essere in prima fila nei confronti degli altri ragazzi. I miei compiti erano quelli di servire la messa e le altre funzioni religiose, accompagnare il prete nella benedizione delle case e nelle visite agli ammalati; ogni tanto suonavo le campane, accendevo e spegnevo le candele, pulivo la chiesa, ma di rado, perché quest'ultima incombenza provvedeva in gran parte Don Olivio e le sue sorelle zitelle. Ero apprezzato dal Priore e dai parrocchiani perché sapevo recitare bene il latino durante le funzioni religiose e prestavo con zelo tutti i servizi richiesti. Ma la cosa non durò a lungo e oggi, a ripensarci, perfino mi vergogno del mio comportamento. ANNITA - La tua vergogna è, per me, un sentimento sconosciuto. STEFANO - Sono curioso di sapere di che cosa ti vergogni. MARCELLO - Anche questa volta vi racconterò tutto per filo e per segno, ma poi non mi giudicate male. Don Olivio aveva in casa una nipote, di nome Marietta, che era in quella difficile età in cui le ragazzine diventano donne. Le zie zitelle facevano naturalmente un gran mistero del sesso: forse proprio a causa di questo, lei era animata da grande curiosità di scoprire e sperimentare quei segreti: Per di più verso di me aveva molta simpatia e attrazione che manifestava apertamente tutte le volte che ne aveva l'occasione. Mi fu facile quindi fare la mia prima conquista; forse più esattamente fu lei a conquistare me e a soddisfare le sue curiosità verso l'altro sesso. Mi veniva dietro e chiedeva di vedere il mio fuscello. Poiché il luogo più accessibile e insospettabile era la chiesa, i nostri pomiciamenti avvenivano in sacrestia o dietro l'altare maggiore, dietro le bussole o nello stanzino delle campane. Ma ciò era possibile solo quando in chiesa non c'erano altre persone e noi si poteva allontanarsi senza essere visti e questo ricordo che non avveniva con la frequenza desiderata; perciò si studiò il modo di pomiciare in presenza dei fedeli, senza che se ne accorgessero, con un ingegnoso e insolito sistema poiché, mentre servivo la messa, gli mostravo il mio fuscello. La cosa era meno difficile di quanto si può pensare: lei stava sola sulla porta di sacrestia che era alla stessa altezza e a fianco dell'altare: i fedeli stavano invece parecchi gradini più in basso; il prete seguiva sempre gli stessi movimenti, per cui sapevo quando si voltava e avrebbe potuto veder tutto. Io facevo finta di prendere il fazzoletto dai calzoni sotto la cappa bianca da sacrestano e invece tiravo fuori l'uccello, che naturalmente era sempre bene eretto per il mio gioco di fantasia. Chi vedeva, oltre a Marietta, era l'altro sacrestano che serviva la messa e che aveva qualche anno più di me; ne rideva di tutto cuore ed era per lui un modo per diminuire la noia e la monotonia della messa. Si trattava di un amico provato e sicuro e quindi avevo la certezza del suo silenzio. Non ci crederete, ma la nostra grande fantasia si fermava qui: non siamo mai andati al di là di questi giochi. Ma qualcuno si accorse, se non di questi giochi, delle intese fra me e la nipote di Don Olivio. La moglie di un fattore, che non era proprio una santa donna (si raccontavano molte sue avventure extraconiugali nonostante non fosse più giovane) e alla quale piaceva spiare il comportamento degli altri, vide una volta i nostri pomiciamenti. Mi chiamò, mi raccontò bruscamente quello che aveva visto e, con una specie di inquisizione, cercò di farmi confessare quello che visto non aveva. Io, per la paura, riuscii a stare muto come un pesce, ma lei sentì il dovere di raccontare quel poco che sapeva alle zie di Marietta. Fu la fine della mia carriera di sacrestano e la ragazzina fu rispedita, non so con quali minacce, a casa dei genitori in un paese lontano. Da allora non l'ho