- Perché voi state
sempre a tagliare dove c’è la macchia invece di mandare quelli più
giovani a fare quel lavoro?
- Io - rispondeva -
più macchie ci sono e più mi diverto e poi a tagliare le macchie non
tutti ci riescono, ci vuole uno bravo come me.
- Perché al posto di
un occhio avete un buco?
- La colpa è del
diavolo.
La storia del diavolo era
troppo interessante per lui e per noi; smetteva di lavorare, si sedeva su
un tronco di un albero abbattuto e noi vicini seduti in circolo e
cominciava subito a raccontare:
- Una volta mentre
governavo una carbonaia sortì fuori dal pennacchio più alto il diavolo
in persona. Era più grosso di un uomo e tutto nero per via del carbone
dal quale era sortito. Portava un forcone e mi si avvicinò
minacciosamente. Anch’io avevo il forcone e ingaggiai con lui un
furibondo duello.
- - Ma Bocchino - si
osservava noi - il diavolo si caccia soltanto con l’acqua santa.
- Ragazzi miei, io sono
diavolo più del diavolo e il duello era alla pari.
Guardatemi.
Era vero, era più brutto
del diavolo e per di più con un occhio solo.
- Il diavolo -
continuava Bocchino - con una forcata mi tolse l’occhio, ma io, invece
di darmi per vinto, centuplicai le mie forze e con delle forconate ben
assestate ammazzai il diavolo.
- L’avete ammazzato d’avvero?
- Si, l’ho Ammazzato;
se non l’avessi fatto lui avrebbe ammazzato me e io ora non sarei qui
a raccontarlo. Presi il corpo del diavolo, che pesava come se fosse
piombo, e lo misi dentro la carbonaia. Quando la disfeci anche il corpo
del diavolo era diventato carbone e qualcuno con quel carbone ci ha
cotto la minestra. C’è chi dice che l’anima del diavolo è passata
nel mio corpo, comer sarebbe dimostrato dal fatto che sono diventato
più brutto di lui. Ecco perché c’è chi ha paura di me.
Noi invece non avevamo
paura di quel “povero diavolo” di Bocchino; per quanto mi riguarda da
allora non ho avuto più paura nemmeno di quel diavolo che secondo
qualcuno sta all’inferno. Non ci crederete, ma ancora oggi, quando sento
parlare del diavolo, penso sempre: ma che fandonie raccontano, il diavolo
è stato ammazzato da Bocchino.
Bocchino ci raccontava
anche delle belle fiabe di animali.
MARCELLA - Raccontamene
qualcuna. A me piacciono tanto.
MARCELLO - Anche a me
allora quelle fiabe piacevano. Poi, diventato grande e impegnato nella
lotta politica, mi sono sembrate assurde, quasi un simbolo dell’arretratezza
dei contadini. E le cose che non mi piacciono le scordo con grande
facilità.
Me ne viene in mente una
e ve la dirò anche se non saprò raccontarla come la raccontava lui,
perché è la prima volta che mi ci provo. E poi sarò costretto a mettere
qualche mia invenzione al posto delle cose che non ricordo bene.
ANNITA - Poco male. Lo
fai per i fatti veri, ti può essere consentito anche per una fiaba.
MARCELLO - C’era una
capra indiavolata, cioè posseduta dal diavolo.
MARCELLA - Non poteva
essere vero perché il diavolo era stato ucciso da Bocchino.
MARCELLO - Ma questo
avvenne prima che Bocchino uccidesse il diavolo.
Quella capra aveva anche
sembianze simili a quelle del diavolo: corna come quelle del diavolo,
pelliccia nerissima, più nera di quella del diavolo. Solo gli occhi
erano, in apparenza, mansueti.
Disse il diavolo-capra
all’agnello figlio della pecora:
- Poppa il mio latte e
non quello di tua madre, diventerai grande e grosso come me.
L’agnello stava per
attaccarsi alla mammella del diavolo-capra quando arrivò un uccellino che
disse:
- Non poppare quel
latte perché è malefico.
