"IL NOSTRO IMPEGNO PER LA TUTELA DELLE TRADIZIONI POPOLARI CHIANTIGIANE"

"Veglie a Porcignano" di Reginaldo Cianferoni, premio Pozzale per la narrativa 1986, illustrato da Mino Maccari.

Sorry only italian text

Babel FishTranslate

Indice

Last update 29/08/01

Vita in Famiglia

 

MARCELLO – L’Annita ha raccontato un po’ della vita della sua famiglia quand’era ragazzina e poi una ragazza; anch’io voglio raccontare della mia vita in casa Vanni e loro parenti, anche se questa mia vita non è sempre edificante come quella di colei che sarebbe poi diventata mia moglie.

Devo confessare che quand’ero un giovanotto e i miei fratelli e sorelle erano dei bambini, la casa era principalmente il luogo dove si mangiava e, come tale, molto amata o almeno sentita indispensabile.

Quando eravamo nell’aia in attesa della cena e la mamma si affacciava sulla porta per gridarci:

-         Ragazzi è pronto!

Si salivano di gran corsa le scale che portavano in cucina e in un baleno eravamo tutti a tavola.

La scena era simile a quella dei maiali quando il contadino entra nello stalletto e già prima che gli distribuisca il pasto si precipitano e si urtano fra loro per conquistarsi le migliori posizioni di fronte al trogolo.

Certo è che noi eravamo molto lontani dall’educato comportamento che, anche a tavola, avevano i ragazzi degli Strambi. Quando c’era la carne e avanzavano gli ossi il nostro divertimento era quello di tirarli lontano a mo’ di pietre; cascavano dappertutto: sulla vetrina, sul focolare, sulla madia; pochi finivano alla portata del cane o il cane doveva alzarsi poggiando le zampe davanti sui mobili e combinando non pochi guai.

La mamma protestava per questa nostra abitudine, anche perché era lei che doveva passare a raccattare le ossa sparse, ma le sue proteste erano deboli perché non dava grande peso a queste cose: tutta la sua energia, che non era poca, era concentrata a soddisfare la nostra fame, e in questo era bravissima perché sapeva utilizzare e rendere appetitosi i cibi più vili.

Ma la competizione fra noi ragazzi alla conquista del cibo migliore era grande. Sentite questa. La mamma preparava contemporaneamente per la cena e per la colazione della mattina dopo la ribollita, detta da noi più comunemente minestra di pane. La mattina la ribollita aveva il posto di quello che oggi è il caffè. Io il primo caffè e il primo zucchero l’ho comprato in tempo di guerra can la tessera alimentare; se non si ritiravano zucchero e caffè non era possibile sostituirli con altri alimenti e allora s’imparò ad adoprarli. Ma io preferivo sempre la ribollita. Cibi poveri, o meglio da poveri, come il pane, l’olio d’oliva, il cavolo nero, cotti a lungo e opportunamente manipolati diventavano una pietanza davvero prelibata. Il segreto era quello di conoscere l’arte e di stare ai fornelli molte ore al giorno.

Per la nostra colazione della mattina la mamma aveva dunque già preparato dal giorno avanti un grande tegame di ribollita. Era un bel tegame di coccio, di quelli che oggi piacciono tanto ai collezionisti di oggetti del passato.

Il nostro appetito era smisurato per cui chi si alzava un po’ tardi non trovava più nulla. E l’ultimo ad alzarsi era il pigro Remo che doveva contentarsi di un po’ di pane con olio e sale.

Una mattina non abbiamo trovato la ribollita; siamo corsi dalla mamma per avere spiegazioni, ma lei ci ha detto:

-         L’ho messa al solito posto.

Abbiamo capito allora che Remo l’aveva rimpiattata per poterla mangiare pur alzandosi per ultimo. Noi fratelli ci siamo precipitati nella sua camera gridando:

-         Disgraziato, dormiglione, dove hai rimpiattato la minestra?

L’abbiamo buttato giù dal letto, ma lui si è vestito con grande calma e ci ha riassicurati:

-         Non abbiate furia; questa mattina voglio soltanto la mia porzione, non più della mia porzione.