più rivista e, in verità, nemmeno all'inizio ne fui addolorato, forse perché capivo che erano giochi da ragazzi che non potevano durare a lungo e che, se fossero durati, avrebbero cambiato segno e direzione, non so se meglio o in peggio. Immagino che le reazioni della Marietta non siano state diverse dalle mie, anche se il suo allontanamento da Sant'Isidoro ha sicuramente cambiato il corso della sua vita. So che si è felicemente sposata, che ha avuto diversi figlioli e che è già nonna. Mi hanno anche detto che è molto e sinceramente religiosa. Spero che se qualche volta si ricorda dei nostri pomiciamenti non li consideri dei peccati da scontare o da farsi perdonare dal Signore Iddio, ma soltanto dei giochi di inesperti e immaturi ragazzini. MARCO - Mi pare proprio che sia così e che non ci sia da vergognarsi, né da parte tua né da parte di lei, così come oggi non ci si vergogna, anzi si sorride, di tutte le ingenuità di quando eravamo bambini. Piuttosto il fatto che mi sembra più strano è che quei giochi avvenissero in chiesa e nello stranissimo modo che tu ci hai raccontato. Va bene che si trattava di giovani nell'età più difficile, ma anche di giovani che, in modo più o meno convinto, erano credenti e questo avrebbe dovuto incutere uno spontaneo rispetto verso il luogo sacro e le funzioni religiose. Sono curioso di sapere come spieghi questa contraddizione. MARCELLO . No so dire quale era il grado e la consapevolezza del mio credere e tato meno quello di Marietta e dei miei compagni in genere. So che, a forza di stare in chiesa, per me era diventato un posto come un altro MARCELLA - Allora perché facevi il chierichetto? Se ho ben capito non lo facevi perché eri costretto, ma spontaneamente. MARCELLO - Credo di avere già dato prima qualche spiegazione anche se mi rendo conto che non sono, per te e per gli altri, del tutto convincenti. Potete giudicare il mio, anzi i nostri, atteggiamenti incoerenti e questo è vero. Le bestemmie più grosse le ho mandate in chiesa e non per sacrilegio, ma perché ci volevano. In genere anche i contadini più religiosi bestemmiavano quando le cose non andavano per il loro verso e anche, direi soprattutto, per piccoli accidenti, magari da loro stessi provocati: per esempio solo perché un chiodo non s'inficcava al posto giusto. E nel servizio in chiesa mi sono capitati accidenti molto più indisponenti. Un esempio: c'era un afesta che si chiamava le quarant'ore perché, in turni di un'ora ciascuno, quaranta gruppi di contadini(il gruppo era quasi sempre formato soltanto da due persone) dovevano pregare in ginocchio di fronte al Santissimo Sacramento esposto sull'altare. Ma i contadini, non poche volte, con una scusa o con un'altra erano assenti e il Priore comandava i sacrestani a prendere il loro posto. Era impossibile da parte mia disubbidire poiché, oltre ad essere sacrestano, ero anche contadino del prete. Così ero costretto a stare in ginocchio per diverse ore a far finta di pregare. Si, perché invece di pregare bestemmiavo contro i contadini assenti e, più sommessamente, contro il Padreterno che consentiva tanta ingiustizia. Eppure della chiesa io e gli altri non potevamo fare a meno; era il luogo dove si celebrava tutti gli avvenimenti lieti o tristi della famiglia, nascite e morti, matrimoni e prime comunioni; ma soprattutto per i giovani era un insostituibile luogo di incontro. Alle ragazzine, quando avevano 12-13 anni, era consentito soltanto di andare alla messa e alle funzioni. In chiesa si dava loro un'occhiatina e qualche volta si riusciva a fissare un appuntamento in barba alle proibizioni dei genitori. Niente di più. Nel mese di maggio c'erano, anche nei giorni di lavoro, le funzioni mariane dopo cena. Vi andavano tutte le donne anziane, i