"IL NOSTRO IMPEGNO PER LA TUTELA DELLE TRADIZIONI POPOLARI CHIANTIGIANE"

"Veglie a Porcignano" di Reginaldo Cianferoni, premio Pozzale per la narrativa 1986, illustrato da Mino Maccari.

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Last update 30/01/02

Uomini dei boschi

MARCELLO - Ho conosciuto dei boscaioli che erano dei personaggi così originali che non ne nasceranno più uguali. Anche perché se di contadini ce n’è rimasti pochi, di boscaioli come quelli non è rimasto nemmeno il seme e senza seme non c’è la riproduzione.

Nell’Alto Chianti quasi tutti i contadini lavoravano nel bosco, ma si trattava di una attività marginale; questi boscaioli erano invece dei veri professionisti, che avevano varie specializzazioni, l’una diversa dall’altra. Se qualcuno non raccoglierà presto da chi ancora ricorda i caratteri di queste specializzazioni si perderà la loro memoria.

MARCO - A me piacerebbe che tu ci raccontassi in proposito qualche cosa.

MARCELLO - Il lavoro meno specializzato, nel quale venivano impiegati anche i mezzadri, era il taglio dei boschi cedui, cioè dei boschi le cui piante non venivano tagliate a maturità, ma in età giovanile - a dieci, quindici anni - quando le dimensioni dei tronchi e dei rami erano tali da consentire una utilizzazione non per legname da opera, ma soltanto come legna da ardere o da far carbone.

La trasformazione della legna in carbone veniva fatta dai carbonai con tecniche che non erano di comune conoscenza da parte degli altri boscaioli e dei contadini.

Una specializzazione era quella dei fascinai che tagliavano le scope per farne fastella per le fornaci di laterizi e di calce, che spesso erano annesse alle fattorie. Per una fornaciata di laterizi ci volevano circa 1.500 fastella; per una calcinaia ce ne volevano circa 7.000. Oggi le fornaci sono riscaldate più comodamente a gasolio e nessuno taglia più le scope che, quando seccano, sono, purtroppo, un eccellente materiale per il rapido allargamento degli incendi.

Per guadagnarsi la giornata il fastellaio doveva avere una grande abilità che acquistava attraverso una lunga pratica. Si trattava di un lavoro faticoso e disagiato, nonostante l’esile forma delle scope, che poteva essere sostenuto solo da persone ormai incallite. Anche i contadini andavano a far fastella di scopa o di altre piante arbustive del sottobosco per riscaldare il forno da pane, ma le quantità tagliate erano modeste in confronto.

C’erano poi i palaioli, che tagliavano le paline di castagno - cioè il castagno governato a ceduo - per fare i pali per le vigne o correnti per i solai delle costruzioni, avevano imparato un mestiere non facile. Può sembrare strano, ma tagliare e poi aguzzare e acconciare i pali richiedeva capacità e abilità che dovevano essere accumulate attraverso una lunga esperienza e una particolare vocazione.

I boscaioli più specializzati erano però i querciai, cioè coloro che abbattevano le querci di grandi dimensioni, che qualche volta raggiungevano e superavano il secolo di vita, e poi le trasformavano in traverse ferroviarie. Questo lavoro si divideva in varie fasi e quindi richiedeva specializzazioni fra loro assai distinte. C’erano, in primo luogo, i querciai che pensavano ad abbattere le queci e tagliarle in pezzi di lunghezza uguale alle traverse ferroviarie, pezzi che venivano poi squadrati con una grande scure detta mannaia. C’era chi sapeva adoperare la mannaia con grandissima abilità, tanto che i tronchi venivano squadrati come oggi fanno le grandi e robustissime seghe meccaniche.

Infine i segantini, che con una grande sega a mano dividevano i tronchi in traverse, seguendo i tracciati che erano stati disegnati dal capo querciaio in modo tale da ottenere il massimo numero possibile di traverse. Lavoravano a coppie: uno tirava la sega da una parte, l’altro dalla parte opposta. Era un lavoro molto faticoso.

Il taglio del bosco, di qualsiasi qualità, secondo i regolamenti forestali poteva essere fatto da metà settembre alla metà di aprile; poi il lavoro poteva continuare per sistemare le piante abbattute o per fare il carbone, ma in pratica d’estate il lavoro nei boschi si fermava.

