|
"IL NOSTRO IMPEGNO PER LA TUTELA DELLE TRADIZIONI POPOLARI CHIANTIGIANE" Sorry only italian text Last update 14/12/01
Innamoramento a Santa Maria Novella
Mi ritrovavo con lei un giorno sì e uno no a badare le pecore perché Annita divideva questo lavoro a turni giornalieri con la sorella Concetta. I giorni in cui capitava Concetta si giocava con grande divertimento; quando invece c’era l’Annita non era possibile trovare l’accordo per organizzare nulla di buono perché scartava sdegnosamente come sciocche tutte le nostre invenzioni e proposte e non riusciva a trovarne alcuna degna di considerazione. Per badare le pecore era la stessa musica: - Si manda le pecore al campo di sotto, ci sono quegli altri ragazzi e si può giocare insieme.
Perché ci fosse più caldo era un mistero, ma lei divise le sue pecore da quelle degli altri ragazzi e le pecore, mal guidate dall’Annita, presero la corsa e finirono nei campi lungo la Pesa dove c’era il grano. E lei, nel timore dei gravi danni al grano e consapevole della sua incapacità a ricondurre a posto le pecore, si mise a piangere dirottamente. Io allora, scordando le liti precedenti, le dissi:
Feci questo lavoro con molta fatica perché le sue pecore erano molto più numerose delle mie. ANNITA - Io ne avevo 21 e te 12. MARCELLO - Quando tornai con le pecore lei non le riunì a quelle degli altri, ma le mandò dove aveva deciso. Era una testarda. ANNITA - Se le avevo separate perché dovevo rimetterle insieme alle vostre? MARCELLO - Io, credo a ragione, mi arrabbiai e, come facevo a scuola, mi sfogai con una lunga e violenta tirata delle sue trecce. Ma non pianse. LORENA - Erano versi da ragazzi. Ora Annita è una donna piena di buon senso e ha la rara capacità di capire anche le ragioni degli altri. MARCELLO - Annita nei miei confronti è partita avvantaggiata. Mentre la mia famiglia era povera lei, se non era figlia di signori come sembrava, apparteneva a una delle migliori famiglie del Chianti, gli Strambi, che avevano credito allo scrittoio della fattoria e godevano presso tutti di molto prestigio. Erano, come si diceva allora, dei contadinoni. ANNITA - Lo puoi dir forte. La mia famiglia occupava dai primi anni del Novecento uno dei migliori poderi di proprietà della Pieve di Santa Maria Novella, tra le più ricche del Chianti. Così anche noi eravamo, come Marcello, contadini del prete. Ma le nostre condizioni erano molto migliori di quelle descritte da Marcello per la parrocchia di San Quirico, poiché i poderi di Santa Maria Novella erano, nel Chianti, fra quelli che rendevano di più per la proprietà e anche per i mezzadri. Il merito di tutto questo va in gran parte attribuito a Don Giuseppe Cini che quando divenne Piovano di Santa Maria Novella, nei primi anni del Novecento, aveva trovato i sette poderi della Pieve in pessime condizioni produttive, come accadeva per quasi tutti i benefici parrocchiali. Piantò viti e olivi, restaurò tutte le case coloniche che erano in condizioni pietose, curò le strade all’interno dell’azienda e i poderi diventarono dei giardini, grazie al lavoro dei mezzadri che li coltivavano zolla per zolla. Ma senza gli investimenti del Piovano Cini questo lavoro, come accadeva da altre parti, non avrebbe potuto dare frutti così abbondanti. MARCO - Dove trovò i denari per gli investimenti Don Cini? MARCELLO - Reinvestì tutti gli utili della fattoria e , per quanto ho sentito dire, riuscì anche ad avere dei prestiti dalle banche. Era un comportamento del tutto eccezionale fra i parroci che avevano in godimento i benefici parrocchiali, poiché quei miglioramenti non sarebbero andati a favore dei suoi eredi, ma della Chiesa e dei Piovani suoi successori. ZZIA - Ho conosciuto da vicino il Piovano Cini non solo perché vivevo in uno dei suoi poderi, ma perché mio marito gli faceva da autista. Morì di infarto a 60 anni in braccio a mio marito mentre si trovavano a Gaiole. Morì povero e i nipoti non trovarono nemmeno una lira. Aveva però tanta bella roba: mobili, quadri di grande valore che aveva raccolto per pochi centesimi dai contadini, che allora possedevano tante cose antiche