Il diavolo-capra tentò
di ammazzare l’uccello con un colpo di corna, ma lui scansò il colpo
entrando nella bocca della capra. Si sentirono dei grandi rumori nella
pancia della capra e dopo un poco l’uccellino uscì dal didietro dell’animale
inseguito dal diavolo che, pur essendo molto più grande della capra,
entrò ed uscì nella stessa maniera. Non si è mai capito come nella
pancia della capra potesse stare un coso così grande.
L’uccello volò lontano
e rimasero soltanto diavolo, capra e agnello. La capra, senza il diavolo
in corpo, tornò ad essere mansueta come tutte le capre e cercò di
proteggere l’agnello e sé stessa dagli assalti del diavolo. Le corna
della capra s’incrociarono con quelle del diavolo, ma la capra non ce la
faceva e stava per soccombere. Allora l’agnello gettò la veste di
vittima indifesa e innocente e divenne l’alfiere di una grande lotta. Il
suo belato si trasformò in un grido di battaglia più forte di quello
delle trombe dei trombet6tieri di Re Artù. E quel grido chiamò a
raccolta contro il diavolo tutte le capre, i becchi e i montoni, che
arrivarono di gran corsa. Non arrivarono le pecore perché non avevano le
corna e perché, come tutti sanno, sono animali paurosi.
Ci fu una grande
battaglia e le piccole corna di capre, becchi e montoni si scontrarono con
quelle grandissime del diavolo. E poiché le corna degli animali erano
tante essi vinsero facilmente il diavolo che, per non essere ammazzato,
dovette fuggire a una velocità più grande di quella dei fulmini.
MARCO - Quella volta il
diavolo non poteva essere ammazzato perché questa impresa gloriosa era
riservata alla sorte al grande e coraggioso Bocchino.
MARCELLO - Purtroppo
Bocchino quando invecchiò e lasciò il bosco perse tutti i connotati
della grandezza e apparve anzi alla gente un pover’uomo, debole debole e
anche stravagante.
Bocchino, quando dormiva
nei capanni da lui costruiti nel bosco, si coricava vestito nel giaciglio;
soltanto quando la temperatura era alta si levava calze e scarponi. Si era
tanto abituato a dormire così che anche a casa continuava a dormire
vestito nel letto. I familiari tentarono di tutto per abituarlo a non
tenere a letto i vestiti che indossava durante il giorno, ma la prima
volta che ci riuscirono si prese un raffreddore così forte che sembrava
quello di un cavallo. Dovettero così rinunciare ad ogni tentativo di
farlo stare a letto senza vestiti, riparato dalle coperte.
Nel bosco la sua pulizia
personale lasciava un po’ a desiderare, anche perché aveva a che fare
con le carbonaie e talvolta era nero come un calabrone. Ma gli garbava,
sia pure a cadenze assai irregolari, lavarsi nell’acqua limpida e
corrente dei nostri borri e ruscelli e allora si spogliava tutto anche
quando faceva freddo.
Quando l’età lo
confinò in casa si lavava mani e viso con poca acqua, in una piccola
bacinella nell’acquaio. La fonte per rifornire d’acqua la mezzana non
era vicina e conveniva farne un uso parsimonioso in casa. La conseguenza
era che, lavate per prime le mani - assai sporche - l’acqua della
bacinella non era più pulita e il successivo frettoloso lavaggio della
faccia era, per così dire, piuttosto incompleto.
ANNITA - Purtroppo in
questo comportamento Bocchino non era solo, anche se in quegli anni la
pulizia personale dei contadini, anche anziani, aveva già fatto grandi
progressi.
MARCELLO - Intanto
Bocchino continuò la sua decadenza fisica e intellettuale e a un certo
momento si ritirò nel canto del foco perdendo ogni interesse alla vita e
a quello che succedeva intorno, comprese le vicende dei familiari che
aveva amato e per i quali aveva fatto tanti sacrifici. Stava giorno e
notte seduto in una panca del focolare ed era lì che i familiari erano
costretti a dargli da mangiare e ad aiutarlo nelle altre necessità
fisiologiche; l’unica sua preoccupazione, durante l’inverno, era
quella di attizzare il foco.