Allora i boscaioli tornavano contadini. Quasi tutti avevano in proprietà o a mezzadria qualche campiello; chi non lo aveva andava a opra a mietere il grano o a fare altre faccende.

MARCO - Che gente erano questi boscaioli?

MARCELLO - Ne ho conosciuti tanti; vi racconterò di qualcuno di loro, a cominciare da Bocchino.

Ho conosciuto Bocchino quando era un uomo ormai anziano e io, ragazzo, andavo nel bosco con le pecore. Allora tagliava un bosco, quello di Carpinaia, per fare carbone. Lui e la sua squadra, che era di otto persone appartenenti a due famiglie legate fra loro da parentela, abitavano in una capanna che si erano costruita prima dell’inizio del taglio. Era una capanna abbastanza comoda, c’era posto per cucinare, mangiare e dormire.

Bocchino era un uomo alto, brutto e con un occhio solo; al posto di un occhio aveva un buco profondo. Anche se era il capo si prendeva per sé i lavori più ingrati e più pesanti. Stava volentieri con noi ragazzi e noi volentieri s’andava trovarlo quando si portavano a pascolare le pecore in quel bosco o nei paraggi, e qualche volta partendo apposta da casa.

Ci raccontava storie che ci appassionavano e sulle quali avevamo sempre tante domande da fargli. Le nostre domande riguardavano anche il lavoro e la vita del boscaiolo.

- Perché voi state sempre a tagliare dove c’è la macchia invece di mandare quelli più giovani a fare quel lavoro?

- Io - rispondeva - più macchie ci sono e più mi diverto e poi a tagliare le macchie non tutti ci riescono, ci vuole uno bravo come me.

- Perché al posto di un occhio avete un buco?

- La colpa è del diavolo.

La storia del diavolo era troppo interessante per lui e per noi; smetteva di lavorare, si sedeva su un tronco di un albero abbattuto e noi vicini seduti in circolo e cominciava subito a raccontare:

- Una volta mentre governavo una carbonaia sortì fuori dal pennacchio più alto il diavolo in persona. Era più grosso di un uomo e tutto nero per via del carbone dal quale era sortito. Portava un forcone e mi si avvicinò minacciosamente. Anch’io avevo il forcone e ingaggiai con lui un furibondo duello.

- - Ma Bocchino - si osservava noi - il diavolo si caccia soltanto con l’acqua santa.

- Ragazzi miei, io sono diavolo più del diavolo e il duello era alla pari.

Guardatemi.

Era vero, era più brutto del diavolo e per di più con un occhio solo.

- Il diavolo - continuava Bocchino - con una forcata mi tolse l’occhio, ma io, invece di darmi per vinto, centuplicai le mie forze e con delle forconate ben assestate ammazzai il diavolo.

- L’avete ammazzato d’avvero?

- Si, l’ho Ammazzato; se non l’avessi fatto lui avrebbe ammazzato me e io ora non sarei qui a raccontarlo. Presi il corpo del diavolo, che pesava come se fosse piombo, e lo misi dentro la carbonaia. Quando la disfeci anche il corpo del diavolo era diventato carbone e qualcuno con quel carbone ci ha cotto la minestra. C’è chi dice che l’anima del diavolo è passata nel mio corpo, comer sarebbe dimostrato dal fatto che sono diventato più brutto di lui. Ecco perché c’è chi ha paura di me.

Noi invece non avevamo paura di quel “povero diavolo” di Bocchino; per quanto mi riguarda da allora non ho avuto più paura nemmeno di quel diavolo che secondo qualcuno sta all’inferno. Non ci crederete, ma ancora oggi, quando sento parlare del diavolo, penso sempre: ma che fandonie raccontano, il diavolo è stato ammazzato da Bocchino.

Bocchino ci raccontava anche delle belle fiabe di animali.

MARCELLA - Raccontamene qualcuna. A me piacciono tanto.

MARCELLO - Anche a me allora quelle fiabe piacevano. Poi, diventato grande e impegnato nella lotta politica, mi sono sembrate assurde, quasi un simbolo dell’arretratezza dei contadini. E le cose che non mi piacciono le scordo con grande facilità.

