"IL NOSTRO IMPEGNO PER LA TUTELA DELLE TRADIZIONI POPOLARI CHIANTIGIANE"

"Veglie a Porcignano" di Reginaldo Cianferoni, premio Pozzale per la narrativa 1986, illustrato da Mino Maccari.

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Last update 30/01/02

Ragazze, spose e figlioli

MARCELLO – Le condizioni economiche della mia famiglia erano intorno alla media del Chianti; vi erano famiglie contadine in condizioni migliori ma anche, e non poche, famiglie che soffrivano la fame, soprattutto perché i figlioli erano tanti.

 

ZIA GIOCONDA – Noi siamo rimasti in nove fratelli, mia madre aveva partorito quattordici volte: cinque figlioli gli erano morti fra i nove e i dodici anni di polmonite e di difterite. Poi un altro, della classe ’99, morì in guerra.

 

ANNITA – La zia ha più di ottant’anni e quelle nidiate di figlioli così numerose erano più della sua generazione che della nostra.

 

ZIA GIOCONDA -  Sì, al mio tempo i figlioli erano tanti, anche se molti morivano perché alcune malattie, come la difterite, erano incurabili. Anch’io da bambina sono sfuggita per miracolo alla morte.

 

LORENA – Ma come hanno fatto sua madre e suo padre ad allevare quattordici figlioli?

 

ZIA GIOCONDA – Il merito fu tutto di mia mamma, una donna di straordinaria intelligenza; mio padre sapeva mettere al mondo i figlioli e poi cercava di non far mancare loro il cibo, ma non ci riusciva; riusciva invece senza alcun motivo ad essere geloso della moglie.

 

LUCIA – Forse le faceva mettere al mondo un figliolo dopo l’altro perché pensava fosse più facile assicurarsene la fedeltà.

 

ZIA GIOCONDA – Cero, con tanti figlioli, mia madre non poteva avere grilli per la testa. Era in movimento dalla mattina alla sera e sapeva comandare i figli maggiori ad aiutare i più piccoli; anzi riusciva a farci trovare il tempo per aiutare i figli degli altri. Durante la prima guerra mondiale la moglie del mugnaio di Volpaia era rimasta sola con tre bambini piccini. Non aveva nessuna parentela con noi, ma mia madre mandò me e mia sorella a aiutare questa donna.

Mia madre era sempre serena, ma tanti ragazzi piccini insieme davano molto da fare: c’era chi piangeva, chi brontolava, chi voleva cose impossibili. Ma io non le ho mai sentito dire:

-         Accidenti a quando ti ho fatto!

Superò con rassegnazione anche la morte dei miei cinque fratelli; in questo l’aiutava molto la sua fede, che ha trasmesso anche a me.

 

LUCIA – Era una specie di fatalismo.

 

ZIA GIOCONDA – Ma il fatalismo non la sfiorò per nulla quando una mia sorella fu colpita dalla poliomielite e sembrò esistere un filo di speranza di salvarla. Si attaccò a quel filo con tutta la sua energia e fu instancabile, a differenza del mio babbo, a cercare gli ospedali e i medici migliori. Fu per lei una fatica enorme perché, come tutte le contadine, non conosceva il mondo al di là della parrocchia; raccontava che un professore autoritario e intrattabile che metteva in soggezione tutti i dipendenti e anche gli altri medici dell’ospedale aveva deciso di rimandare la figliola a casa considerandola incurabile. Lei, quando lo vide, in un primo momento non fu capace di smuovere, nemmeno di un centimetro, quella sua decisione. Ma poi biascicò una mezza Ave Maria e disse:

-         Ne va di mezza la mia citrina.