MARCELLA - Ma era davvero
una preoccupazione?
MARCELLO - Era anche un’occupazione:
la legna che ardeva nel focolare dopo un tempo più o meno lungo, secondo
la qualità e quantità, bruciava completamente nel mezzo mentre i monconi
laterali si staccavano e il foco si disperdeva ai lati e si sarebbe spento
se non si riunivano insieme i pezzi sparsi con le mani e la paletta; poi,
nonostante questo accorgimento, il foco doveva essere alimentato con nuova
legna, ma Bocchino non era più capace di fare quest’ultimo lavoro.
La più classica
operazione di attizzamento del foco si doveva fare quando nel focolare
ardevano ceppi o tronchi di grosse dimensioni. Allora il foco veniva
soffocato dalle incrostazioni che si formavano sui ceppi per via dei
residui della combustione; bisognava battere i ceppi con la paletta o con
appositi feri per far cadere queste incrostazioni e far riprendere vigore
alla fiamma. L’operazione era piacevole - e lo è ancora dove si fanno
funzionare i vecchi camini - perché è bello osservare come ai colpi di
paletta si sprigionano nel camino e salgono in alto scie di scintille,
mentre le fiamme tornano a svilupparsi piano piano perché i ceppi hanno
una lenta e lunga combustione che consente di evitare i ripetuti e noiosi
rifornimenti di legna.
Bocchino aveva riservato
a sé questo piccolo lavoro e guai se qualche ospite della famiglia che
non conosceva le sue abitudini prendeva gli arnesi per attizzare il foco!
Erano subito bestemmie e insulti. Il malcapitato si Affrettava a cedergli
gli arnesi perché verso gli anziani c’era molto rispetto, almeno nella
forma. Ma poi, in disparte, si lamentava:
- Bocchino è diventato
insopportabile, disgraziato chi gli sta vicino.
Pochi riuscivano a capire
che attizzare il foco era rimasta l’unica cosa del suo vecchio mondo,
nemmeno i familiari, malgrado avessero per lui ogni cura e sopportassero
le sue stravaganze, non solo per compassione, verso un uomo che in passato
gli aveva dato tanto.
MARCO - Una figura
particolare quindi, questa di Bocchino, che ti ha colpito molto.
MARCELLO - sì, ma ce n’erano
altre, come il Bacchi e Modesto - boscaioli fastellai - che avevano tutt’altra
specializzazione rispetto a quella di Bocchino: il primo lo ricordo per la
sua eccezionale bravura, il secondo per la sua non lieta storia. Tutti e
due stavano a Panzano e erano scapoli e soli, come solitario era il loro
lavoro. Quando io ero ragazzo loro erano uomini fra i 40 e i 50 anni.
L’abilità nel lavoro
del Bacchi non aveva uguali: riusciva a fare cento fastella al giorno e
poiché lavorava dieci ore, ciò significava dieci fastella all’ora,
modellate a regola d’arte. Perché l’abilità stava nel legarle ben
strette, in modo che nella fornace bruciassero lentamente.
Il Bacchi era sordo come
una campana e questo gli consentiva di concentrarsi meglio sul lavoro, ma
rendeva difficili le relazioni con lui; tutto sommato, non aveva grandi
particolarità.
Più singolare era invece
la figura di Modesto. Anche lui era capace come il Bacchi per quanto
riguardava la qualità del lavoro; ma la quantità di fastella che
riusciva a mettere insieme in capo a una giornata era molto più piccola.
Modesto portava dei
pantaloni che, all’altezza dei ginocchi, aveva raddoppiato cucendoci
sopra dei pezzi di gambale ritagliati da altri vecchi pantaloni; l’estetica
lasciava molto a desiderare, anche perché quel rattoppo così strano si
aggiungeva agli altri normali rattoppi, ma l’accorgimento era veramente
utile per il suo lavoro perché così, quando si metteva in ginocchio per
legare le fastella, le sue ginocchia erano meglio protette.