Me ne viene in mente una e ve la dirò anche se non saprò raccontarla come la raccontava lui, perché è la prima volta che mi ci provo. E poi sarò costretto a mettere qualche mia invenzione al posto delle cose che non ricordo bene.

ANNITA - Poco male. Lo fai per i fatti veri, ti può essere consentito anche per una fiaba.

MARCELLO - C’era una capra indiavolata, cioè posseduta dal diavolo.

MARCELLA - Non poteva essere vero perché il diavolo era stato ucciso da Bocchino.

MARCELLO - Ma questo avvenne prima che Bocchino uccidesse il diavolo.

Quella capra aveva anche sembianze simili a quelle del diavolo: corna come quelle del diavolo, pelliccia nerissima, più nera di quella del diavolo. Solo gli occhi erano, in apparenza, mansueti.

Disse il diavolo-capra all’agnello figlio della pecora:

- Poppa il mio latte e non quello di tua madre, diventerai grande e grosso come me.

L’agnello stava per attaccarsi alla mammella del diavolo-capra quando arrivò un uccellino che disse:

- Non poppare quel latte perché è malefico.

Il diavolo-capra tentò di ammazzare l’uccello con un colpo di corna, ma lui scansò il colpo entrando nella bocca della capra. Si sentirono dei grandi rumori nella pancia della capra e dopo un poco l’uccellino uscì dal didietro dell’animale inseguito dal diavolo che, pur essendo molto più grande della capra, entrò ed uscì nella stessa maniera. Non si è mai capito come nella pancia della capra potesse stare un coso così grande.

L’uccello volò lontano e rimasero soltanto diavolo, capra e agnello. La capra, senza il diavolo in corpo, tornò ad essere mansueta come tutte le capre e cercò di proteggere l’agnello e sé stessa dagli assalti del diavolo. Le corna della capra s’incrociarono con quelle del diavolo, ma la capra non ce la faceva e stava per soccombere. Allora l’agnello gettò la veste di vittima indifesa e innocente e divenne l’alfiere di una grande lotta. Il suo belato si trasformò in un grido di battaglia più forte di quello delle trombe dei trombet6tieri di Re Artù. E quel grido chiamò a raccolta contro il diavolo tutte le capre, i becchi e i montoni, che arrivarono di gran corsa. Non arrivarono le pecore perché non avevano le corna e perché, come tutti sanno, sono animali paurosi.

Ci fu una grande battaglia e le piccole corna di capre, becchi e montoni si scontrarono con quelle grandissime del diavolo. E poiché le corna degli animali erano tante essi vinsero facilmente il diavolo che, per non essere ammazzato, dovette fuggire a una velocità più grande di quella dei fulmini.

MARCO - Quella volta il diavolo non poteva essere ammazzato perché questa impresa gloriosa era riservata alla sorte al grande e coraggioso Bocchino.

MARCELLO - Purtroppo Bocchino quando invecchiò e lasciò il bosco perse tutti i connotati della grandezza e apparve anzi alla gente un pover’uomo, debole debole e anche stravagante.

Bocchino, quando dormiva nei capanni da lui costruiti nel bosco, si coricava vestito nel giaciglio; soltanto quando la temperatura era alta si levava calze e scarponi. Si era tanto abituato a dormire così che anche a casa continuava a dormire vestito nel letto. I familiari tentarono di tutto per abituarlo a non tenere a letto i vestiti che indossava durante il giorno, ma la prima volta che ci riuscirono si prese un raffreddore così forte che sembrava quello di un cavallo. Dovettero così rinunciare ad ogni tentativo di farlo stare a letto senza vestiti, riparato dalle coperte.

Nel bosco la sua pulizia personale lasciava un po’ a desiderare, anche perché aveva a che fare con le carbonaie e talvolta era nero come un calabrone. Ma gli garbava, sia pure a cadenze assai irregolari, lavarsi nell’acqua limpida e corrente dei nostri borri e ruscelli e allora si spogliava tutto anche quando faceva freddo.