E andò, sempre con molta calma, a prendere il tegame che aveva rimpiattato sotto la madia. Ma il tegame era vuoto. S’era scordato di coprirlo e i nostri quattro gatti, più affamati di noi, avevano mangiato tutta la minestra, poi avevano accuratamente leccato il tegame: sembrava rigovernato tanto era lustro.

La nostra sorpresa fu grande, ma rapida la reazione contro il povero Remo, che fu battuto dai quattro fratelli, compresa la femmina che era più inviperita dei maschi (la seconda sorella non era ancora nata). Non reagì e le prese tutte, tanto era costernato, più costernato di noi. D allora in poi cercò, ma con successo incostante, di alzarsi al mattino presto insieme agli altri fratelli e di partecipare onestamente alla spartizione in parti, non uguali, ma più o meno proporzionali al presunto appetito. Fatto questo non rimaneva nulla nel tegame e non potevamo dire:

-         Ho altro appetito, ne voglio un’altra porzione.

I componenti della nostra famiglia, come di tutte le famiglie contadine, stavano insieme dalla mattina alla sera oltre che a colazione, a desina e a cena, perché si lavorava insieme nei campi e nella stalla.

L’organizzazione del lavoro, in teoria, spettava al capoccia e non era cosa facile: bisognava quasi ogni giorno decidere dove, cosa, come e in che ordine fare le numerose faccende. In realtà il nostro capoccia – come quasi tutti i capoccia del Chianti – non aveva l’autorità di imporre le sue soluzioni perché se noi non eravamo d’accordo succedeva il finimondo, per cui si decideva dopo discussioni collettive in cui si aveva l’abitudine di vociare e dire frasi insolenti:

-         Tu sei un bischero non capisci nulla; questo è un verso di lavorare da matti!

E così via. Chi ci ascoltava pensava: i Vanni non vanno d’accordo.

MARCELLA – Che bel bisticcio di parole!

MARCELLO – Già. Comunque non era così perché si arrivava sempre all’accordo e le discussioni consentivano di trovare le soluzioni migliori; solo che non si sapeva discutere senza vociare. Ma era soltanto un fatto esteriore, comune a molte altre famiglie, dovute forse al fatto che per sentirci e capirci nei campi bisognava gridare. Del resto, di fronte a noi, c’era una famiglia nella quale parlavano sempre a bassa voce. Poi improvvisamente abbiamo saputo che hanno fatto a pugni fra loro, ma sempre in silenzio. E la famiglia si è sfaldata.

Il problema, quasi irrisolvibile, era la diversa voglia di lavorare fra i diversi membri della famiglia mentre a tavola si mangiava allo sesso modo: ma le differenze fra i membri di una famiglia contadina non erano grandi, perché si riteneva un delitto stare con le mani in mano a vedere gli altri che lavoravano. Certo qualche piccolo, direi innocente, stratagemma veniva tentato per scansare qualche fatica, a danno naturalmente di qualcun altro. Sentite questa.

Una volta io e mio padre eravamo a zappare le viti; erano più delle sette di sera e, come al solito, si sarebbe continuato a lavorare fino al sopraggiungere del buio, cioè fin verso le otto e mezzo. Io mi ero già stancato, anche se era soltanto poco più di due ore che si lavorava poiché, come d’abitudine, avevamo fatto un sonnellino dopo desina. Ma era difficile giustificare a mio padre il mio allontanamento. Allora ho fatto finta che mia madre mi chiamava e ho gridato:

-         Che vuoi mamma?

Ma il babbo:

-         Io non ho sentito chiamare.

E io:

-         Tu non senti mai nulla, sei mezzo sordo. Vado a vedere che vuole.

La sera quando il babbo tornò solo dal lavoro, domandò:

-         Brunetta che volevi da Marcello?

-         Io nulla.

Appena mi incontrò le parole più benevoli verso di me furono quelle di fannullone vagabondo. Lo meritavo e non azzardai alcuna giustificazione, anche se quel giorno, prima di allontanarmi, avevo già zappato quasi una decina di ore.

