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"IL NOSTRO IMPEGNO PER LA TUTELA DELLE TRADIZIONI POPOLARI CHIANTIGIANE" Sorry only italian text Last update 30/01/02 9. Gente della fattoria MARCO –
Questo tuo mondo del bosco è bello, ma anche sconsolato. Com’era il mondo
della fattoria? Io me lo immagino profondamente diverso da quello del bosco
dato che in esso vivevano, a quanto ne so, uomini di mentalità e di
abitudini piuttosto moderne. Quali sono i tuoi ricordi in proposito? MARCELLO
- Non so se gli uomini e le donne delle fattorie fossero moderni.
Giudicherete dalle cose che potrò raccontarvi, che non sono molte perché,
come contadino del prete, ho avuto pochi contatti diretti con la fattoria.
Ma mi potranno aiutare, se lo vorranno, Luigi, che è stato sottofattore, e
zia Gioconda, che è stata per tanti anni fattoressa. LUIGI –
Le fattorie da noi raggruppavano da una decina a una quarantina di poderi
della stessa proprietà. Quelle più grandi avevano anche 500 mezzadri fra
uomini, donne, vecchi e bambini. Ai mezzadri si aggiungevano poi una
ventina, e anche più, di operai agricoli, qualcuno specializzato, come
muratori, fabbri, falegnami e altri che lavoravano stagionalmente per
scassare a mano il terreno, piantare viti e olivi, per la manutenzione delle
strade e la conduzione delle “terre a mano”, cioè di quei terreni che
non erano stati assegnati ai mezzadri. I braccianti stavano nei paesi o nei
piccoli centri e, per via del lavoro precario e dei bassi salari, erano
molto più poveri di noi mezzadri.
Nella casa di
fattoria o nelle sue vicinanze abitavano il fattore, la fattoressa e, in
numero diverso secondo le fattorie, i sottofattori, i terzomini,
guardiacaccia, cantinieri e giardinieri. Queste persone facevano parte di
una convivenza di fattoria, fatta eccezione per quelli che avevano una
famiglia e una casa vicina.
La convivenza
qualche volta era mista, nel senso che vivevano sotto lo stesso tetto la
famiglia del fattore, la cui moglie lavorava come fattoressa, e tutto o
parte del rimanente personale. In questa convivenza la fattoressa aveva un
compito assai gravoso poiché era affidato a lei il governo della casa di
fattoria, nella uqale soggiornavano di frequente ospiti più o meno graditi.
Fra le persone
della casa di fattoria c’erano spesso conflitti sotterranei, che però di
rado venivano a galla perché ognuno aveva un suo rango, dal quale non era
consentito evadere.
In compenso
nella fattoria si mangiavano i cibi migliori e più prelibati perché
venivano scelti con cura nel grande assortimento dei prodotti esistenti in
cantina, nell’orciaia, nei locali dove erano conservati i formaggi e i
salumi.
Il capo di tutta
questa complessa e articolata azienda era il fattore, ritenuto dai mezzadri
quasi peggio del padrone, ma al tempo stesso invidiato e qualche volta
ammirato. MARCO –
Questo si spiega, a mio giudizio, con il fatto che la carriera del fattore
era accessibile ai contadini più svegli e forse era l’unica che
consentisse loro una scalata sociale. Assai noto è il detto contadino:
fammi fattore un anno e se son povero è per mio danno. MARCELLO
– Anche la carriera del prete era possibile e, in parte almeno, invidiata.
Ai ragazzi piccoli di vivace intelligenza, considerati capaci di costruirsi
un brillante destino, si diceva: -
Te da grande farai il fattore o il prete. - Oppure, come buon consiglio: - Te da grande devi fare il fattore o il prete. In realtà
la posizione economica e sociale del fattore delle grandi aziende era
ritenuta di gran lunga migliore di quella dei preti e, a mio giudizio, a
ragione. Ho conosciuto fattori che erano davvero dei padrieterni, dei quali
oggi non ci sono uguali. LUIGI –
Se volete vi racconto la storia di fattore Dino che era uno di quei
padreterno e che io ho conosciuto molto da vicino.