E fu tanto eloquente e persuasiva da far cambiare opinione al professore, che quasi si commosse e la tranquillizzò con parole che mai aveva sentite. La chiamò anche “cara la mia donna” e poi “ cara la mia signora”. Mia sorella fu salvata, ma è rimasta handicappata, come si dice oggi. Da allora vive in un istituto di Suore a Fiesole dove lavora secondo le sue possibilità, adesso assai scarse a causa della sua età avanzata. Questa figlia, fin tanto che la mia mamma visse – e visse assai a lungo – Fu la sua croce. Trovava ingiusta la sorte della figlia e si rivolgeva a Dio dicendo: Non capisco… non capisco… E la sua fede vacillava. E aggiungeva anche: Per questa bestemmia andrò all’inferno.

Povera mamma, se non è andata in paradiso lei non so proprio chi ci possa andare. E’ morta pensando soltanto alla figlia handicappata; per gli altri numerosi figli e figlie rimasti nessuna preoccupazione: li riteneva ben sistemati e senza più bisogno di lei; sarebbe morta serenamente se non avesse avuto nel cuore la spina di quella figlia. A tanti anni di distanza la ricordo come se fosse ora.

 

LUCIA – Non ci far commuovere. Finora ti conoscevo e ti ammiravo come una donna che riusciva a non farsi trascinare dai sentimenti.

 

ZIA GIOCONDA – Questi ricordi ora, invece, mi commuovono.

 

MARCELLO – Ci vuole qualcosa di più allegro. Sempre in argomento di figlioli vi racconterò la storia di un contadino che si chiamava Pizzi, che era mezzadro alla fattoria di San Donato in Perano, allora dei Principi Strozzi. Aveva tanti figlioli e una miseria che lo portava via e la moglie incinta un’altra volta. Allora un sottofattore di San Donato disse al pizzi:

Ma insomma Gosto – si chiamava così – che gli metti a fare al mondo tutti questi figlioli che non sei in grado di campare nemmeno la metà di quelli che hai?

Il Pizzi rispose:

-         Quando sono nel gusto ne camperei cento.

 

MARCO – Gosto non era certo un contadino progredito e capace, come si dice oggi, di procreare coscientemente.

 

MARCELLO – Era una specie di primitivo anche in altre questioni e allo scrittoio di fattoria aveva un grosso debito inesigibile per il proprietario. Per questo i consigli del sottofattore a procreare prudentemente erano conformi all’interesse della proprietà che per ogni figlio in più del Pizzi vedeva aumentato il suo credito inesigibile.

Quando i ragazzini erano troppi e le produzioni del podere erano insufficienti per sfamarli tutti, era in uso nel Chianti il prestito dei ragazzi ad altre famiglie di mezzadri che si trovavano nella situazione opposta e per le quali qualche ragazzo sarebbe stato utile per badare le pecore. In genere si trattava di famiglie legate fra loro da qualche grado di parentela e spesso il bambino, o la bambina, prestato finiva per essere adottato dalla seconda famiglia- Le due famiglie trovavano un consistente vantaggio economico reciproco, ma i bambini oggetto dell’operazione, specialmente all’inizio, si trovavano in un penoso stato di disagio pesava su di loro la lontananza dai genitori e soprattutto la mancanza dei fratelli; si sa che i bambini hanno bisogno di stare con altri bambini e nella nuova famiglia non ce n’erano; per fortuna l’incontro con altri ragazzi avveniva a badare le pecore e nelle scorribande che riunivano ragazzi di diverse famiglie; quando cominciarono ad esserci le scuole – altro luogo di incontro – il fenomeno del prestito dei ragazzi era ormai in via di scomparsa.

Non sempre questi ragazzi venivano trattati alla pari con gli altri membri della famiglia, anche se vi era un solenne impegno in tal senso che suonava così: state sicuri che lo tratteremo come nostro figlio (o figlia) e che starà meglio che a casa vostra. L’adattamento alla nuova condizione da parte di questi ragazzi richiedeva sempre un tempo assai lungo.