Credo che non possiate considerarmi uno scioperato, tanto più che per raggranellare qualche soldo mi industriavo con certe piccole attività extra-poderali. Il perché è presto spiegato: non era possibile chiedere al babbo, che non li aveva, i soldo per comprare la bicicletta o un vestito per andare a ballare; allora per entrare nelle sale da ballo ci voleva un vestito scuro e la camicia bianca e bisognava, oltre che per sé stessi, pagare alla ragazza l’ingresso e la bevuta.

Se si volevano queste cose bisognava guadagnare in proprio i soldi necessari. Il mo lavoro extraziendale  consisteva nel prendere di nascosto al padrone i bovi e il carro e andare a smacchiare nel bosco per un’impresa che aveva avuto in appalto il taglio. E Poiché si lavorava a cottimo e non si poteva tenere lontani i bovi dalla stalla per parecchio tempo, in un giorno si cercava di fare una grande quantità di lavoro. Non si forzavano i bovi a camminare più in fretta perché quelli hanno il loro passo e per guadagnare pochi minuti si sarebbero sfiancati; si acceleravano invece i tempi di carico e di scarico della legna lavorando in due di gran lena e per questo mi portavo dietro mio fratello Remo.

I compensi che ci davano, confrontati con la grande quantità di lavoro fatto, erano modestissimi – anche per  quei tempi – ma ci consentivano di soddisfare i bisogni, per noi quasi vitali, che ho già rammentato.

Nella vota delle singole famiglie contadine avevano un posto importante le relazioni con i parenti che erano assai numerosi e, in genere, abitavano nelle vicinanze perché i matrimoni e gli spostamenti delle famiglie avvenivano, in grande prevalenza, in un raggio limitato del territorio: nel mio caso Radda, Castellina, Gaiole e, in parte, Greve.

Non saprei dire ora quante erano le famiglie imparentate con noi soprattutto se, oltre ai nonni e agli zii, si contano i cognati e i cugini di primo e secondo grado: ma quelle a noi più legate erano soltanto i Pacciani di zia Assunta e i Tatini di nonno Serafino.

I Pacciani, che coltivavano il podere Salvale, erano una delle famiglie contadine più note del Chianti senese, il che aveva consentito loro di avere qualche risparmio in casa e qualche credito allo scrittoio del padrone che era il Conte Recco Capponi. Dai Pacciani vigeva il matriarcato perché la bacchetta del comando era tenuta saldamente dalle mani della Zia Assunta che ho conosciuto molto anziana, ma non per breve tempo perché è morta quasi centenaria.

Ricordo la sua figura alta e asciutta e l’abito sobriamente elegante che nulla aveva di contadino e che portava la domenica alla messa. Se non vado errato quell’abito glielo aveva regalato, come vestito smesso, la Contessa Capponi. Sta di fatto che per il suo portamento, per la sua figura e per quell’abito, la domenica in chiesa sembrava una baronessa.

Si diceva che in gioventù era stata molto bella e che, prima di sposarsi con il Pacciani, che al mio tempo era già morto da un pezzo, aveva fatto girare la testa a molti uomini, a diversi dei quali non aveva mancato di corrispondere generosamente. Ora era una donna autoritaria che dava delle sentenze senza appello. Ricordo che una volta, quand’ero ragazzo, apostrofò il mio babbo, che gli era nipote perché figlio di una sua sorella, con queste parole:

-         Tu sei un bischero, non si fa cosi.

Non so a che cosa si riferisse, ma il babbo incassò senza fiatare.

L’Assunta era una lavoratrice instancabile: dopo aver fatto le faccende di casa per la numerosa famiglia era capace di stare al telaio una decina di ore al giorno.

Questa zia aiutò molto la mia famiglia: quando sapeva che ci mancava il pane, all’insaputa dei suoi figli, ci regalava un sacco di grano. Più che a mio padre, verso il quale non aveva molta stima, pensava a noi ragazzi.

I figli di zia Assunta erano altrettanti bravi, anche se erano costretti a lasciare alla madre il comando. Mio nonno Tatini, che cantava di poesia, aveva messo insieme una strofetta su questa famiglia:

 

Beppe fa il capoccia senza tini

Ma è l’Assunta che tiene i quattrini.

Il topo comanda con i gatti

Gigi fa diventare tutti matti.

 

I tini di Beppe erano stati messi nella strofetta per far rima, ma con il significato di portafoglio.