Dino era fattore
in una grossa azienda i cui grandi fabbricati (abitazioni per il personale,
uffici, magazzini, cantina e oleificio) erano e sono ancora collocati in un
piccolo agglomerato formato da una magnifica villa padronale con giardino e
parco, da una chiesetta parrocchiale e da tre case coloniche un po’
distanziate. Il tutto costituiva, e costituisce ancora oggi nonostante la
cattiva manutenzione, un insieme di straordinaria bellezza per la splendida
posizione panoramica e per le varie linee architettoniche che si integrano e
si fondono fra di loro. Dalla fattoria e dalla villa si domina una
successione di colline sulle quali è sparso un buon numero di case coloniche che,
al tempo di cui vi parlo, e cioè negli anni Trenta, erano quasi tutte della
fattoria. MARCELLO
– Hai ragione: si tratta davvero di case di straordinaria bellezza, anche
se nel Chianti ce ne sono tante altre di non minor livello. Devo confessare
che ho cominciato a capire tutte queste bellezze da non molti anni, da
quando ho cominciato a sentirlo dire da
artisti, tanti dei quali stranieri e accanto ai quali vivo. Prima di
allora quelle bellezze non le sapevo apprezzare, abituato com’ero a
vederle, tanto da considerarle ovvie e addirittura comuni. Da ragazzo, e anche da giovanotto, quando i miei
più lunghi viaggi non erano ancora andati più in là di Firenze e di
Siena, credevo che tutta la campagna fosse press’a poco come quella del
Chianti e per me case, chiese, castelli e ville non potevano che essere
costruiti così come io li vedevo ogni giorno. MARCO –
Non dico la scuola, ma almeno il cinema doveva, al tempo della tua non
lontana giovinezza, aprirti ad altri orizzonti e paesaggi. MARCELLO
– I paesaggi dei film allora non mi colpivano o, anche se li osservavo, mi
sembravano irreali e quindi non confrontabili con i nostri. Credo che molti,
forse tutti, i miei coetanei abbiano avuto le stesse impressioni. LUIGI –
Sì, anch’io nella mia gioventù avevo impressioni del genere. Ma
consentitemi di continuare a raccontare la storia del fattore Dino che era
una specie di sovrano assoluto dentro le mura della fattoria e nel
territorio circostante di circa un migliaio di ettari di campi coltivati e
di bosco, con una quarantina di case coloniche.
Qualcuno di voi
può dire: il re di quel territorio era semmai il proprietario; il fattore,
per le sue funzioni, potrebbe tutt’al più essere paragonato a un primo
ministro. Ma in quel caso, e in non pochi altri, non era così. Il
proprietario, Marchese Ippolito, che aveva altre aziende in diverse zone
della Toscana, capitava in quella fattoria e in quella villa pochi giorni
all’anno, durante la caccia e i saldi colonici; per il resto dell’anno
stava nel suo palazzo di Firenze o in altre sue ville che preferiva.
Nei periodi del
suo soggiorno, nel Chianti c’era una specie di mobilitazione generale del
personale di fattoria al servizio del signor Marchese e della sua famiglia,
ma il Nobil Uomo non voleva o non aveva voglia di ficcare il naso nella
gestione della fattoria. Soltanto il venerdì, a Firenze, esercitava
l’alta direzione delle sue fattorie, perché riceveva nel suo studio i
fattori per impartire loro gli ordini. Che poi in realtà non era nemmeno
così perché i fattori, prima di essere ricevuti dal Marchese, passavano
dal vicino scrittoio del “Maestro di casa”, che era un esperto contabile
senza però alcuna competenza nel campo delle tecniche agricole. Al maestro
di casa i fattori presentavano i conti e davano minuziose informazioni;
infine ricevevano da lui le istruzioni per la conduzione della fattoria. Poi
i fattori, uno per volta, passavano nello studio del Marchese al quale, raramente in presenza del
Maestro di casa, si chiedevano lumi sulle questioni dubbie, anche perché in
genere tutto filava liscio come l’olio o, più precisamente, si ripetevano
le medesime vicende e i medesimi problemi per i quali erano già pronte e