delle quali il Piovano era un intenditore ed un amatore. Anche a quei tempi quella raccolta avevano aumentato il loro valore in denaro e gli eredi potevano essere soddisfatti. Oggi se li avessero conservati avrebbero un patrimonio. Invece i nipoti cercarono inutilmente i quattrini e si lamentarono dello zio Piovano che, a loro dire, a tutti aveva pensato fuori che a loro. Grande fu all’opposto il dolore del popolo di Santa Maria Novella per la morte del Piovano. Io lo ricordo anche come un buon sacerdote. Quando andava nel campo a seguire i lavori e sentiva i contadini e gli operai bestemmiare (le bestemmie scappavano numerose, per i più vari motivi, anche in presenza del prete non protestava e non si scandalizzava, e domandava semplicemente:
Annita - Di vino ne aveva in abbondanza. Quando gli Strambi nel 1910 arrivarono alla Pieve di Santa Maria Novella, provenienti dal vicino podere Lo Spicchio, le produzione del vino era ridotta a poca cosa, ma in pochi anni arrivò a 500 barili e la metà era del Piovano. Si raccolsero anche 30 barili di olio e cento sacca di grano. Qualche tempo fa sono tornata a visitare quel podere, oggi abbandonato. Al ricordo di quello che era quando ero ragazzina e alla vista dei rovi che hanno invaso i campi e degli olivi, uniche piante superstiti, che sono diventate degli scheletri, non ci crederete, ma mi è venuto quasi da piangere. MARCO - Fortunatamente non è così in tutto il Chianti anzi in quello coltivato - sia pure su superfici minori - si ottengono produzioni molto più elevate e la gente sta meglio, molto meglio di quei tempi in cui i poderi erano dei giardini. ANNITA - Si, quei giardini ci costavano tanta fatica e su un pezzetto di terra lavoravano in tanti. Noi eravamo 18 persone: il nonno - il capoccia - con la nonna, tre fratelli con le loro mogli e dieci ragazzini. A far quadrare il bilancio della famiglia partecipavano tutte le donne non solo lavorando nel podere, ma anche facendo in casa ricami, per alcuni laboratori di Panzano e arrangiandosi a cucire per i bisogni di casa. C’era una delle donne che era impegnata tutto l’anno a rattoppare ma anche, come una vera sarta, a confezionare vestiti nuovi per uomini, donne e bambini. MARCELLO - Non era così solo a casa tua. In molte famiglie contadine c’era una donna che si specializzava a far la sarta, mentre quasi tutte le donne sapevano tessere al telaio. Devo riconoscere che Annita nel lavorare al telaio era bravissima, così come era stata brava a scuola. ANNITA - In casa mia c’era chi davvero era bravo, e bravo in tutto, ed era mio nonno Cesarino; uomini come lui non ne rinascono. MARCELLO - Come lui no, perché era fatto su misura per il suo tempo e la sua famiglia; ora sarebbe un pesce fuor d’acqua. Ma ancora oggi ci sono, impastati diversamente, uomini buoni e bravi. Per esempio… ANNITA - Lasciami raccontare di mio nonno. Era un uomo piccolino come quadi tutti gli Strambi, piuttosto mingherlino, ma pieno di energia. Capace come capoccia e come lavoratore, riusciva anche a impostare con i familiari e tutte le persone che lo conoscevano, di ogni categoria sociale, rapporti cordiali e umani. Sapeva leggere e anche scrivere, non perché era andato a scuola, ma perché aveva imparato durante il servizio militare che fece verso il 1880 (se non vado errata era nato nel 1860). Avrebbe voluto che anche i figli imparassero a leggere e a scrivere, ma allora non c’erano le scuole rurali nel Chianti. Fu felice quando noi nipoti si frequentò con profitto la scuola. Era bravo in qualsiasi genere di lavoro, ma la sua specializzazione, rarissima a quei tempi nel Chianti, era quella dell’innestino. Grazie a questo nel nostro podere avevamo un’infinità di piante fruttifere e perfino piante di pero che producevano, su rami diversi, frutti di differente qualità. Era ammirato per le sue particolari abilità delle quali non menava vanto; si attribuiva, invece, il merito di esser riuscito as assicurare alla numerosa famiglia condizioni di vita relativamente buone. Per noi ragazzi era un gran nonno, non per quelle capacità, che abbiamo capite dopo, ma perché nonostante