Ma sentite il caso di una ragazzina, che veniva chiamata di soprannome la Stenta perché era magrissima, e che io ho ascoltato molti anni fa dalla viva voce della protagonista. I genitori di questa bambina lavoravano il podere Capannolino, nel territorio di Gaiole, dal quale non era possibile trarre le produzioni nemmeno per l’alimentazione di una piccola famiglia. E la famiglia di Capannolino era cresciuta troppo. Così la bambina fu mandata a badare le pecore ad una quindicina di chilometri di distanza presso una famiglia di contadini della fattoria di Pian d’Albola che lavoravano in un podere che si chiama Mondeggi. La Stenta tornava a Capannolino solo per Pasqua e per Natale con una cesta nella quale i contadini di Mondeggi avevano messo un pollo, un pane, un fiasco di vino e una bottiglia di vinsanto per i suoi poveri genitori; poveri mas belli: ricordo che il babbo della Stenta assomigliava all’attore americano Henry Fonda, era alto, aveva gli occhi azzurri e profondi e camminava un po’ con la sua cadenza.

Dopo un Natale passato a casa dei genitori la Stenta non voleva più tornare a Mondeggi e si mise a piangere dirottamente. Ma i genitori furono inflessibili: le dettero un po’ di pane per il viaggio e la rispedirono a piedi dicendole soltanto: devi andare.

La Stenta, appena fu fuori dagli sguardi dei genitori, rallentò il passo e ogni tanto si sedeva ai margini delle viottole e delle strade. Per fare un terzo del percorso e arrivare a la Villa, dove abitava un suo zio, ci misero quasi una giornata. Ci arrivò che faceva già buio. Lo zio gli dette cena e un letto per dormire, ma con l’avvertenza: domani appena giorno tu riparti per Mondeggi.

La mattina però, invece di riprendere la strada di Mondeggi, la Stenta tornò indietro a Capannolino ma quando ci arrivò fu presa dal terrore di ripresentarsi ai genitori e non trovò di meglio che nascondersi in un piccolo ripostiglio in cima alla scala, senza mangiare né bere. A notte già inoltrata i genitori, mentre cenavano, sentirono dei rumori venire dal ripostiglio. Il babbo prese il lume a olio e andò a vedere che cosa succedeva; pensò: forse c’è rimasto chiuso qualche animale.

Ma, aperta la porta, la luce del lucignolo del lume a olio illuminò la faccia della Stenta; la luce dei lumi a olio era debole e gialla e a quella luce il viso della Stenta sembrò al padre, oltre che spaurito, anche spettrale. Gridò alla moglie:

-         Guarda chi c’è! C’è la tenta. E’ tornata la Stenta.

Se invece che in quelle condizioni la bambina fosse stata vista arrivare alla luce del sole, il meno che gli poteva capitare era una gragnola di botte; fu invece rinfrescata e rifocillata. Poi ci fu un consiglio di famiglia: La decisione fu di rispedire la Stenta a Mondeggi: c’era un accordo con quella famiglia, poi era meglio anche per lei, ché a Capannolino avrebbe patito la fame; anzi era meglio per tutti perché non si poteva dare a lei meno cibo che agli altri con la conseguenza di soffrire tutti un po’ di più. Così il giorno dopo la Stenta fu riaccompagnata, questa volta dalla mamma, a Mondeggi.

Forse, grazie al fatto che a Mondeggi non mancava il cibo e anche ai numerosi geni di bellezza a lei trasmessi dai genitori, la Stenta diventò una bella ragazza. Andò a servizio presso una famiglia di Firenze e sposò un medico, credo uno dei figli di quella casa. Quel medico divenne un professore di fama e lei una ricca signora, che però non ha mai dimenticato quell’esperienza di bambina e la racconta spesso. E’ riuscita anche ad aiutare il babbo e la mamma e gli altri parenti contadini che ora sono degli agiati coltivatori diretti di Radda.

 

STEFANO – Ma, a parte questa vicenda piuttosto eccezionale, almeno nella sua conclusione, quale era la vita e quale erano, al tuo tempo, i caratteri delle ragazze contadine del Chianti?