collaudate le soluzioni. Il Marchese, molto affabilmente e signorilmente, si
limitava a intrattenere il fattore chiedendo un po’ di tutto, fatta
eccezione per quanto riguardava i problemi della gestione della fattoria: -
Si è rimessa la fattoressa del noioso disturbo che l’ha colpita? - Il capoccia del podere Contessino riesce a vincere la sua lotta contro la morte? Il signor
Marchese, che aveva un’eccellente memoria, ricordava perfettamente i
cognomi e i nomi di tutti i capoccia delle famiglie mezzadrili, che
sentivano nominare durante i saldi e che di anno in anno cambiavano soltanto
in piccola parte. STEFANO
– Cosa sono i saldi? MARCELLO – Ogni anno si saldavano o, come si dice oggi, si chiudevano i conti fra proprietario e mezzadri, conti che venivano tenuti in una forma simile a quella dei conti correnti. Il fattore e il Maestro di casa leggevano al capoccia di ciascuna famiglia di mezzadri le varie voci di dare e di avere e alla fine la cifra del saldo, cioè il debito o il credito che il mezzadro aveva verso il proprietario. Nelle grandi fattorie questa operazione richiedeva anche più di un giorno e i capoccia, che aspettavano in anticamera, venivano chiamati uno alla volta. Era una specie di cerimonia. LUIGI –
Anche allora il Marchese, prima e dopo la lettura dei saldi, domandava della
salute di ognuno e dei membri della famiglia. Qualche mezzadro presentava
delle richieste, come questa ad esempio: -
Si sposa mio figlio e bisognerebbe imbiancare la camera. Queste
richieste erano regolarmente girate dal Marchese al fattore con la
raccomandazione di provvedere. Ma la conoscenza dei mezzadri da parte del
Marchese si fermava qui. Non sapeva dove abitavano e del resto conosceva
appena i confini delle sue proprietà, grazie ad un po’ di esperienza che,
con la guida del guardiacaccia e del fattore, si faceva durante le battute
di caccia. Una volta dimostrò di ignorare totalmente che oltre un certo
borro c’erano cinque dei migliori poderi della fattoria: ma erano fuori
dei confini della riserva di caccia! MARCO - Non tutti i proprietari si
comportavano in quel modo. E per il Chianti basta ricordare i proprietari più
grandi e più conosciuti: i Baroni Ricasoli che, è ben noto, si
interessavano attivamente e direttamente delle loro fattorie. LUIGI –
può sembrare strano, ma il sistema del Marchese Ippolito funzionava a quei
tempi forse meglio di quello dei Baroni Ricasoli perché il grosso segreto
consisteva nello scegliersi dei buoni collaboratori, la cui onestà era, per
così dire, normale e il Marchese Ippolito, non so se per caso o per sua
capacità, disponeva di un buon Maestro di casa e, almeno per quanto
riguarda Dino, di un ottimo fattore. Proprietari indipendenti, ma
incompetenti, avevano mandato e mandavano in rovina le loro proprietà,
anche se molto spesso la rovina delle famiglie nobili era causata non dalla
cattiva gestione delle fattorie, ma dalle spese senza freno delle famiglie
stesse.
Sembrava invece
che il Marchese Ippolito non fosse uno spendaccione. Poiché non credeva
utile o non era capace di controllare minutamente i fattori, per contenere
entro limiti ragionevoli i loro illeciti arricchimenti a sue spese, aveva
stabilito che essi dovessero essere scapoli, ma anche questa regola non era
una sua esclusiva, anzi era abbastanza comune fin dai tempi antichi; il
Marchese diceva che un fattore sposato e con figli avrebbe posto ogni
impegno per arricchire la famiglia. Così anche fattor Dino era scapolo. STEFANO
– Un uomo che non ha, per imposizione altrui, libertà di sposarsi non può
essere considerato un re, come l’hai considerato tu. LUIGI –
Al fattor Dino quella condizione non pesava perché poteva disporre delle
donne che voleva e, se lo avesse desiderato, anche della signora Marchesa,
già un po’ appassita – anche se molto più giovane del marito – che,
almeno secondo le cameriere, metteva spesso le corna al consorte senza
badare al rango dell’amante.