giovani e le ragazze: le donne anziane per scontare i loro peccati, quelle giovani per avere l'occasione di ripulirsi dopo una giornata di lavoro e mettersi il vestito più bello. Per noi era l'occasione , dopo le funzioni, per riaccompaganare a casa le ragazze che abitavano più lontano. Anch'io cenavo in fretta per andare in chiesa non solo per prestare la mia opera di sacrestano, ma anche perché mi piaceva partecipare al coro condotto da Don Olivio che era un bravo musicista e suonava splendidamente l'organo. Un altro compito abbastanza gradito era quello di accompagnare Don Olivio alla benedizione delle case prima della Pasqua. Ci volevano due giorni e bisognava camminare molto perché le case della parrocchia erano tutte sparse. In compenso il divertimento non mancava e un giorno si desinava presso i proprietari di una grande fattoria e l'altro presso una grande famiglia di mezzadri; in tutte le famiglie ci veniva offerto un bicchiere di vinsanto: il Priore l'accettava volentieri, ma raccomandava a noi sacrestani di non profittare perché ci avrebbe fatto male; poi la massaia ci dava una serqua d'ova che si metteva in un paniere apposito. Il pranzo presso la fattoria ci metteva un po' a disagio perché tutti stavano in punta di forchetta; i discorsi dei commensali erano poi molto noiosi per me. Diverso il pranzo del contadino, dove tutti erano in confidenza anche verso il Priore. La massaia cercava di profittare della presenza di Don Olivio per avere un autorevole appoggio alle sue prediche verso uno dei figli, scapolo e noto donnaiolo: - Glielo dica anche lei Priore di mettere la testa a posto. Il prete, più per obbligo che convinzione, cercava di trovare parole e argomenti convincenti. Ma il giovanotto replicava facilmente: - Lei la mi deve dire come fa a osservare l'ottavo comandamento; la mi deve dire il su' segreto. E sorrideva soddisfatto perché, come tutti, sapeva che Don Olivio non osservava l'ottavo comandamento. - Figliolo, per me la cosa è dura perché la Chiesa mi prescrive il celibato, ma per te è semplice: prenditi in sposa una brava figliola. - Non mi riesce di trovarla e poi qui di donne ce ne sono già troppe. E alludeva alla madre, alla cognata e alla sorella da maritare. Questi discorsi suscitavano un coro di repliche e do osservazioni che si concludevano con delle sonore risate, fatta eccezione per la massaia che rimaneva triste a veder naufragare ogni speranza di far mettere la testa a posto al figlio. Era naturale che dopo il pranzo, nel giro delle case della sera, si dimenticasse ogni prudenza di fronte ai bicchieri di vinsanto. Alla fine eravamo ubriachi e non più capaci di intendere e di volere; si fece una mezza frittata con il paniere delle uova; si tentò di portare in canonica quanto poteva essere salvato, ma le nostre maldestre manovre aumentarono la confusione; si seminò per strada prima l'aspersorio, poi il mezzino con l'acqua benedetta e da ultimo la borsa con i santini che si contraccambiavano con le uova. Arrivò in canonica soltanto il paniere delle uova, in gran parte rotte, e ciò si spiega con il fatto che era su di esse che avevamo concentrato tutte le nostre residue capacità di intendere. Quegli strumenti del nostro lavoro abbandonati per strada li riportarono in canonica la mattina presto gli operai che andavano a lavorare in fattoria. Avevano capito tutto e alla sorella di Don Olivio, che andò ad aprire, dissero semplicemente: - Ieri sera dovevano essere ubriachi fradici. MARCO - Se ho ben capito i preti non erano molto stimati dai contadini. O Don Olivio faceva eccezione? MARCELLO - C'erano anche dei preti stimati, ma bisognava che fossero proprio dei sant'uomini perché, più di ogni altra persona, erano attentamente osservati e qualche volta oggetto