Beppe era il maggiore dei fratelli e quindi, nominalmente, il capoccia; il Topo – soprannome del più giovane – era il bifolco. Gigi era lo zio pinzo, analfabeta come gli altri, ma comprava il giornale che si faceva leggere da noi ragazzi, dandoci in compenso qualche soldino. Pur non avendo avuto, che io sappia, nessun canale di comunicazione con ambienti antifascisti, riusciva a dare taglienti giudizi sul fascismo che, affermava, ci avrebbe portati alla guerra. Era ascoltato e anche creduto dagli altri contadini, ma la sua pretesa, lui analfabeta, di conoscere il mondo, lo faceva ritenere un po’ matto o, come diceva la strofetta, faceva diventare matti e questo per via delle sue caratteristiche previsioni.

Il topo era il più giovane della famiglia e un tipo originale. Ve ne racconterò una. Insieme ad altri giovani decise una sera di andare a veglia al podere Piegaia perché in quel podere erano ospitate una decina di ricciaiole, fra le quali anche la sua ragazza o, più esattamente, una sua mezza fidanzata.

 

LUCIA – Chi erano le ricciaiole?

 

MARCELLO – Ricciaiole erano delle braccianti che venivano ingaggiate dai contadini, quelli che avevano dei castagneti estesi, per raccogliere i marroni. Ricciaiola deriva da riccio che, come tutti sapete, è quello che racchiude il marrone. Erano donne, in genere giovani, che venivano dalla zona e anche dal Valdarno e nel periodo della raccolta dei marroni soggiornavano nella casa del contadino, essendo allora impossibile spostarsi giornalmente dal luogo di residenza a quello di lavoro.

Naturalmente queste ragazze costituivano una attrazione per i giovani e la veglia era l’occasione per incontrarle. I giovani arrivarono nelle vicinanze della Piegaia a buio fitto (alla fine di ottobre, quando si raccolgono le castagne, le giornate sono corte), ma la chiara luce della luna piena consentiva una buona visibilità. I giovani videro così distintamente le ricciaiole che in gruppo andavano verso un luogo appartato dietro la barca dei sarmenti.

-         Zitti e fermi – disse uno della compagnia – vuoi scommettere che le vanno a pisciare?

Con cautela, per non essere sentiti, si misero nella posizione adatta per vedere e non essere visti.

Va detto che appartarsi per fare pipì all’aperto era una regola di decenza delle donne, ampiamente seguita in campagna durante i lavori, ma anche quando si trovavano in casa poiché non c’erano latrine.

Il fatto nuovo che eccitava quei giovanotti era l’operazione effettuata contemporaneamente da una decina di giovani donne.

Le ragazze erano in vena di scherzare e alla ricerca di qualche pretesto per farsi quattro risate. Una di esse, con tale spirito, propose alle altre un’insolita gara: la gara a chi aveva la cicala più grande. I giovanotti pensarono proprio di essere capitati bene.

Occorreva uno strumento per misurare. Ma nessuna di loro aveva il metro da sarta, che sarebbe stato abbastanza adatto alla bisogna. Allora, grazie alla fantasia contadina (anche delle donne), si ricorse ad un ottimo surrogato del metro: una delle ricciaiole tirò fuori dalla tasca una corona da rosario. Va detto che, da parte delle donne di quel tempo, avere una corona da rosario in tasca era fatto abbastanza normale perché allora, anche in casa, era frequente la recita del rosario ed era quindi naturale, per una specie di previdenza, la si tenesse in tasca o in borsa specialmente quando si soveva dimorare, come nel caso delle ricciaiole, in casa d’altri.

Così l’unità di misura della cicala divenne il grano della corona da rosario. Ci furono però non pochi problemi per le parti da misurare e per il confronto delle misurazioni.

 

FABIO – No, a causa dell’accidentalità del Monte di Venere e soprattutto per i suoi confini non ben delimitabili non poteva esserci garanzia di uniformità di misurazione; occorreva un geometra, o meglio, un perito agrario come me, pratico di monti e foreste!