Quando l’età lo confinò in casa si lavava mani e viso con poca acqua, in una piccola bacinella nell’acquaio. La fonte per rifornire d’acqua la mezzana non era vicina e conveniva farne un uso parsimonioso in casa. La conseguenza era che, lavate per prime le mani - assai sporche - l’acqua della bacinella non era più pulita e il successivo frettoloso lavaggio della faccia era, per così dire, piuttosto incompleto.

 

ANNITA - Purtroppo in questo comportamento Bocchino non era solo, anche se in quegli anni la pulizia personale dei contadini, anche anziani, aveva già fatto grandi progressi.

MARCELLO - Intanto Bocchino continuò la sua decadenza fisica e intellettuale e a un certo momento si ritirò nel canto del foco perdendo ogni interesse alla vita e a quello che succedeva intorno, comprese le vicende dei familiari che aveva amato e per i quali aveva fatto tanti sacrifici. Stava giorno e notte seduto in una panca del focolare ed era lì che i familiari erano costretti a dargli da mangiare e ad aiutarlo nelle altre necessità fisiologiche; l’unica sua preoccupazione, durante l’inverno, era quella di attizzare il foco.

MARCELLA - Ma era davvero una preoccupazione?

MARCELLO - Era anche un’occupazione: la legna che ardeva nel focolare dopo un tempo più o meno lungo, secondo la qualità e quantità, bruciava completamente nel mezzo mentre i monconi laterali si staccavano e il foco si disperdeva ai lati e si sarebbe spento se non si riunivano insieme i pezzi sparsi con le mani e la paletta; poi, nonostante questo accorgimento, il foco doveva essere alimentato con nuova legna, ma Bocchino non era più capace di fare quest’ultimo lavoro.

La più classica operazione di attizzamento del foco si doveva fare quando nel focolare ardevano ceppi o tronchi di grosse dimensioni. Allora il foco veniva soffocato dalle incrostazioni che si formavano sui ceppi per via dei residui della combustione; bisognava battere i ceppi con la paletta o con appositi feri per far cadere queste incrostazioni e far riprendere vigore alla fiamma. L’operazione era piacevole - e lo è ancora dove si fanno funzionare i vecchi camini - perché è bello osservare come ai colpi di paletta si sprigionano nel camino e salgono in alto scie di scintille, mentre le fiamme tornano a svilupparsi piano piano perché i ceppi hanno una lenta e lunga combustione che consente di evitare i ripetuti e noiosi rifornimenti di legna.

Bocchino aveva riservato a sé questo piccolo lavoro e guai se qualche ospite della famiglia che non conosceva le sue abitudini prendeva gli arnesi per attizzare il foco! Erano subito bestemmie e insulti. Il malcapitato si Affrettava a cedergli gli arnesi perché verso gli anziani c’era molto rispetto, almeno nella forma. Ma poi, in disparte, si lamentava:

- Bocchino è diventato insopportabile, disgraziato chi gli sta vicino.

Pochi riuscivano a capire che attizzare il foco era rimasta l’unica cosa del suo vecchio mondo, nemmeno i familiari, malgrado avessero per lui ogni cura e sopportassero le sue stravaganze, non solo per compassione, verso un uomo che in passato gli aveva dato tanto.

MARCO - Una figura particolare quindi, questa di Bocchino, che ti ha colpito molto.

MARCELLO - sì, ma ce n’erano altre, come il Bacchi e Modesto - boscaioli fastellai - che avevano tutt’altra specializzazione rispetto a quella di Bocchino: il primo lo ricordo per la sua eccezionale bravura, il secondo per la sua non lieta storia. Tutti e due stavano a Panzano e erano scapoli e soli, come solitario era il loro lavoro. Quando io ero ragazzo loro erano uomini fra i 40 e i 50 anni.

L’abilità nel lavoro del Bacchi non aveva uguali: riusciva a fare cento fastella al giorno e poiché lavorava dieci ore, ciò significava dieci fastella all’ora, modellate a regola d’arte. Perché l’abilità stava nel legarle ben strette, in modo che nella fornace bruciassero lentamente.

Il Bacchi era sordo come una campana e questo gli consentiva di concentrarsi meglio sul lavoro, ma rendeva difficili le relazioni con lui; tutto sommato, non aveva grandi particolarità.