 

MARCELLO – Parlando l’altro giorno delle ragazze il sindaco di Radda mi ha detto, un po’ per celia e un po’ per convinzione:

-         Che ne vuoi sapere delle ragazze te che sei un contadino che ha una esperienza limitata al Chianti. Io sì che sono in grado di giudicare e apprezzare il bel sesso, ché sono nato e vissuto a Milano dove c’è il fior fiore delle belle donne!

Gli risposi:

-         E’ vero che la mia esperienza è limitata al Chianti, ma per me i cittadini di Milano e quelli delle altre grandi città hanno il gusto della bellezza alterata da tutti gli artifici che le donne cittadine adoperano per sembrare quelle che non sono; io, invece, anche in questo, sono abituato alla genuinità e so apprezzare ciò che è davvero bello. E per questo posso dirvi, senza paura di sbagliare, che le ragazze chiantigiane di un tempo erano, salvo eccezioni, più belle di quelle della città e anche di altri contadi.

 

LUCIA – Questa tua esaltazione della bellezza delle ragazze chiantigiane di una volta mi fa molto piacere anche perché spero che qualcosa sia rimasto in quelle di oggi.

 

STEFANO – Sì, molto è rimasto. E per me uno dei migliori esemplari è proprio la Lucia.

 

LUCIA – Dovrei ringraziarti per questo giudizio, ma qui tutti sanno che è un giudizio parziale anche se, credo, sincero.

Ma tornando a quanto dicevo, anch’io penso, come il sindaco di Radda, che i tuoi giudizi siano, almeno in parte, limitati dalla tua scarsa conoscenza del mondo fuori del Chianti.

 

STEFANO – Da parte mia ritengo che le ragazze di oggi siano più belle di quelle di ieri. Questa mia opinione forse deriva dal fatto che le belle ragazze di Marcello le ho conosciute già anziane o vecchie, spesso precocemente disfatte dal lavoro e poi perché le ragazze oggi mettono in mostra tutte le loro grazie così possono essere meglio accertate.

 

MARCELLO – La giovinezza delle mie coetanee era più breve di quella delle donne do oggi, ma più intensa. Almeno fino al dopoguerra erano anche più riservate e più coperte e questo ci consentiva di apprezzarle, anzi a gustarle, di più quando a te si scoprivano.

Il progresso ha livellato anche le ragazze. Oggi non vedo, almeno esteriormente nessuna differenza fra le ragazze del Chianti e quelle di altre parti d’Italia o con le turiste che vengono da ogni parte del mondo. Si sono “standardizzate”. Allora le differenze erano apprezzabili anche da paese a paese. E le nostre erano le migliori.

Per esempio a Poggibonsi e nel Valdarno i contadini, nei nostri confronti, erano ricchi perché un podere aveva una stalla con venti capi bovini e produceva trecento sacchi di grano e cinquecento barili di vino; però le donne dovevano faticare molto più delle nostre nei campi; anche da noi le donne lavoravano molto, ma i lavori pesanti erano riservati agli uomini; il lavoro più pesante per le donne era quello di falciare l’erba per il bestiame.

Fin da bambine imparavano dalle mamme a cucire, a ricamare e a mettere su una o due coniglie e qualche covata di pulcini e con il ricavato di queste piccole attività si facevano il corredo; dove non c’erano maschi i bambini e le ragazze, anche quando erano fidanzate, dovevano badare le pecore ma questo lavoro, seppure poco piacevole, non richiedeva molta fatica. La carnagione di queste ragazze era scura o olivastra perché stavano sempre all’aperto, ma la loro pelle era morbida e delicata senza bisogno di usare cosmetici. Se gli si alzavano le sottane per vedere un po’ di cosce allora si poteva ammirare un carnato bianco e roseo che a me piaceva tanto, mi mandava in sollucchero.