Ma a parte
questa limitazione, comune anche ai preti, fattor Dino aveva ogni libertà e
disponeva di u a fattoressa che preparava eccellenti pranzi, lo curava
amorevolmente – le rare volte che si ammalava - senza osar mai brontolare, come
fanno invece le mogli; disponeva di tutto il personale di fattoria che
scattava ai suoi comandi, anche per servigi di carattere personale, meglio
di qualsiasi domestico; aveva inoltre in uso una cavalla ben tenuta e ben
nutrita, alla guida della quale in paese sembrava un gran signore. Credo però
che la soddisfazione per lui più grande fosse il fatto che aveva
l’autorità e la capacità di governare uomini e cose, di contare nel
paese e di avere sui mercati un grande prestigio grazie alla sua competenza
e all’assoluto rispetto della parola data, rispetto che esigeva e otteneva
sempre anche dagli altri. Non partecipava molto all’attività del fascio
locale, ma era un ammiratore di Mussolini come e anche più dei suoi
colleghi fattori.
C’era una gara
per servirlo e riverirlo più di quanto succedeva per il Marchese Ippolito,
poiché si sapeva che il potere reale lo aveva lui. E c’erano in fattoria
parecchi lacchè e gente pronta a far la spia nella speranza di
ingraziarselo. Di che gente si trattasse credo sia ben chiarito da uno degli
episodi di cui sono venuto a conoscenza.
Fra i dipendenti
c’era un muratore che aveva sposato una ragazza di una famiglia di
mezzadri della fattoria. Un giorno questo muratore andò dal fattor Dino e
gli disse: -
Fattore, la mi’ suocera e un’altra contadina gli rubano il latte. E spiegò
come le due donne riuscivano a farla in barba al fattore.
Credo sia
interessante spiegare il marchingegno ideato dalle due massaie per
dimostrare la finezza di cervello delle donne contadine, non inferiore a
quella dei loro uomini, e anche la furberia dei fattori.
Nella fattoria
di Dino, come in tante altre grandi fattorie, si divideva il latte, non il
cacio, con il sistema del
ritiro del latte a giorni alterni e poiché, fra un giorno e l’altro,
c’era equivalenza nella produzione, i latte risultava perfettamente diviso
a metà fra fattoria e mezzadri. Questo
sistema presupponeva l’esistenza presso la fattoria di attrezzature e
personale relativamente costosi per la caseificazione ma consentiva di
controllare bene i mezzadri: bastava accertarsi che nelle case che in quel
giorno consegnavano il latte non venissero fatte anche operazioni di
trasformazione, operazioni non facili a nascondersi.
Il sistema della
divisione del cacio ad intervalli di tempo assai lunghi, adottato dalle
piccole fattorie, si prestava invece a nascondere una parte della
produzione. Colui che divideva poteva solo osservare che, dato il numero
delle pecore del mezzadro, il cacio prodotto era poco; ciò poteva far
intendere che una parte era stata, per così dire rubata. Il sistema del
ritiro del latte a giorni alterni offriva dunque ai padroni particolari
garanzie.
Nella fattoria
di Dino, dato l’elevato numero di poderi e la capacità giornaliera delle
attrezzature e del personale di fare formaggio, i mezzadri erano stati
divisi in due turni di consegna, con la conseguenza che alla fattoria, nel
periodo di lattazione delle pecore, si faceva formaggio tutti i giorni,
mentre ciascun mezzadro lo faceva un giorno sì ed un giorno no.
Le due massaie
alle quali si riferiva il muratore-spia, che appartenevano a due turni
diversi, profittavano di questa circostanza: il giorno in cui una massaia
consegnava il latte alla fattoria ne toglieva una fiasca che mandava
all’altra (la quale invece faceva il formaggio); questa rimandava indietro
il giorno dopo la medesima fiasca piena di latte e così via.
Il meccanismo
era semplice, ma anche un po’ rischioso perché quella fiasca viaggiava
tutti i giorni per qualche chilometro in un senso e nell’altro e qualcuno
poteva accorgersi del trucco e fare una spiata. Il rischio c’era e era
stato messo in conto, ma non era stata prevista una spiata al fattore
proprio da parte del genero. E del comportamento del muratore-spia si
meravigliò lo stesso fattore che disse: -
Si vede che sei in lite con tua suocera. -
No, no, si va d’accordo come il cacio coi maccheroni, ma io non
posso compatire queste cose. -
Ah! Come sei onesto, non lo avrei mai immaginato. E il
muratore spia: -
Fattore, le chiedo però di non punire la mia suocera, che io gli
voglio bene, ma di prendere soltanto dei provvedimenti per far smettere
questo sconcio. Il provvedimento sarebbe stato
facile a prendersi, bastava mettere le due massaie nello stesso turno. Ma al
fattore piaceva giocare con i suoi uomini, come fa il gatto coi topi, e
disse: -
Se vuoi davvero bene alla tua suocera vai da lei e digli soltanto che
tu non sei d’accordo con il suo comportamento. Il muratore fu costretto, suo
malgrado, a parlarne alla suocera. Ma lei, che conosceva bene il suo pollo,
non fu persuasa che i suoi consigli fossero ispirati dal lodevole desiderio
di farle osservare il settimo comandamento e capì come stavano le cose. Ne
nacque un grande putiferio fra genero, suocera, moglie e altri familiari.