di ricostruzioni fantastiche nei loro rapporti con le donne. ANNITA - E tu per primo devi farti quest'esame di coscienza. Nei tuoi racconti sui preti c'è un po' di esagerazione. MARCELLO - Può darsi. Ma è certo anche che tante cose, malgrado la curiosità del popolo, nessuno è mai riuscito a saperle. ANNITA - Sono già troppi i fatti accertati e non è necessario immaginarne degli altri. MARCELLO - Per me un prete che se la spassa con una donna consenziente non ha alcuna colpa agli occhi del Padreterno e noi ci possiamo tranquillamente ridere sopra senza condannare. Per quanto riguarda Don Olivio, a parte le sue apprezzate doti di musicista, non era riuscito a stabilire una corrente di simpatia e a legare con i parrocchiani a differenza di quanto era accaduto nella parrocchia che lui aveva in cura in precedenza. Lo dico perché parecchi dei vecchi parrocchiani lo venivano a trovare e la reciproca affezione si vedeva subito. Forse eravamo noi più difficili e diffidenti e lui ci scapitava soprattutto quando si faceva il confronto con il povero Priore precedente. Comunque veniva da una famiglia contadina e anche il suo modo di parlare e di fare somigliava molto al nostro. Era in fondo un buon cristiano e si dava da fare per aiutare chi ne aveva bisogno. Come numerosi altri parroci Don Olivio era bravissimo per le feste a organizzare e preparare i pranzi. Uno di questi era destinato ogni anno a tutti i contadini che avevano offerto la decima del grano; gli altri erano pranzi riservati a pochi preti delle chiese confinanti che partecipavano alle funzioni delle grandi feste parrocchiali (la processione, il Santo Patrono, il Perdono); io, come sacrestano, avevo diritto a partecipare agli uni e agli altri e quando mi alzavo da tavola ero diventato più largo che lungo. Erano pranzi migliori di quelli che poteva fare un gran signore, non tanto per la ricchezza dei cibi, quanto per la loro sapiente elaborazione. MARCO - Forse perché si combinavano insieme la cucina signorile e quella contadina; forse perché venivano utilizzate le più brave massaie della parrocchia. MARCELLO - Nel caso di Don Olivio il merito era suo perché non disdegnava di lavorare intorno ai fornelli insieme alle sue sorelle. Per quele occasioni mesceva il meglio dei migliori vini della parrocchia; il che essendo la parrocchia nel cuore del Chianti, significava davvero mescere un rosolio. Il fatto strano è che nel resto dell'anno i pasti di Don Olivio erano assai frugali, come quelli dei contadini. MARCO - Ma questo faceva risaltare i pranzi delle feste. Se è sempre festa e vi è sempre abbondanza tutto diventa uniforme e non si può apprezzare nulla. Forse il tuo incisivo ricordo di quei pranzi deriva proprio da questo contrasto e confronto più che dalla loro qualità in senso assoluto. MARCELLO - No, no, io credo veramente che non si sappia cucinare come una volta i polli e gli uccellini e i conigli e tutti sanno che gli allevamenti intensivi danno oggi carne che nulla hanno a che fare con i nostri allevamenti ruspanti. Allora c'era una cultura del buon cucinare nella quale eccellevano i preti di campagna e Don Olivio era uno dei migliori. Affermava che questa sua qualità, che tutti lodavano durante i pranzi, era evangelica poiché Cristo aveva fatto i maggiori miracoli e predicato la sua dottrina durante i banchetti. Don Olivio aveva anche un'altra qualità di molti preti delle nostre campagne, questa però meno evangelica: gli piacevano le donne. Ma non correva dietro a tutte, almeno al mio tempo, quando aveva passato ormai la cinquantina - sia pure di poco - perché ne aveva una fissa: frullava la maestra. E' meglio se racconti tu Annita perché fu una delle tue maestre e tu sei meglio informata di me. E poi, così, nessuno potrà