il suo gran da fare sapeva trovare il tempo per giocare con noi inventando giochi bellissimi e riuscendo a divertirsi un mondo anche lui. Si riforniva di caramelle e di mentine e quando, d’inverno, alla sera eravamo intorno al focolare prendeva una caramella e la metteva su una bacchettina che poi appoggiava in alto sulla mensola della cappa del camino. Così dava il via ad una specie di gara dicendo: - O ragazzi, guardate dov’è una farfalla! Il più svelto dei dieci nipoti conquistava la “farfalla”, ma anche per tutti gli altri, per consolazione, dopo un assalto al nonno, che piccolo e mingherlino com’era sapeva resistere al pari di una quercia, ricevevano una dose doppia di caramelle e mentine. Per la festa del Perdono di Santa Maria Novella, che cadeva la Domenica in Albis, il nonno metteva a disposizione della gente di Radda, di Lamole e di Panzano che veniva alla festa due damigiane di vino e una di vinsanto. E tutti a casa mia a bere alla nostra salute: una donna era impegnata di continuazione a risciacquare i bicchieri. In quel tempo tanto vino e vinsanto non era regalato nemmeno dalle grandi fattorie. Ma soprattutto non scordava mai i ragazzi: allora nella piazzetta di Santa Maia Novella c’erano i banchi di vendita dei brigidini, caramelle, torroni, gassose. Per comprare qualcosa i dieci nipoti, ma anche altri ragazzi del vicinato, si rivolgevano al nonno quasi in pellegrinaggio:
Non ci rimandava mai indietro dicendo: non ne ho più. Per un intero anno aveva messo da parte diecini e ventini per quella festa. Quando uno di noi ragazzi si ammalava il nonno si dava un gran da fare: comprava il latte fresco a Castelvecchi e il burro e anche le fettine di vitello; nessuno fra i ragazzi contadini aveva a quei tempi quelle cure e attenzioni. Come capoccia aveva la dote più preziosa: quella dell’imparzialità. Quando il capoccia non è imparziale i malumori e le liti fra i diversi membri della famiglia sono inevitabili. Provvedeva, senza aspettare richieste, a tutti i minuti bisogni non alimentari grazie alla vendita del vino e di un po’ d’olio. Per gli acquisti tutti i sabati andava da Santa Maia Novella a Greve; aveva contato quanti passi erano necessari pr andare e tornare: 36.000. Partiva la mattina presto e tornava a casa verso le du del pomeriggio con n fagotto in cui aveva riposto, di volta in volta, secondo le necessità: lenzuoli, grembiali pantaloni, gonne e soprattutto stoffa da cucir e filo di cotone da tessere. Alla sera partiva di nuovo per Volpaia, dove stava il calzolaio: gli portava le scarpe rotte e riprendeva quelle accomodate: erano sempre diverse paia perché una famiglia di 18 persone, ciascuna delle quali faceva decine di chilometri a piedi ogni settimana, consumava tante scarpe. Ma nessuno raggiungeva i chilometri percorsi a piedi dal nonno, perché alle gite a piedi a Greve, Volpaia e Radda aggiungeva i lunghi percorsi fatti sui viottoli e nei campi a cacciare, dato che era anche un appassionato e abile cacciatore.. MARCELLO - Quello che dice Annita è vero, però mi sembrano cose da non raccontare a veglia, sono troppo “edificanti”. ANNITA - Hanno ascoltato con attenzione. MARCO - Sì, a me la cosa è interessata anche se il racconto di Annita assomiglia alle commemorazioni di personaggi illustri, con la differenza - non piccola - che queste sono spesso poco veritiere e poco sentite, anche se molto belle, mentre Annita ha parlato con il cuore. ANNITA - Volevo molto bene a mio nonno. MARCELLO - A me piace di più ricordare Cesarino con qualche fatto un po’ divertente perché Annita, presa dalla serietà della sua commemorazione, si è dimenticata di dire che suo nonno era un uomo spiritoso, anche se molti altri contadini, in questo, lo battevano largamente. ANNITA - Mi hai interrotta; avrei tante altre cose da dire. MARCELLO - A proposito di Cesarino cacciatore. Cacciava senza la licenza di porto d’armi e di caccia. E questo perché gli sembravano buttati via i denari da pagare e perché rifiutava tutto ciò che rappresentava lo stato: il servizio militare, le tasse e, ancor più, la guerra. Una volta, mentre andava a caccia in fantolla, incontrò i carabinieri che cercavano di fermarlo per via della mancanza, a loro nota, della licenza. Fuggì e i carabinieri l’inseguirono. Ma era un inseguimento a forze diseguali, malgrado i carabinieri fossero giovani e Cesarino già un po’ anziano. I divertiva ogni tanto a farsi avvicinare e a dire: prendetemi! Poi li riseminava. La corsa per i campi durò a lungo ma poi i carabinieri si stancarono e gli gridarono:
E lui rispose: - Fin tanto che ho buoni questi - e mostrò i piedi - il porto d’arme io non lo “levo”. E il porto d’arme non lo “levò” mai, nemmeno nel periodo fascista, quando era ormai anziano e i controlli polizieschi più stretti. Quando era più anziano - io ero già a fare all’amore in casa da Annita - il nonno dormiva con un nipote, uno dei più piccoli, di nome Silvano. Una volta, non so in quale occasione, il nonno aveva detto al piccolo Silvano:
Era un orologio da taschino, di buona marca, con la catenina d’argento, di quelli che erano in uso tra i ferrovieri per dare il via ai treni. Lui lo portava solo nei giorni di festa e quando andava al mercato a Greve. Per il resto stava in capo al suo letto e pendeva con la catenina attaccata a un chiodo. Quelli di casa le poche volte che avevano bisogno di sapere l’ora andavano in camera del nonno a vedere quell’orologio. Il piccolo Silvano teneva molto ad entrare in possesso di quell’orologio. Un giorno, impaziente, disse:
E il nonno:
Avvenne così il trasferimento di proprietà, ma l’orologio rimase attaccato al chiodo in capo al letto perché i familiari non permisero al ragazzo di portarlo.
ANNITA - La reazione di mio nonno all’uscita infantile di Silvano credo possa essere bene spiegata dal fatto che, anche da vecchio, aveva una gran voglia di vivere, poiché aveva tutto quello che desiderava. Era felice soprattutto quando, seduto a capo tavola, poteva vedere tutta la famiglia riunita ed ascoltare le nostre voci e le nostre risate alle quali partecipava di cuore. Ancora più contento era quando alla tavolata erano presenti le figlie o le nipoti sposate fuori casa o altri parenti. Quando se ne andavano il suo arrivederci era sempre allo stesso modo: quando ritornate? E chiedeva e insisteva perché il ritorno avvenisse il più presto possibile: - Io non posso ormai più venire a casa vostra, mi scomoda troppo; dovete essere voi a venire a trovarmi. E lui, che non aveva mai amato, nemmeno in gioventù assumere toni di comando, in questo caso lo faceva con grande energia, tanto che almeno sul momento nessuno poteva dir di no:
Così, molto spesso, in casa nostra c’erano parenti e anche soltanto amici. LORENA - Capisco il desiderio del nonno di avere intorno a sé le persone a lui più care, ma mi pare che non tenesse conto non solo delle spese della famigli, ma anche del non poco lavoro supplementare che gli ospiti sempre danno alle donne di casa; in questo almeno era un po’ egoista. ANNITA - Credo che nessuno di voi se ne abbia a male se oggi anch’io dico: l’ospite è come il pesce, dopo un po’ puzza. Ma allora noi donne contadine non si sopportava per questi ospiti un lavoro supplementare. Venivano donne con i loro mariti e anche con i bambini; almeno le donne non stavano con le mani in mano a guardarci lavorare, ma partecipavano attivamente alle faccende e alla fine si riceveva forse più di quanto si dava. In casa mia queste visite non dispiacevano a nessuno. E poi erano sempre brevi perché questi parenti o amici a casa loro avevano sempre lasciato lavori da fare. Talvolta il sacrificio era maggiore per chi veniva a trovarci, e doveva fare una lunga strada a piedi, che per chi riceveva la visita. LORENA - Ma quando fu, Marcello e Annita, che avvenne l’innamoramento? MARCELLO - Cominciò quasi senza accorgersene quando avevamo sui quindici anni. Lei andava a prendere l’acqua per il bestiame dalla stalla e passava di fronte alla mia con i secchi prima vuoti e poi pieni e sempre canterellando. Se l’avesse voluto avrebbe potuto fare un altro percorso, forse anche più breve. E allora pensai: lei passa di qui per farsi vedere da me e infatti io la scrutavo dal capo ai piedi e osservavo che la bambina dai lineamenti delicati e infantili era diventata una ragazzina, si direbbe oggi, sexy. Pensai: posso attaccare, e le dissi:
Era quella, anche per il modo in cui fu detta, una risposta di circostanza che mi confermò l’esattezza della mia sensazione: gli andavo proprio a genio. Pensai allora di continuare il mio attacco ancor più frontalmente. Debbo essere sincero… LAURA - La sincerità è indispensabile. MARCELLO - Io non avevo intenzioni serie. Eravamo stati ragazzi insieme come cane e gatto. E ora che avevamo l’età per fare all’amore mi sembrava che lei fosse una di quelle che si conquistano facilmente e poi sono da buttare via, da lasciare ad altri uomini. Questa era allora la mia mentalità, che si era formata durante i discorsi con gli altri ragazzi ma anche con uomini abbastanza maturi. Lei, però, contrariamente alle mie aspettative, si difese dai miei assalti con grande energia, pur dimostrandosi sensibile ai miei approcci quando il discorso le sembrava serio. Allora cominciai a pensare: stai a vedere che con me lei si comporta così e, invece, con altri uomini cede facilmente. Era infatti risaputo - e ce lo insegnavano gli uomini d’esperienza - che certe donne, quando volevano farsi sposare da qualcuno, si comportavano con lui come donne di grande virtù. MARCELLA - Come potevi pensare che una giovane ragazza contadina si potesse comportare in modo così scaltro? MARCELLO - Ancora oggi credo che il comportamento delle donne non abbia confini di ceto o di grado di istruzione. E’ istintivo. Oggi i costumi sono cambiati e certamente sono cambiati gli atteggiamenti. Le ragazze ora, per farsi sposare, non hanno bisogno di apparire verginelle. Comunque, a capire che Annita era la ragazza che faceva per me ci misi parecchio tempo. Poi, quando l’ho capito, l’amore è sbocciato in pieno. Allora avrei voluto Annita arrendevole; arrendersi a me e solo a me sarebbe stata una prova d’amore; anche questa era un’opinione abbastanza diffusa fra i maschi fidanzati. Ma Annita era impenetrabile. E io mi consolavo con altre donne più disponibili e glielo raccontavo, non tanto per dovere di sincerità, quanto nella speranza di farla ingelosire e di ottenere da lei le stesse cose. Ma lei zitta. La sua forza era allora di non replicare, e di far finta di nulla. ANNITA - Ma io soffrivo, anche se non lo davo a vedere. Ti avrei voluto tutto per me. Se una consolazione avevo era quella di sapere che quasi tutti gli uomini si comportavano come te: a loro era consentita prima e dopo il matrimonio qualsiasi scappatella, alle donne no. E te, malgrado le belle parole che qualche volta tiri fuori anche su questo argomento, nel tuo intimo sei rimasto fedele alle tue idee giovanili. MARCELLO - Su questo punto non accetto la discussione perché so di essere battuto in partenza. Comunque, malgrado pregiudizi e limiti, il nostro fidanzamento si consolidò col passare del tempo e posso affermare che, forse a causa della tua resistenza a soddisfare subito la mia bramosia, mi innamoravo sempre più e aspettavo con impazienza il giorno delle nozze. Le persone anziane dicevano: che bella coppia! Ed eravamo davvero uno più bello dell’altro: io ero invidiato dagli altri giovanotti per avere una bella fidanzata; Annita era invidiata dalle ragazze per il fidanzato. Tutto questo allora era nell’ordine naturale delle cose: i belli si accoppiavano con le belle, i brutti con le brutte, anche se non è detto che i primi fossero più felici dei secondi. Oggi si osservano accoppiamenti strani: donne bellissime con uomini brutti e viceversa. Forse anche questo è progresso, ma allora, almeno fra i contadini del Chianti, vigeva una specie di diritto naturale e predeterminato fin dall’infanzia. Le ragazzine belle venivano vezzeggiate dalla madre: tu potrai sposarti con un bel giovanotto. Ai giovanotti di bella presenza veniva invece detto: tu puoi pretendere una bella ragazza. L’Annita così sapeva che poteva aspirare ad un bel giovanotto e per questo mi… corteggiò. Ma scherzo o dico il vero? DIVERSE VOCI - Dici il vero, dici il vero. MARCELLO - Dal tono delle vostre