Più singolare era invece la figura di Modesto. Anche lui era capace come il Bacchi per quanto riguardava la qualità del lavoro; ma la quantità di fastella che riusciva a mettere insieme in capo a una giornata era molto più piccola.

Modesto portava dei pantaloni che, all’altezza dei ginocchi, aveva raddoppiato cucendoci sopra dei pezzi di gambale ritagliati da altri vecchi pantaloni; l’estetica lasciava molto a desiderare, anche perché quel rattoppo così strano si aggiungeva agli altri normali rattoppi, ma l’accorgimento era veramente utile per il suo lavoro perché così, quando si metteva in ginocchio per legare le fastella, le sue ginocchia erano meglio protette.

Una parte non piccola della giornata di lavoro di Modesto consisteva dunque nello stare in ginocchio a legare fastella e a chi gli rimproverava di andare poco o punto in chiesa rispondeva con una più che valida giustificazione:

- Sto in ginocchio tutto il giorno all’aperto e mi è impossibile starci anche in chiesa.

Era un uomo piuttosto alto, con la testa quasi tutta pelata; gli era rimasta una piccola corona di capelli che cercava di prolungare in modo da coprire un po’ di calvizie; e questa era l’unica cura di bellezza che riservava alla sua persona insieme al taglio della barba una volta la settimana, il sabato sera.

A modesto gli piaceva parecchio il vino; il pane era anche disposto a dividerlo con i suoi veri amici, che erano gli animali del bosco con i quali spesso parlava, forse per vincere la solitudine; ma il vino non lo divideva con nessuno e procurarselo costituiva la sua unica e vera preoccupazione. A tale scopo aveva un certo numero di fiaschi, ormai spagliati per via della loro età e per l’uso nel bosco; Modesto aveva sostituito l’impagliatura dei fiaschi con pezzi di gambale o maniche di giacca che si era procurati dai cenciaioli. Con questi fiaschi, che metteva in una balla di juta, andava a chiedere il vino, in conto compenso, alle fattorie per le quali lavorava e spesso litigava con il fattore perché pretendeva di avere il vino prima ancora di aver fatto il lavoro. Ma la spuntava sempre lui, per cui il vino era l’unico genere che, salvo casi eccezionali, non gli mancava mai. Una parte dei fiaschi li lasciava sul posto di lavoro, un’altra parte li disseminava da lì a Panzano, riponendoli nelle chiaviche dei fossi dei campi. Così nel viaggio di andata e in quello di ritorno poteva ogni tanto fare la sua bevutina senza dover portare in saccoccia uno scomodo fiasco. Di rado, però, era ubriaco, sia perché bevevo pochi sorsi alla volta, sia perché la vita all’aperto e la fatica gli permettevano di sopportare dosi piuttosto massicce di alcool.

A noi ragazzi Modesto non piaceva perché, a differenza di Bocchino, non ci dava confidenza. Una volta gli abbiamo giocato un brutto scherzo. Siamo andati al suo posto di lavoro e abbiamo cercato il fiasco di vino che, dopo non brevi ricerche, abbiamo trovato riposto sotto una fastella per proteggerlo dai raggi del sole. Era un fiasco completamente nudo perché Modesto non l’aveva ancora rivestito con la manica di giacca. Si trovò una piccola ranocchia e, levate le foglie che facevano da tappo al fiasco, la s’infilò dentro a questo fiasco pieno per metà. La ranocchia in quel mezzo fiasco nuotava e saltellava in maniera buffissima facendo: ciaff, ciaff. Modesto aveva intanto continuato il suo lavoro di taglio delle scope e aveva scollinato con la piegaia, tanto da scomparire dalla nostra vista. Poi - mentre noi eravamo nascosti dietro una macchia di rovi - tornò indietro per fare la sua solita bevuta di vino e andò difilato al fiasco. Ci vide dentro la ranocchia che saltellava goffamente e mandò un urlo, poi si rigirò su stesso cercando di scoprire chi gli aveva architettato quel brutto scherzo. Più che intravederci sentì le nostre risate cattive e incoscienti. Sfilò la pennata che teneva all’uncino dietro la schiena e la tirò con forza contro di noi; fortunatamente la pennata non colpì nessuno perché si impigliò nei rovi dietro i quali eravamo nascosti.