dire che io in queste cose esagero, come più volte ha affermato proprio mia moglie. ANNITA - Questa maestra era una donna di una quarantina d'anni che non era toscana e , nel periodo della scuola, aveva trovato due stanze per abitarvi, vicino a casa mia. La mattina per andare alla scuola, che non era molto lontana, si faceva la strada insieme con qualche altro bambino e bambina. Al Ritorno, specialmente quando la stagione era buona, s'incontrava Don Olivio e la maestra faceva due chiacchiere con lui. Poi, rivolta a noi bambini, diceva: - Avviatevi a casa che debbo dire due parole a Don Olivio. Noi obbedivamo ma, già maliziosi, si faceva in modo di dare uno sguardo furtivo ai due che si appartavano in un luogo nascosto. Poi, più grande e più maliziosa, ebbi modo di avere altre più convincenti prove su quegli intimi e non tanto segreti incontri. Del resto era risaputo da tutto il popolo che la maestra era follemente innamorata di Don Olivio e che ne era ricambiata. Arrivò ad abbandonare il fidanzato, più giovane di lei; durante le vacanze contrariamente alle sue abitudini iniziali, rinunciò a tornare a casa sua, se non per pochissimi giorni, e rimase nelle sue due stanzette. Ma un giorno, non so perché, se ne andò per sempre. MARCELLA - Forse fu trasferita per intervento del vescovo. ANNITA - Povero prete, quanto pianse per quella partenza. Pianse anche durante il Vangelo domenicale quando ricordò la partenza della brava maestra che tanto bene aveva fatto alla comunità. Io ed altri che si conoscevano le vere ragioni di quelle lacrime non si riuscì a trattenere il riso e si continuò a ridere allegramente anche dopo, senza un briciolo di pietà per il sincero dolore del prete, anche se esteriormente motivato da ragioni diverse da quelle reali. Rammentando quei fatti quella parte della vita di Don Olivio mi fa ora molto pena, anche perché non furono lacrime passeggere e da allora si intristì come accade a certi vedovi inconsolabili, con l'aggiunta forse di un po' di gelosia perché la donna era viva chissà dove e chissà con chi; noi le ragioni della sua precipitosa partenza non l'abbiamo mai sapute e dubito che Don Olivio le sapesse. Certo è che lui non cercò consolazione in altre donne e non credo sia stato perché, come qualcuno mormorava, fosse invecchiato precocemente. A ripensarci bene la nostra mancanza di pietà verso l'avventura sentimentale di Don Olivio non derivava solo dal fatto che come ragazzi non eravamo in grado di comprendere e capire le pene dell'amore, per di più di un prete; derivava anche dal fatto che, a parte Don Olivio che era quasi uno dei nostri anche se diverso ed incompreso, avevamo una spiccata antipatia per quella maestra. E di questa antipatia avevamo piena giustificazione; la sua severità con gli alunni confinava con la cattiveria; forse la dolcezza di cui una donna deve essere capace la riservava tutta a Don Olivio. C'era un ragazzo che non faceva mai i compiti a casa e faceva malissimo quelli in classe. Noi sapevamo che non si trattava di cattiva volontà, ma di incapacità. La scuola - o meglio quel tipo di scuola - non era fatta per lui; per il resto era un ragazzo normale tanto che è poi diventato un bravo lavoratore ed è riuscito anche a farsi una buona posizione economica. Ma la maestra lo riteneva colpevole di grave negligenza: con la bacchetta gli dava dei colpi sulla testa; poi prendeva il suo quaderno, nel quale prevalevano gli scarabocchi, glielo appuntava dietro la schiena e lo metteva in piedi dietro la porta. Non poteva scambiare una parola con i compagni: in tal caso quella terribile bacchetta picchiava anche sulle nostre mani. Anche a me, che ero una alunna modello, capitò di essere colpita da quella bacchetta, sia pure per ragioni extrascolastiche. Fu