Le nostre ano anche eleganti: si vestivano con gonne di poco prezzo e con indumenti di maglia fatti con le proprie mani, ma avevano buon gusto – forse perché abituate a fare lavori d’arte come i ricami – per cui non sfiguravano nei confronti delle signore che spendevano tanti soldi per il vestiario. Poi purtroppo da spose e da anziane si lasciavano andare e allora le differenze con le signore di città diventavano evidenti; ma una donna giovane e ben formata è bella con qualunque vestito.

 

STEFANO – E ancor più senza vestito!

 

MARCELLO – Quando le donne cominciano ad appassire il vestito è tutto.

 

LORENA – C’è un’arte per nascondere con il vestito i difetti del corpo non più giovane.

 

MARCELLO – A merito delle nostre ragazze va anche detto che, a differenza dei giovani, sapevano spendere bene i pochi soldi di cui disponevano; confrontavano i prezzi e valutavano con grande attenzione e competenza la qualità e l’utilità pratica dell’oggetto. Era senz’altro privilegiato il corredo.

 

ANNITA – E’ vero. Non solo i nostri soldi, ma i nostri pensieri e le nostre ambizioni andavano alle lenzuola, alle camice, alle coperte da letto, di stoffa di ghinea che si ricamava con le nostre mani. Le ragazze facevano a gara a ci riusciva a mettere insieme il corredo più belo.

 

MARCELLO – Per questo erano disponibili a risparmiare in tutto, su tutti i generi di consumo correte, per  esempio le scarpe. Sentite questa.

In una famiglia c’erano due sorelle di età quasi uguale. Una di loro va dal calzolaio per ordinare le scarpe, che allora si facevano su misura. Il calzolaio prende le misure dei piedi e cerca nella sua collezione la forma adatta. Ma la ragazza lo prega di preparar delle carpe un po’ più grandi.

- Perché?

Chiede il calzolaio. E la ragazza con semplicità:

-         Queste scarpe le deve portare anche mia sorella e lei ha i piedi più grandi dei miei.

-         Ma allora bellina – disse il calzolaio- tu hai sbagliato. Perché a prendere le misure doveva venire tua sorella. L’altro giorno è venuta la Rosa, che fa a mezzo delle scarpe con su sorella, ma è venuta lei perché è quella che ha i piedi più grandi e non ha avuto nemmeno bisogno di dirmi che le scarpe sarebbero servite a tutte e due.

Per non passare da grulla la ragazza tentò una risposta:

-         Lo so anch’io –disse – ma mia sorella non poteva venire.

Due sorelle che portano o stesso paio di scarpe, che ovviamente erano quelle della festa, erano costrette ad uscire di casa separate: se usciva una non poteva uscire l’altra. E l’inconveniente no era da poco.

Per il resto tutto il mondo è paese: c’erano ragazze serie, meno serie e anche, in numero limitato, molto libere che però, dati i tempi, tentavano di mostrarsi al popolo per quel che non erano. Quasi tutte erano allegre e in questo erano aiutate dallo spirito che circolava nelle veglie. C’erano ragazze più spiritose degli uomini che ad una battuta a loro rivolta sapevano prontamente rispondere con una battuta ancora più frizzante. Sentite questa. A Monteroni c’era una ragazza più bella delle altre. Durante la battitura del grano aveva il compito di portare da bere e girava con un fiasco di vino e uno d’acqua e con dei bicchieri. I giovanotti, ma anche qualche uomo attempato, le facevano dei complimenti un po’ pesanti ai quali lei rispondeva sempre a tono.

-         Berrei più volentieri il tuo latte delle tue belle fiasche!

-         Non ti converrebbe, per te farei sortire soltanto veleno.