 

MARCELLO – Non credo, in queste cose vale più che la scienza il buon senso. Cert6o è che le ragazze se la cavarono benissimo, sia pure con i ripetuti controlli e verifiche. Vinse per ben tre grani (ignota è rimasta la loro corrispondenza in centimetri) la ragazza di Topo che, felice del successo e a completamento della pipì, fece anche un prolungato rumore con l’altra e opposta nobile parte del corpo, comune a maschi e femmine.

 

MARCO – Per dirla con Dante “del cul fece trombetta”.

 

MARCELLO – E poiché le ragazze erano in vena di allegria, per dare un nuovo motivo di risa, dedicò quel rumore ad una persona a lei cara e disse:

-         Per il mi’ Topo!

Ma il Topo, che fino ad allora aveva gurdato la scena con grande divertimento, non gradì la dedica e, come inseguito da una fucilata, abbandonò la compagnia e se la dette a gambe levate.

Non volle più tornare dalla ragazza. Qualcuno degli amici cercò di convincerlo a cambiare idea con argomentazioni, in apparenza, assi valide:

-         Ma come, tu ti lasci scappare la fortuna di possedere la cicala più grande!

Ma lui saggiamente rispondeva:

-         Non è una fortuna: non bisogna dimenticare che è nelle botti piccine che ci sta il vino bono.

A parte questo incidente nel quale, a mio giudizio, poteva essere meno cocciuto, il Topo era, come i suoi fratelli, un gran bravo figliolo.

I Pacciani erano la famiglia di contadini più in grande, che avevano il bestiame più bello e riuscivano, nelle condizioni del Chianti, a realizzare i raccolti più elevati. Lavoravano molto, ma non più degli altri contadini; sapevano soprattutto lavorare con il cervello. La sera erano sempre pronti ad andare a veglia in tutte le case, tutti lustri ed eleganti.

Una volta Beppe Pacciani andò a comprare i bovi insieme al fattore e al Conte Recco Capponi. Il Conte era uno di quei nobili che vestivano trasandati ed aveva una barba lunga e incolta. Beppe portava un cappotto di quelli da sensali ed era tutto lindo. Il mediatore, al contadino dal quale si recarono per acquistare i bovi, disse:

C’è il signor Conte Capponi che vuole vedere i vostri bovi.

Il contadino guardò i tre e, rivolto a Beppe, disse:

-         Signor Conte si accomodi.

Era un fatto del tutto inconsueto che un contadino non riconoscesse un altro contadino.

I parenti ai quali sono stato più vicino non erano i Pacciani, ma i Tatini dove era capoccia Serafino, il babbo della mia mamma. Il loro podere si chiamava, e si chiama ancora, Casavecchia alla Volpaia, era di proprietà del Marchese Bartolini e non era lontano dal mio e io ho abitato da loro per lunghi periodi, anche per aiutarli nelle faccende perché erano a corto di braccia.

Nonno Tatini lo chiamavano il poeta perché cantava di poesia e aveva una bella voce; recitava il Bruscello a Volpaia e era  un uomo allegro e buontempone. Ma anche lui, tanto per non cambiare, era un grande lavoratore. Tornò a Casavecchia nel 1905 quando la produzione di vino del podere era ridotta a pochi barili; in un annata di eccezionale raccolto arrivò fino a 800 barili. Per arrivare a tanto aveva pazientemente ricostruito tutti i muri a secco del podere con l’aiuto delle cinque figliole. Costruiva muri che erano un capolavoro, assai ravvicinati fra di loro (cinque o sei metri) per le forti pendenze di quel terreno; in tutto quel podere erano lunghi cinque o sei chilometri.

Ora questi terrazzamenti, che erano costati tanto lavoro, o sono andati in rovina o sono stati abbattuti perché hanno costi elevatissimi, anche soltanto per la manutenzione, e perché non consentono la lavorazione con le macchine.