indicato, non ricordo da chi, alla maestra e a me un nido di cincera che si trovava su una grande pianta di olivo. Il mio desiderio fu subito quello di salire sull'albero e andare a vedere gli uccellini. Ma la maestra mi diffidò: - Guai a te se vai a vederli, li sdegneresti. MARCELLA . Era opinione, che credo solo in parte vera o vera soltanto per alcune specie di uccelli, che se si toccavano (qualcuno sostiene se si guardavano) gli uccellini in un nido, i loro genitori - impauriti - non portavano più loro il cibo e questi morivano. La morte non era dunque provocata da offese materiali, ma dallo sdegno - quasi un sacrilegio - fatto agli uccelli violando il loro riservatissimo regno costituito appunto dal nido. Credevo anch'io, più o meno, a quelle cose e ubbidii alla maestra. Ma appena tornata a casa mi riprese fortissimo il desiderio di andare a vedere furtivamente gli uccellini e tornai verso l'olivo che era in un crocicchio di quattro viottole che dividevano i campi. Vi salii sopra rapidamente, da bambina ero agilissima e del resto sugli olivi - anche quando sono di grossa mole - è facile arrampicarsi. Vidi così gli uccellini che aprivano ripetutamente il becco cinguettando come se io fossi la cincera madre che portava loro il cibo. Era la prima volta che osservavo da vicino uno spettacolo del genere e ne rimasi affascinata. Felice, tornai a casa. Ma dalla finestra mi chiamò la maestra. - Sei stata a vedere il nido? Tentai di dire che non c'ero stata ma poi, sotto la pressione del suo interrogatorio, confessai il mio misfatto, pur affermando disperatamente che non avevo arrecato alcun danno agli uccellini e li avevo solo guardati da lontano. La mattina dopo a scuola mi disse: - Metti le mani sul banco. Io le misi senza alcun timore poiché tutte le mattine ispezionava le mani dei bambini per accertarsi se le avessero pulite ed io, come sempre, le avevo ben pulite. Ma quella mattina sferrò violentemente due colpi di bacchetta sulle mie mani e disse: - Queste sono per il nido. E ora puoi tornare a vederlo. Non ci tornai. MARCELLA Credevo che queste punizioni fossero finite nei primi anni del Novecento. MARCELLO - Quella maestra era un'eccezione, io e lei abbiamo avuto e conosciuto maestri bravissimi che ci hanno insegnato molto anche fuori della scuola. Quelle punizioni erano possibili in un ambiente come il Chianti, perché i nostri genitori mandavano i ragazzi a scuola per la prima volta e ritenevano che quei metodi fossero utili a correggere i nostri difetti; semmai se la prendevano con noi ragazzi. I genitori del ragazzo picchiato e deriso tante volte non solo non protestarono mai, ma speravano che quei metodi fossero salutari per far imparare qualcosa al loro figlio. Il che non avvenne. MARCELLA - Né poteva avvenire. MARCELLO - Comunque è certo che, fatte poche eccezioni, noi ragazzi del Chianti eravamo per i maestri ragazzi difficili poiché a casa non avevamo nessun aiuto per fare le lezioni e il nostro mondo era fuori della finestra della scuola e spesso eravamo costretti ad assentarci per badare pecore e maiali. C'era un solo maestro per 30-40 ragazzi divisi in quattro classi. La mattina il maestro insegnava contemporaneamente a due classi, il pomeriggio alle altre due. In qualche anno fu organizzata la scuola serale, o meglio sarebbe meglio dire notturna, per i giovani non più in obbligo scolastico; ho frequentato questa scuola a 19 anni quando eravamo già nel dopoguerra. In quegli anni il maestro e la maestra lavoravano in tre turni molte ore al giorno. Io e Annita si frequentavano classi differenti ma, per le ragioni che ho già spiegato, si stava nella stessa aula. Annita era la più brava, io se non il più asino, il più irrequieto. Quando la maestra si assentava dall'aula