Ma erano soltanto parole per fare qualche risata. Ci fu però chi andò oltre. Lei portava da bere a quelli che si trovavano sulla barca del grano, che era all’incirca a metà; per questo doveva salire quattro o cinque pioli di una di quelle scale di legno costruite dai contadini per salire sugli alberi. Sotto la scala capitò un uomo ormai maturo, famoso per la sua bruttezza. Non si limitò a guardare dal basso quel bel paio di gambe, che allora era uno spettacolo piuttosto raro a vedere, ma ficcò una mano fra quella grazia d’Iddio a lui proibita. La ragazza cacciò un urlo, diventò di mille colori e le cadde il fiasco di mano. Si voltò indietro e vide quelle mani di chi erano. Si calmò, si aprì ad un sorriso e disse:

-         E’ proprio vero, dove non c’è bellezza non c’è nemmeno virtù.

Raccolse il fiasco che, caduto sulla paglia, non si era rotto, e riprese a dare da bere fra l’ammirazione di tutti, perché quella era una frase insolita nel nostro linguaggio delle veglie. Chissà dove l’aveva sentita o letta, ché ancora non erano arrivati i fumetti di Grand Hotel.

Credo di poter affermare che da noi le belle donne erano ammirate come in tutti i paesi del mondo, ma che tutte le donne, belle e brutte, giovani e vechie, erano anche rispettate, fatte poche eccezioni.

 

ANNITA – Mi pare che ora tu esageri un po’ troppo e tu cada anche in contraddizione. Ti pare che Diavolino e anche tuo nonno Serafino, per quel che hai raccontato, avessero rispettato le donne? O che il babbo di zia avesse rispetto di sua moglie pur essendo lei una santa donna?

 

MARCELLO – Diavolino no, ma gli atteggiamenti di mio nonno verso le donne in generale, e soprattutto verso quelle che non conosceva, erano assai diversi da quelli che nella realtà aveva con le donne che gli erano vicine, a cominciare dalla nonna. Non prendeva mai decisioni importanti senza sentire la nonna; anzi la nonna aveva su molte questioni del governo della casa un vero e proprio potere decisionale. Donne come la zia Assunta, che avevano le redini della famiglia e che sapevano ben usare, non erano poche. Poi c’era una vera e propria dipendenza degli uomini dalle donne anche nel lavoro: tutti sanno che una famiglia contadina senza donne non poteva andare avanti. E lo sapevano anche le donne e, in famiglia almeno, si facevano valere.

 

ANNITA – Non sempre ci riuscivano e c’erano delle vere e proprie schiave che erano considerate soltanto bestie da soma e oggetti per i mariti.

 

MARCELLO – Per scaricare il loro fuscello. Mi pare, però, che ad esagerare tu sia ora te: si trattava davvero di condizioni eccezionali, di famiglie fuori delle leggi morali che regolavano la comunità, tanto che erano oggetto di riprovazione da parte di tutti.

Piuttosto credo che non poche ragazze venivano a trovarsi in gravi condizioni di inferiorità nei confronti degli uomini in caso di lunghi fidanzamenti, anche più di un decennio, che si concludevano con una rottura – perché allora la donna non possedeva alcun mezzo per far valere le proprie ragioni.

Non c’erano motivazioni serie per i lunghi fidanzamenti, perché non si poteva aspettare, come accade oggi, un miglioramento della situazione economica o di trovare lavoro. Allora le nozze si facevano con poco o nulla in quanto a mezzi materiali, specialmente quando i fidanzati avevano il pizzicore, che non potevano o non volevano soddisfare durante il fidanzamento. Al mio tempo già si pretendeva una camera da letto abbastanza completa; al tempo dei miei genitori bastava un letto con assi e un saccone di foglie di granturco o di penne di pollo, qualche lenzolo, due comodini, un cassettone. Mancava quasi sempre l’armadio. La sposa arrivava poi con il corredo che, nella versione più povera, si era fatto soltanto con le proprie mani. Le case coloniche erano grandi e non era difficile trovare una stanza per gli sposi e, se proprio non c’era, se ne ricavava una nuova.