E’ impossibile raccontare in maniera adeguata il vasto repertorio delle battute e dei canti poetici di nonno Serafino, di solito satirici, sul genere della strofetta dedicata ai Pacciani, che ho già detta. Racconterò soltanto dell’accoppiata che si formò fra lui e il garzone dei Tatini, soprannominato Diavolino. Quel garzone viveva nella famiglia Tatini e riceveva un piccolo salario perché le cinque figlie se ne erano andate tutte spose e il podere era rimasto con poche braccia. Era un giovane che aveva una decina d’anni più di me, piccolo e bruttino, il cui mondo ruotava quasi tutto intorno alle donne, considerate soltanto dal lato sessuale. Si vantava di essere un Don Giovanni irresistibile, ma questo era vero solo in parte dal momento che le sue numerose avventure amorose erano facili solo perché a lui le donne andavano bene tutte, anche se erano brutte e più vecchie di lui. Non aveva il gusto delle conquiste difficili e gli piaceva andare dove pensava di non incontrare resistenze; e in questo aveva davvero un fiuto eccezionale. Sembra, comunque, che il tipo di donne alle quali si rivolgeva lo trovassero di loro grande gradimento.

 

ANNITA – Non so proprio che cosa ci trovassero, perché era l’uomo più brutto dei nostri paesi.

 

MARCELLO – Diceva che con le donne ci sapeva fare e credo che questa non fosse una vanteria. Durante le lunghe ore di lavoro fra nonno Serafino e Diavolino gli scambi di battute erano continui e riguardavano molti temi, riuscendo anche a mescolare insieme lavoro e sesso, il diavolo e l’acqua santa.

-Prendine meno – disse una volta il nonno rivolto a Diavolino.

Diavolino, pensando che il vecchio si riferisse alla profondità della zappatura, ben volentieri obbedì. E pensò: guarda com’è generoso, si è accorto che sono affaticato e, per rimettermi in sesto, rinuncia alla qualità del lavoro. Ma il nonno Serafino, dopo aver osservato la riduzione della profondità della zappatura, esclamò:

-         Non ci intendiamo. Volevo dirti di prendere meno cicale durante la notte per riservare un po’ più della tua energia per il lavoro.

E, come poeta, mise poi tutto in una rima che suonava così:

                  men volte dei andare in fondo cicala

                  se vuoi mandar fonda la pala.

Poi proruppe in una grande risata per sottolineare che il suo non era un vero e proprio rimprovero dato che lo stracco lavoro del garzone aveva quella volta una giustificazione che lui comprendeva pienamente. Ma poi aggiunse, con serietà e convinzione, che un giovane, per essere rispettato, doveva riuscire contemporaneamente a farsi onore sia con le donne che con il lavoro; e lui d’altronde non aveva mai conosciuto bravi contadini che non fossero anche bravi cicalatori.

Una volta Diavolino si fidanzò con una ragazza, di nome Maddalena, che rigirava un’infinità di uomini, soprattutto sposati. Diceva che si era fidanzato per avere un trattamento preferenziale nei confronti degli altri uomini.

Il nonno questa volta avanzò molte riserve sul comportamento di Diavolino e lo mise sull’avviso:

-         Stai attento, se riscappa un bambino tu dovrai sposarla senza sapere se il bambino è tuo.

-         Tatini- rispondeva Diavolino – Ci sono tanti miei figli in giro che non portano il mio cognome, che sarà poco male su uno non mio verrà registrato figlio di Diavolino. E poi io non so più fare a meno di Maddalena. Voi non avete un’idea della sua bravura a frullare. Sentite i’ che l’ha studiato. E la c’ha una seggiolina che la fa proprio il pari dell’uccello di un uomo in ginocchio; e la simette a sedere in quella seggiolina e la vole essere frullata in ginocchio

Il vecchio Tatini rimase esterrefatto. Poi, dopo aver riflettuto, disse:

-         Codesta non l’avevo imparata, l’è bellina, la mi piace. Lo sai perché? Perché l’inganna anche il Padreterno che di lassù vedi che tu preghi e invece tu frulli!

Ma il Padreterno non si lasciò ingannare e Maddalena rimase incinta e la musica per Diavolino allora cambiò radicalmente. Contrariamente alle sue smargiassate, fù preso dalla grande paura di dover sposare la ragazza in un matrimonio riparatore e il padre e i fratelli di lei avevano la grinta necessaria per imporglielo. Sapeva benissimo che la probabilità che il ragazzino fosse suo figlio era davvero piccola. La gente, del resto, si sbizzarriva – anzi si divertiva – a formulare le più svariate ipotesi: sarà di Diavolino; no è di Piero; no è di Poldino.