incaricava Annita di scrivere alla lavagna i nomi degli alunni cattivi. Appena la maestra aveva attraversato la porta era già scritto in bella calligrafia il mio nome. Il le chiappavo le trecce e gliele tiravo forte forte, fino quasi a farla piangere. Perché Annita aveva delle lunghe trecce, era di carnagione chiara, linda e accuratissima nel vestire. Non sembrava una figliola di contadini, ma di signori. Proprio per questo non la potevo soffrire. LORENA - Ma poi... ANNITA - Lui e Sergio della Balza erano i più ignoranti. MARCELLO - E' vero: prima che cominciassero le lezioni io e Sergio ci si metteva seduti sul muricciolo di fronte alla scuola. Arrivava Annita tutta perbenino con la cartella lucida e gonfia di libri e quaderni. Lei tirava dritto senza degnarci di uno sguardo. Allora la si prendeva in giro ad altab voce: - Guarda com'è bellina! - Attenta! C'è una merda, ti sporchi le scarpine! - Si arrivava a lanciare verso di lei qualche pietra, ma senza mirarla perché in verità non volevamo farle nulla. ANNITA - Generosi loro! Io arrivavo a scuola parecchio prima dell'inizio delle lezioni perché mi trattenevo con il bambino della maestra che aveva tre anni: ero innamorata di quel bambino bello e vivace. Quella maestra era poi brava e paziente e a me in particolare voleva molto bene. MARCELLA - Ma quale è stato il bilancio dei vostri anni di scuola? MARCELLO - In passato ho sostenuto che quella scuola ci ha insegnato poco. Oggi rivedo quel giudizio affrettato: abbiamo imparato a leggere,un po' a scrivere e a far di conto. Non di più, perché la storia, la geografia, le scienze non erano, così come ci venivano insegnate, pane per i nostri denti. Ma quello che abbiamo imparato ci ha consentito di fare un grande passo in avanti nei confronti dei nostri genitori analfabeti. Chi ha voluto ha potuto poi, come autodidatta, migliorare la propria cultura. Ma soprattutto ci ha consentito di uscire dal proprio guscio. Qualche volta penso che cosa sarei se, come i miei genitori, non avessi imparato a leggere e scrivere: ne rimango spaventato. Forse è per questo che abbiamo fatto tanti sacrifici per far fare ai nostri figli un altro passo in avanti: farli studiare nelle scuole medie superiori e anche all'università. Confesso che le nostre aspettative sono andate un po' deluse perché i nostri figli sono diversi e un po' lontani da noi. Non sempre ci comprendiamo. Credo di poter affermare che la mia generazione ha avuto anch'essa motivi di contrasto con le precedenti, ma su questioni di scarso rilievo. In realtà i nostri genitori e nonni ci sentivano migliori e non diversi da loro e si sono lasciati guidare da noi giovani nelle lotte politiche e sindacali del dopoguerra. MARCO - Non vi è dubbio che il divario fra generazioni è molto più profondo oggi di ieri e questo non riguarda solo i contadini e non deriva soltanto dalla scuola e dall'istruzione. Ma io credo che anche la mia generazione, quando si tireranno le somme, potrà annoverare qualche merito. Oggi è troppo presto per giudicare.
Arrivederci alla prossima storia....Commenti sono sempre graditi:-) |
| Visita la fattoria | La vendita diretta | Ordini e spedizioni | Dove siamo | Indirizzo | Natura, storia e geografia |
| Alloggio in fattoria | Referenze | Informazioni utili | Iniziative culturali | Escursioni | FAQ,s | Home|
| AROUND CAPARSA | ACCOMMODATION | USEFUL ADDRESSES | TOURS OF CHIANTINO | CULTURE | HOME |
Ultimo
aggiornamento
14/12/01- Pagine web a cura di Luca Robustelli
Copyright
© 2001 [Azienda Agricola Caparsa]. Tutti i diritti riservati.
Le informazioni contenute nel presente documento sono soggette a modifiche senza
preavviso.
Tutti i marchi registrati e i nomi dei prodotti menzionati appartengono ai
rispettivi proprietari.