Una parte non piccola
della giornata di lavoro di Modesto consisteva dunque nello stare in
ginocchio a legare fastella e a chi gli rimproverava di andare poco o
punto in chiesa rispondeva con una più che valida giustificazione:
- Sto in ginocchio
tutto il giorno all’aperto e mi è impossibile starci anche in chiesa.
Era un uomo piuttosto
alto, con la testa quasi tutta pelata; gli era rimasta una piccola corona
di capelli che cercava di prolungare in modo da coprire un po’ di
calvizie; e questa era l’unica cura di bellezza che riservava alla sua
persona insieme al taglio della barba una volta la settimana, il sabato
sera.
A modesto gli piaceva
parecchio il vino; il pane era anche disposto a dividerlo con i suoi veri
amici, che erano gli animali del bosco con i quali spesso parlava, forse
per vincere la solitudine; ma il vino non lo divideva con nessuno e
procurarselo costituiva la sua unica e vera preoccupazione. A tale scopo
aveva un certo numero di fiaschi, ormai spagliati per via della loro età
e per l’uso nel bosco; Modesto aveva sostituito l’impagliatura dei
fiaschi con pezzi di gambale o maniche di giacca che si era procurati dai
cenciaioli. Con questi fiaschi, che metteva in una balla di juta, andava a
chiedere il vino, in conto compenso, alle fattorie per le quali lavorava e
spesso litigava con il fattore perché pretendeva di avere il vino prima
ancora di aver fatto il lavoro. Ma la spuntava sempre lui, per cui il vino
era l’unico genere che, salvo casi eccezionali, non gli mancava mai. Una
parte dei fiaschi li lasciava sul posto di lavoro, un’altra parte li
disseminava da lì a Panzano, riponendoli nelle chiaviche dei fossi dei
campi. Così nel viaggio di andata e in quello di ritorno poteva ogni
tanto fare la sua bevutina senza dover portare in saccoccia uno scomodo
fiasco. Di rado, però, era ubriaco, sia perché bevevo pochi sorsi alla
volta, sia perché la vita all’aperto e la fatica gli permettevano di
sopportare dosi piuttosto massicce di alcool.
A noi ragazzi Modesto non
piaceva perché, a differenza di Bocchino, non ci dava confidenza. Una
volta gli abbiamo giocato un brutto scherzo. Siamo andati al suo posto di
lavoro e abbiamo cercato il fiasco di vino che, dopo non brevi ricerche,
abbiamo trovato riposto sotto una fastella per proteggerlo dai raggi del
sole. Era un fiasco completamente nudo perché Modesto non l’aveva
ancora rivestito con la manica di giacca. Si trovò una piccola ranocchia
e, levate le foglie che facevano da tappo al fiasco, la s’infilò dentro
a questo fiasco pieno per metà. La ranocchia in quel mezzo fiasco nuotava
e saltellava in maniera buffissima facendo: ciaff, ciaff. Modesto aveva
intanto continuato il suo lavoro di taglio delle scope e aveva scollinato
con la piegaia, tanto da scomparire dalla nostra vista. Poi - mentre noi
eravamo nascosti dietro una macchia di rovi - tornò indietro per fare la
sua solita bevuta di vino e andò difilato al fiasco. Ci vide dentro la
ranocchia che saltellava goffamente e mandò un urlo, poi si rigirò su
stesso cercando di scoprire chi gli aveva architettato quel brutto
scherzo. Più che intravederci sentì le nostre risate cattive e
incoscienti. Sfilò la pennata che teneva all’uncino dietro la schiena e
la tirò con forza contro di noi; fortunatamente la pennata non colpì
nessuno perché si impigliò nei rovi dietro i quali eravamo nascosti.
MARCELLA - Forse non fu
un bello scherzo, né per Modesto né per la ranocchia, ma anche la
reazione di Modesto…
MARCELLO - Eppure non era
un cattivo diavolo, anche se era un solitario.
Un giorno il mio amico
Fagiolo, che era il più smaliziato, annunciò solennemente una notizia
incredibile: la Rina se l’intendeva con Modesto.