voci mi sembra che non siate tanto convinti e che anzi mi prendiate in giro. Ma posso assicurarvi che, a parte il caso mio e di Annita, queste erano le regole della mia generazione. In quelle precedenti erano comuni anche i matrimoni di interesse: di interesse nel senso che l’uomo cercava per moglie una brava massaia, una donna capace di lavorare nei campi e di fare del buon formaggio pecorino; la donna cercava di maritarsi in una famiglia contadina in buone condizioni economiche. Ma a spingere in questa direzione erano i genitori e quelli che combinavano i matrimoni. Al nostro tempo in questo avevamo già fatto grossi progressi e le scelte erano dei giovani e anche le persone anziane non solo riconoscevano questo diritto, ma davano ormai la precedenza all’amore e alla bellezza, pur mettendo nel conto anche le altre cose. Si diceva anche allora al figlio: E’ una bella ragazza, ma ha troppi grilli per la testa, ha poca voglia di lavorare; non fa per te. Naturalmente osservazioni del genere potevano essere fatte anche per il fidanzato, ma poi non insistevano. Per Annita e per me non potevano essere fatte tali osservazioni, erano contenti dunque del nostro fidanzamento anche i nostri familiari. ANNITA - Per la verità, per quanto ti riguarda, tu esageri un po’ perché i miei, anche se non me lo dicevano apertamente, ti volevano bene sì, ma ti consideravano, ed era la verità, un po’ esuberante e portato più a divertirti che a lavorare. MARCELLO - Ma, persone intelligenti com’erano, i tuoi sapevano che erano difetti, se difetti potevano considerarsi, che sarebbero scomparsi con la maturazione dell’età. Da parte mia, guardando indietro, devo dire che non farei a cambio con quei ragazzi tutto lavoro e famiglia che non si sono goduti la vita. MARCO - Se si misura con il metro di oggi, ma forse anche con quella di allora, e stando a quanto ho sentito, non mi sembra si possa giudicare scarso il tuo impegno nel lavoro, nemmeno da giovane. Ed è stato sempre bene, da che mondo è mondo, che i giovani siano stati giovani. MARCELLO - Credo che sia inutile dire che, come a tutti i giovani innamorati di tutti i tempi, non ci mancavano i sogni per l’avvenire, anche se materialmente sono molto modesti e oggi farebbero ridere. La mia ambizione era quella di avere alle nozze un pranzo eccezionale non solo con i parenti, ma anche con tutti gli amici; quella di Annita di avere un vestitino come quello che aveva visto ad una sposa in un matrimonio celebrato a Santa Maria Novella. Nulla di particolare per dopo le nozze perché tutto era già stabilito dalla tradizione e dalle condizione delle famiglie: e la casa dove andare, che era quella dei miei genitori, e la camera da letto e i mobili e anche il lavoro. Nulla potevamo ed era possibile cambiare e, forse per tale ragione, non riuscivamo a sognare mutamenti, a esprimere desideri irrealizzabili. Il momento in cui più si sognava era quando altre coppie si sposavano nella chiesa di Santa Maria Novella e io e Annita eravamo incaricati di sonare le campane. Io, come ex sacrestano, e Annita, come esperta per la vicinanza della sua casa al campanile, eravamo degli specialisti al riguardo: ci si divertiva a sonare a distesa e con accordi perfetti. Allora si pensava a quando qualche altro avrebbe sonato le campane per noi. Ma le campane per noi non sonarono. Ve ne racconterò la triste storia un’altra volta. Arrivederci alla prossima storia....Commenti sono sempre graditi:-) |
| Visita la fattoria | La vendita diretta | Ordini e spedizioni | Dove siamo | Indirizzo | Natura, storia e geografia |
| Alloggio in fattoria | Referenze | Informazioni utili | Iniziative culturali | Escursioni | FAQ,s | Home|
| AROUND CAPARSA | ACCOMMODATION | USEFUL ADDRESSES | TOURS OF CHIANTINO | CULTURE | HOME |
Ultimo
aggiornamento
14/12/01- Pagine web a cura di Luca Robustelli
Copyright © 2001 [Azienda Agricola Caparsa]. Tutti i diritti
riservati.
Le informazioni contenute nel presente documento sono soggette a
modifiche senza preavviso.
Tutti i marchi registrati e i nomi dei prodotti menzionati
appartengono ai rispettivi proprietari.