Gli ostacoli al matrimonio talvolta c’erano, e gravi; derivavano dal fatto che il podere non era sufficiente per campare una nuova famiglia; ma questo si sapeva in anticipo e, se non si trovava un podere più grande, il giovanotto non si fidanzava ed era destinato a diventare uno zio pinzo.

A parte queste situazioni, sulle quali potrei raccontare tante tristi storie, e già sono troppo tristi quelle che vi sto raccontando, va detto che le rotture di fidanzamento, quando questo si trascinava per molto tempo, avveniva da parte del giovanotto perché la ragazza gli invecchiava fra le mani, mentre si presentavano alla ribalta ragazze molto più giovani e attraenti. Il giovanotto, per arrivare ad una di queste, dalla quale aveva ottenuto un consenso condizionato al matrimonio, troncava il primo fidanzamento.

Era allora, per la ragazza abbandonata, quasi una tragedia, perché correva il rischio di rimanere zitella. E in una famiglia contadina le condizioni delle donne pinze erano molto peggiori di quelle degli uomini pinzi. Per questo le ragazze abbandonate conducevano, anche attraverso i ruffiani, un’affannosa ricerca di un marito qualsiasi, anche se non era più di primo pelo o aveva qualche vistoso difetto fisico o morale, per cui quasi sempre si trattava di matrimoni sbagliati. Comunque, per tali ragioni, le zie pinze nelle case contadine erano assai rare. Questa rarità aveva anche altre cause, questa volta più positive per le donne. Un contadino era costretto a sposare una contadina; poteva sì frullare donne di ogni ceto, ma se non cambiava mestiere una donna non contadina non si adattava ad entrare in una casa dove il lavoro era tanto e dove bisognava adattarsi a vivere insieme alla suocera e a numerose cognate.

Le contadine invece andavano spose in numero non piccolo ad operai, artigiani e qualcuna anche ai signori. Le ragazze contadine miglioravano la loro condizione, gli uomini potevano contare su spose forse migliori di quelle del proprio ceto.

 

MARCO – Se questo è vero, si può trarre la conseguenza che le zitelle, per il gioco della trasmissione a catena, venivano a concentrarsi fra i ceti più elevati.

 

ANNITA – Credo che avere più possibilità di sposarsi, rispetto alle altre donne, fosse per la contadine un ben misero privilegio, almeno se il matrimonio non consentiva un salto di categoria. Le spose contadine erano le più sacrificate rispetto alle altre e rispetto anche ai loro uomini perché il nostro lavoro non finiva mai, anche se nel Chianti si era sollevate dai lavori più pesanti.

 

MARCELLO – Il lavoro delle donne non finiva mai non solo per necessità, ma anche per abitudine. Una donna che non lavorava dopo cena e anche a veglia, era chiacchierata, non tanto dagli uomini, quanto dalle altre donne. Io chiamavo la rocca lo stemma della mia famiglia; se non all’ingresso di casa la rocca era attaccata al camino, insieme ad un gomitolo di lana. La mia mamma considerava momenti di riposo quelli in cui lavorava con la rocca.

Poi le case erano scomode per tutti, ma in maniera particolare per le donne. Mancava le latrine e i bisogni corporali si doveva andare a farli in concimaia o all’aperto. Mancava la corrente elettrica e mancava l’acqua che per gli uomini e le bestie si doveva andare ad attingere lontano, talvolta molto lontano perché nel Chianti ci sono terreni aridi, privi di sorgenti.

Queste condizioni non derivavano soltanto da difficoltà naturali, ma anche          -direi soprattutto – dal disinteresse di molti proprietari: anche quando, ad esempio, le sorgenti erano vicine ci si guardava bene a spendere i denari necessari per la loro utilizzazione e per la costruzione di un piccolo acquedotto per portare l’acqua nella casa colonica. Sentite questo fatto, accaduto in anni non tanto lontani, quando la mezzadria aveva già cominciato il suo declino. Un proprietario fu allora costretto a costruire un piccolo acquedotto per Caparsino, una casa colonica qui vicino. Spese pochi soldi e l’acqua arrivava per forza di gravità poiché la sorgente era più elevata della casa. Ordinò però che il rubinetto dell’acqua fosse messo all’esterno della casa, malgrado che metterlo all’interno, nell’acquaio, non avesse per lui alcun costo aggiuntivo, si sarebbe trattato di fare un buco nel muro.