La Rina era una garzona
che aveva più d’una ventina d’anni e che noi si conosceva bene
perché spesso pascolava insieme alle nostre le pecore della famiglia di
mezzadri presso la quale si trovava. Non era una bella ragazza: aveva le
gambe torte e corte, ma il suo seno era abbondante e i suoi occhi avevano
una dolcezza tutta femminile. L’annuncio di Fagiolo fece su tutti noi
una grande impressione perché fra la Rina e Modesto ci correva parecchio
più di vent’anni e qualcuno disse, quasi seriamente, che sarebbe stato
meglio che la ragazza se la fosse intesa con uno di noi. Ma Fagiolo
osservò che alle donne piacciono più gli uomini maturi che i ragazzini.
Bisognava poi riconoscere che, anche per i più grandi di noi, erano solo
sogni le voglie amorose per una ragazza che ormai era donna.
C’era comunque tutto
per aizzare la nostra curiosità e i due furono braccati, come si fa con
le lepri al balzello. E con segugi come noi non c’era possibilità di
scampi per la presunta coppia, nonostante il bosco fosse pieno di
anfratti; si potevano perdere le pecore, ma non si fallivano le prede.
Quando li abbiamo
trovati, Modesto e la Rina, stavano seduti vicino, ma non come fanno gli
innamorati. Era soprattutto lei che parlava:
- Modesto, datemi la
vostra giubba che ve la raccomodo.
Modesto si levò la
giubba e la Rina tirò fuori ago e filo e cominciò a rappezzare gli
strappi.
- Modesto, dovete bere
di meno, ho paura che il vino vi faccia male.
La voce della Rina, che
continuava a dire cose del genere, era dolce, ma assomigliava più a
quella di una mamma che a quella di un amante. E fu chiaro che amanti non
erano. Il primo a rendersene conto fu proprio Fagiolo che disse, quasi
sconsolato:
- Ho sbagliato!
Allora ci si meravigliò
che quell’orso di Modesto sopportasse quelle raccomandazioni. Forse era
un amore Platonico? Ma allora noi non sapevamo dell’esistenza di amori
platonici e d’altra parte, ripensandoci ora, posso assicurare che
Modesto era incapace di un amore del genere e non tanto perché neanche
lui ne conosceva l’esistenza, quanto perché gli orsi non ne sono
capaci. Poi, in seguito, abbiamo sentito Modesto canterellare una
strofetta sulla sua vicenda. Anche lui era un poeta, a suo modo, ma le sue
rime non le recitava di fronte ad altre persone e tanto meno le
improvvisava in diurna, ché non ne sarebbe stato capace, tanto che per
capirle bisognava quasi tendergli un agguato, bisognava che non se ne
accorgesse.
Ciò non era difficile
perché la ripeteva quasi in continuazione e per lui erano come l’Ave
Maria del rosario. Diceva la strofetta:
Aranci di Torino, limoni
di Gaiole
La Rina non ha il damo
Modesto non ha le viole
Son creature destinate a
star sole.
Forse tra i due era
balenata l’idea, mai espressa all’altro, di una loro unione. Idea
respinta come assurda, immagino, soprattutto da parte di Modesto. Ma fra l’orso
e la dolce, anche se non bella, Rina più di un moto di simpatia era nato
di certo e nata e poi soffocata la speranza di rompere le loro abitudini.
Rina poco dopo lasciò la
famiglia di Radda dove era garzona e non l’ho più rivista. Mi sono
sempre augurato che sia riuscita a trovare un’anima gemella. Ma forse
qualcuno l’ha avuta accanto e non s’è accorto di avere vicino un
tesoro di donna, nascosto com’era dalle sue gambe corte e torte.
Quello che so è che
Modesto, con il passare del tempo, diventò sempre più orso e non riuscì
a vincere la solitudine, una solitudine che sempre meno poteva essere
colmata dal fiasco di vino e dagli animali del bosco.