Ma per fortuna di Diavolino la maternità fece cambiare  atteggiamento alla ragazza che non profittò del fidanzamento ufficiale e si rifiutò di indicare alla famiglia una paternità vera o falsa. Si prese il bambino e lo allevò con ogni cura, cosa che nessuno si sarebbe aspettato da lei. Dopo diversi anni, nel dopoguerra, trovò anche un uomo che la sposò e la portò in città. Ho avuto occasione di incontrarla qualche tempo fa, il giorno dei morti, al cimitero dove era stata a visitare le tombe dei familiari; è diventata una vecchina tutta bianca, alla quale non è rimasto nulla del procace corpo giovanile se non l’avessi saputo mi sarebbe stato difficile immaginare i suoi bollenti trascorsi. Mi disse che, da diversi anni, era diventata nonna. Del bambino, dopo pochi anni dalla nascita, fu individuata chiaramente la paternità: era balbuziente come uno degli indiziati padri, uomo felicemente sposato. Mi direte: questa non è una prova, ma si dava il caso che quest’uomo avesse trasmesso in eredità la balbuzie anche ai figli nati dal suo matrimonio.

Diversa la storia di Diavolino. Subito dopo aver capito che non correva il pericolo di dover convolare a nozze riparatrici, riprese le sue avventure e le sue vanterie con mio nonno e con gli amici. Una volta combinò un brutto scherzo proprio a nonno Tatini. Raccontò una delle sue solite avventure con molti particolari, senza però indicare il nome della donna e dei luoghi. Mio nono fu preso dalla curiosità e più volte chiese:

-         Dimmi il nome.

-         Non ve lo posso dire.

-         Con me non hai mai avuto segreti e tu sai che io non parlo.

-          Ma lo volete proprio sapere? E’ la vostra figliola che sta a Vaglio.

Il vecchio si sbiancò e sarebbe cascato a terra se non si fosse appoggiato al manico della zappa a mo’ di bastone. Diavolino si affrettò a dire che era uno scherzo e a riprova di ciò fece il nome della donna vera. Ma il nonno non si contentò: volle che giurasse solennemente e poiché i diavolini non possono giurare lo chiamò con il suo vero nome. Era stato assalito dal dubbio che la verità fosse la prima e non la seconda, poiché sapeva che Diavolino bazzicava dalle parti di Vaglio.

Il fatto è che il nonno piaceva ridere e scherzare e la sua fantasia di poeta galoppava con particolare estro nel campo delle avventure amorose. Ma sulla sua, sulla nostra famiglia non si poteva scherzare. O meglio, qualcuno avrebbe potuto dire: tua moglie ti tradisce; sapeva che non era vero e avrebbe risposto con una rima da far crepare dalle risa. Ma se gli fosse balenata l’idea di una corrispondenza a verità non avrebbe riso, avrebbe pianto e non in modo figurato.

Contraddizioni, incoerenza? Qualcuno può tirarci fuori una morale e una condanna. Ma vi prego di essere benevoli, specialmente verso nonno Serafino che aveva fantasia da diavolino e nella realtà era un uomo di gran cuore; e vi prego anche di guardare con benevolenza verso di me che credo di somigliare molto a lui.


| Visita la fattoria | La vendita diretta | Ordini e spedizioni | Dove siamo | Indirizzo | Natura, storia e geografia

| Alloggio in fattoria | Referenze | Informazioni utili | Iniziative culturali | Escursioni | FAQ,s | Home|


  VISIT THE FARM  | THE FARM SHOP  | ORDERS AND SHIPPING | WHERE WE ARE | ADDRESS | FAQ,s |

| AROUND CAPARSA | ACCOMMODATION | USEFUL ADDRESSESTOURS OF CHIANTINO | CULTURE | HOME |


Ultimo aggiornamento 29/08/01- Pagine web a cura di Luca Robustelli
Copyright © 2001 [Azienda Agricola Caparsa]. Tutti i diritti riservati.
Le informazioni contenute nel presente documento sono soggette a modifiche senza preavviso.
Tutti i marchi registrati e i nomi dei prodotti menzionati appartengono ai rispettivi proprietari.