MARCELLA - Forse non fu un bello scherzo, né per Modesto né per la ranocchia, ma anche la reazione di Modesto…

MARCELLO - Eppure non era un cattivo diavolo, anche se era un solitario.

Un giorno il mio amico Fagiolo, che era il più smaliziato, annunciò solennemente una notizia incredibile: la Rina se l’intendeva con Modesto.

La Rina era una garzona che aveva più d’una ventina d’anni e che noi si conosceva bene perché spesso pascolava insieme alle nostre le pecore della famiglia di mezzadri presso la quale si trovava. Non era una bella ragazza: aveva le gambe torte e corte, ma il suo seno era abbondante e i suoi occhi avevano una dolcezza tutta femminile. L’annuncio di Fagiolo fece su tutti noi una grande impressione perché fra la Rina e Modesto ci correva parecchio più di vent’anni e qualcuno disse, quasi seriamente, che sarebbe stato meglio che la ragazza se la fosse intesa con uno di noi. Ma Fagiolo osservò che alle donne piacciono più gli uomini maturi che i ragazzini. Bisognava poi riconoscere che, anche per i più grandi di noi, erano solo sogni le voglie amorose per una ragazza che ormai era donna.

C’era comunque tutto per aizzare la nostra curiosità e i due furono braccati, come si fa con le lepri al balzello. E con segugi come noi non c’era possibilità di scampi per la presunta coppia, nonostante il bosco fosse pieno di anfratti; si potevano perdere le pecore, ma non si fallivano le prede.

Quando li abbiamo trovati, Modesto e la Rina, stavano seduti vicino, ma non come fanno gli innamorati. Era soprattutto lei che parlava:

- Modesto, datemi la vostra giubba che ve la raccomodo.

Modesto si levò la giubba e la Rina tirò fuori ago e filo e cominciò a rappezzare gli strappi.

- Modesto, dovete bere di meno, ho paura che il vino vi faccia male.

La voce della Rina, che continuava a dire cose del genere, era dolce, ma assomigliava più a quella di una mamma che a quella di un amante. E fu chiaro che amanti non erano. Il primo a rendersene conto fu proprio Fagiolo che disse, quasi sconsolato:

- Ho sbagliato!

Allora ci si meravigliò che quell’orso di Modesto sopportasse quelle raccomandazioni. Forse era un amore Platonico? Ma allora noi non sapevamo dell’esistenza di amori platonici e d’altra parte, ripensandoci ora, posso assicurare che Modesto era incapace di un amore del genere e non tanto perché neanche lui ne conosceva l’esistenza, quanto perché gli orsi non ne sono capaci. Poi, in seguito, abbiamo sentito Modesto canterellare una strofetta sulla sua vicenda. Anche lui era un poeta, a suo modo, ma le sue rime non le recitava di fronte ad altre persone e tanto meno le improvvisava in diurna, ché non ne sarebbe stato capace, tanto che per capirle bisognava quasi tendergli un agguato, bisognava che non se ne accorgesse.

Ciò non era difficile perché la ripeteva quasi in continuazione e per lui erano come l’Ave Maria del rosario. Diceva la strofetta:

Aranci di Torino, limoni di Gaiole

La Rina non ha il damo

Modesto non ha le viole

Son creature destinate a star sole.

Forse tra i due era balenata l’idea, mai espressa all’altro, di una loro unione. Idea respinta come assurda, immagino, soprattutto da parte di Modesto. Ma fra l’orso e la dolce, anche se non bella, Rina più di un moto di simpatia era nato di certo e nata e poi soffocata la speranza di rompere le loro abitudini.

Rina poco dopo lasciò la famiglia di Radda dove era garzona e non l’ho più rivista. Mi sono sempre augurato che sia riuscita a trovare un’anima gemella. Ma forse qualcuno l’ha avuta accanto e non s’è accorto di avere vicino un tesoro di donna, nascosto com’era dalle sue gambe corte e torte.