Rammento anche qualcun
altro, come il Nespoli e il Pagliai, che erano segantini e lavoravano in
coppia a tagliare le qurci per le traverse ferroviarie. Era una coppia
affiatata ma, come tutti i segantini, in alcuni giorni, presi dalla
stanchezza, non erano capaci di coordinare i movimenti e le energie.
Allora uno accusava l’altro dicendo:
- Non tu tiri.
Poi l’accusatore,
arrabbiato, correva lontano almeno cento metri dal posto in cui lavoravano
e si sedeva su un tronco di quercia già abbattuto; l’accusato, invece,
si sedeva sul tronco in lavorazione.
Le parti si invertivano
spesso, ma nell’ozio forzato ognuno dei due si dedicava sempre alla
medesima occupazione: il Nespoli bevevo il suo fiasco di vino e il Pagliai
fumava la pipa. Poi, dopo un tempo più o meno lungo, il Pagliai - che si
stancava sempre per primo di stare in ozio - chiamava:
- Gosto, ci si riprova?
Ma se la giornata era
nera dopo un paio d’ore tornavano a dividersi con le stesse parole, i
medesimi gesti e le medesime occupazioni; il Pagliai a fumare e il Nespoli
a bere.
Per tutta la vita hanno
segato insieme. Il compenso al loro lavoro era a cottimo e faticando
duramente riuscivano a guadagnare qualcosa in più degli operai e dei
contadini.
Quando il Pagliai morì
lasciò un bel mucchietto di soldi perché era un uomo che spendeva
pochissimo, ossessionato dall’idea di mettere qualcosa da parte per i
giorni in cui non sarebbe stato più capace di continuare il suo duro
lavoro; non avendo né moglie né figli lasciò tutto al nipote.
Il giorno dopo il
funerale capitai in casa di quel nipote e lo trovai a contare un bel
pacchetto di carta moneta. Lo guardai con curiosità perché sapevo che
non Aveva mai avuto il becco di un quattrino. Mi sbirciò e, indovinando i
miei pensieri, quasi mi gridò:
- Che guardi? Credi che
li abbia rubati? Me li ha lasciati quel bischero di’ mi’ zio.
Poi prese dei fogli da
mille e disse alla moglie:
- Tieni, va a prendere
du’ bistecche; non se li è goduti lui, godiamoceli almeno noi.
Il Nespoli, che aveva
una famiglia da campare, alla sua morte non lasciò soldi, anche perché
i suoi risparmi li investiva in vino da bere alla sua salute e a quella
degli amici. Un po’ di vino riusciva anche a raccapezzarlo presso i
contadini in cambio del legname minuto proveniente dalla squadratura
delle querci. Sentite questa.
Una volta andò da una
massaia a ritirare uno dei fiaschi pattuiti. La massaia gli consegnò il
fiasco pieno dicendo:
- Gosto, mi raccomando,
riportami il fiasco voto.
- Sì, sì, poverina,
state tranquilla.
Ma poco dopo la massaia
tornò a ripetere;
- Gosto, mi raccomando,
riportami il fiasco voto.
E poiché questa volta
Gosto non rispose subito, lei ripeté per la terza volta e con le stesse
parole la raccomandazione. Gosto allora rispose prontamente:
- Guardate come si fa,
ve lo rendo subito.
Acchiappò il fiasco fra
le due mani, lo sollevò in alto e ne bevve a garganella tutto il
contenuto. Poi restituì il fiasco vuoto alla massaia dicendo:
- Ora starete
tranquilla.
Non ci credete? Se volete
potete controllare facilmente: Gosto Nespoli è morto, ma non è morto
alcolizzato. Potete domandarlo al figlio, Mario Nespoli, che ha la bottega
di falegname a Radda, o alla massaia, della quale ora non ricordo il nome,
che è viva e vegeta, seppure molto anziana. Sembra, anche se ora vive in
paese, che tenga sempre in gran conto i fiaschi vuoti; anzi li raccoglie
quando li trova lasciati fuori dalla porta delle case per gli spazzini.
Non sa capacitarsi come oggi vi sia gente così sprecona.