Il proprietario giustificò apertamente la sua decisione: le donne con il rubinetto nell’acquaio, si sarebbero abituate male. Quel proprietario era un uomo che si vantava di condurre una vita spartana, che voleva imporre anche agli altri e soprattutto ai suoi contadini.

Assai significativo fu il comportamento del mezzadro. Avrebbe potuto protestare energicamente e imporre la soluzione migliore: ormai correvano tempi9 brutti per i proprietari concedenti a mezzadria. Invece non lo fece; in fondo si sentiva soddisfatto e quel rubinetto esterno alla casa rappresentava per lui in quel momento un progresso enorme nei confronti di quando la sua famiglia doveva attingere l’acqua direttamente alla sorgente.

 

ANNITA – La verità è che quel mezzadro aveva un po’ la mentalità del suo padrone: per lui andare a prendere l’acqua fuori dalla porta o averla in casa non faceva differenza degna di considerazione, tanto più che a questa operazione erano comandate le donne. Erano le donne che dovevano non tollerare una così assurda condizione. Ma conoscevo quelle donne, erano remissive per natura.

 

MARCELLO – Hai pienamente ragione. Bisogna aggiungere che le condizioni delle nostre case colpivano più le donne degli uomini. Le grandi cucine erano adatte solo per la buona stagione perché d’inverno non c’era verso di riscaldarle nonostante i grandi fuochi accesi nei camini; dalle canne fumarie il più delle volte usciva solo il calore mentre il fumo, quando il vento non era favorevole, invadeva la stanza costringendoci ad aprire porte e finestre.

Per riscaldarsi occorreva stare vicino alla fiamma diretta dei ceppi, che bruciavano rapidamente uno dopo l’altro. In quel modo però ci si riscaldava soltanto da una parte, mentre le altre parti erano al freddo o addirittura al vento gelido quando porta e finestre erano aperte per lasciare uscire il fumo. Per non arrostirsi da una parte e raffreddarsi ancora di più dalle altre, si cambiava posizione ruotando su sé stessi come si fa fare agli uccelli sul girarrosto.

I posti migliori, perché riparati, erano quelli sulle panche all’interno del focolare che erano occupati, naturalmente, da chi arrivava per primo. Ed erano sempre i soliti. Allora qualcuno un po’ pazzo diceva:

-         Aspetta che vi stano io da codesti posti.

 

ANNITA - E’ inutile dire che, a casa sua, quello un po’ pazzo era Marcello.

 

MARCELLO – Il pazzerello.

 

STEFANO – Marcello il pazzerello.

 

MARCELLO -  Si, uscivo fuori, prendevo un fastello di legna munita fatta di sarmenti di viti, di vinciglie di olivo o di piante di sottobosco, raccolta per riscaldare il forno, e gettavo quel fastello sul fuoco. Si alzava subito una grande fiammata che costringeva gli assidui frequentatori dei migliori posti del camino a scappare, se non volevano morire abbrustoliti come le fette di pane che si mettono nel caffellatte.

Purtroppo in tutto questo non c’era soltanto il disagio passeggero, nel quale si poteva trovare anche il lato comico, ma c’erano anche serie, anzi tragiche, conseguenze. L’alternarsi nelle case delle correnti d’aria calda e fredda, insieme alle grandi sudate fatte sul lavoro, erano la causa della rilevante diffusione della polmonite, la malattia – credo – che mieteva più vittime fra i contadini.

 

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Ultimo aggiornamento 30/01/02- Pagine web a cura di Luca Robustelli