Quello che so è che Modesto, con il passare del tempo, diventò sempre più orso e non riuscì a vincere la solitudine, una solitudine che sempre meno poteva essere colmata dal fiasco di vino e dagli animali del bosco.

Rammento anche qualcun altro, come il Nespoli e il Pagliai, che erano segantini e lavoravano in coppia a tagliare le qurci per le traverse ferroviarie. Era una coppia affiatata ma, come tutti i segantini, in alcuni giorni, presi dalla stanchezza, non erano capaci di coordinare i movimenti e le energie. Allora uno accusava l’altro dicendo:

- Non tu tiri.

Poi l’accusatore, arrabbiato, correva lontano almeno cento metri dal posto in cui lavoravano e si sedeva su un tronco di quercia già abbattuto; l’accusato, invece, si sedeva sul tronco in lavorazione.

Le parti si invertivano spesso, ma nell’ozio forzato ognuno dei due si dedicava sempre alla medesima occupazione: il Nespoli bevevo il suo fiasco di vino e il Pagliai fumava la pipa. Poi, dopo un tempo più o meno lungo, il Pagliai - che si stancava sempre per primo di stare in ozio - chiamava:

- Gosto, ci si riprova?

Ma se la giornata era nera dopo un paio d’ore tornavano a dividersi con le stesse parole, i medesimi gesti e le medesime occupazioni; il Pagliai a fumare e il Nespoli a bere.

Per tutta la vita hanno segato insieme. Il compenso al loro lavoro era a cottimo e faticando duramente riuscivano a guadagnare qualcosa in più degli operai e dei contadini.

Quando il Pagliai morì lasciò un bel mucchietto di soldi perché era un uomo che spendeva pochissimo, ossessionato dall’idea di mettere qualcosa da parte per i giorni in cui non sarebbe stato più capace di continuare il suo duro lavoro; non avendo né moglie né figli lasciò tutto al nipote.

Il giorno dopo il funerale capitai in casa di quel nipote e lo trovai a contare un bel pacchetto di carta moneta. Lo guardai con curiosità perché sapevo che non Aveva mai avuto il becco di un quattrino. Mi sbirciò e, indovinando i miei pensieri, quasi mi gridò:

- Che guardi? Credi che li abbia rubati? Me li ha lasciati quel bischero di’ mi’ zio.

Poi prese dei fogli da mille e disse alla moglie:

- Tieni, va a prendere du’ bistecche; non se li è goduti lui, godiamoceli almeno noi.

Il Nespoli, che aveva una famiglia da campare, alla sua morte non lasciò soldi, anche perché i suoi risparmi li investiva in vino da bere alla sua salute e a quella degli amici. Un po’ di vino riusciva anche a raccapezzarlo presso i contadini in cambio del legname minuto proveniente dalla squadratura delle querci. Sentite questa.

Una volta andò da una massaia a ritirare uno dei fiaschi pattuiti. La massaia gli consegnò il fiasco pieno dicendo:

- Gosto, mi raccomando, riportami il fiasco voto.

- Sì, sì, poverina, state tranquilla.

Ma poco dopo la massaia tornò a ripetere;

- Gosto, mi raccomando, riportami il fiasco voto.

E poiché questa volta Gosto non rispose subito, lei ripeté per la terza volta e con le stesse parole la raccomandazione. Gosto allora rispose prontamente:

- Guardate come si fa, ve lo rendo subito.

Acchiappò il fiasco fra le due mani, lo sollevò in alto e ne bevve a garganella tutto il contenuto. Poi restituì il fiasco vuoto alla massaia dicendo:

- Ora starete tranquilla.

Non ci credete? Se volete potete controllare facilmente: Gosto Nespoli è morto, ma non è morto alcolizzato. Potete domandarlo al figlio, Mario Nespoli, che ha la bottega di falegname a Radda, o alla massaia, della quale ora non ricordo il nome, che è viva e vegeta, seppure molto anziana. Sembra, anche se ora vive in paese, che tenga sempre in gran conto i fiaschi vuoti; anzi li raccoglie quando li trova lasciati fuori dalla porta delle case per gli spazzini. Non sa capacitarsi come oggi vi sia gente così sprecona.

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Ultimo aggiornamento 30/01/02- Pagine web a cura di Luca Robustelli