La suocera non
commise più il peccato di sottrarre il latte al padrone, ma senza volerlo
inciampò in un altro ben più grave, quello di aver pensato di uccidere il
genero. -
Se non l’ho fatto – diceva – è perché so tirare il collo
soltanto ai polli. Il muratore-spia credette di essersi
guadagnato la fiducia del fattore e, a seguito anche dei continui rimproveri
ricevuti da suocera e moglie, di avere qualche diritto ad essere trattato in
maniera privilegiata. Ma il fattor Dino aveva in uggia quella spia forse
perché, anche se per colpa sua, era ormai bruciata. Allora si divertì a
umiliarlo, per quanto sia possibile umiliare un uomo che non ha, per sua
natura, alcun sentimento di dignità.
Così, non so in
risposta a quale sua richiesta, disse: -
Bene, tu hai perduto il cacio di tua suocera, hai diritto a una
compensazione. Vai dalla fattoressa con la quale sono già d’accordo. -
Fattoressa, mi manda il fattore; voi già sapete di che si tratta. -
Si, mi ha detto di mettervi da parte questo cacio. E gliene porse una forma di media
grandezza. Ma era una di quelle forme che, nella produzione artigiana di
altissima qualità, per misteriose ragioni era “andata a male” ed era
immangiabile. Il muratore-spia vide e capì, ma non protestò, non poteva
protestare. Disse anzi, fingendo di non vedere: -
Tante grazie fattoressa. Solo quando fu lontano dalla
fattoria gettò lontano la forma con rabbia in mezzo ad un campo. Se si
fosse trattato di una gara, di quelle che allora si facevano con le forme di
cacio a mo’ delle gare di oggi di lancio del peso, avrebbe vinto per molte
lunghezze, tanto la rabbia gli moltiplicò la forza. MARCELLO – Quella spia fu davvero
sfortunata ; altre invece, in altre fattorie, si guadagnavano una concreta
riconoscenza da parte di fattori e padroni. Questi individui erano la nostra
vergogna e, al tempo delle lotte contadine, anche se ormai si erano ridotti
di numero, furono di freno alle nostre rivendicazioni. ANNITA – Tu, come al solito,
esageri un po’ anche in questo. Individui del genere del muratore-spia
esistevano e producevano gravi danni, ma fortunatamente, al tempo dei fatti
raccontati da Luigi, erano delle eccezioni. LUIGI – Sono d’accordo con
Annita e credo che il fattor Dino capisse che lo spionaggio non era uno
strumento sul quale contare molto. Ma lui era tra i fattori più
intelligenti. Quando il fattor Dino, ormai
anziano, decise o – non so – fu obbligato a lasciare la fattoria, pensò
fosse giunto il momento di sposarsi. Bastò che manifestasse, anche in
maniera poco chiara, quel desiderio per essere stretto d’assedio da
ruffiani e anche da alcune donne che gli erano state vicine e, in primo
luogo, dalla fattoressa che però era di qualche anno più anziana di lui.
Quest’ultima diceva – o meglio faceva dire, perché lei si guardava bene
da instaurare una diretta trattativa – che lo aveva sempre accontentato
per quanto riguardava colazione, pranzo e cena e che mai aveva avuto nulla
da ridire sulla sua cura della casa di fattoria: ora che erano anziani
queste soltanto erano le cose importanti, un anno più o in meno non conta
nulla.
Non mancarono
poi allettante offerte, fatte da abili ruffiani, di donne relativamente
giovani e di donne un po’ anziane ma di buona famiglia e con una buona
dote. Ma dottor Dino fece di testa sua; non dette retta ai ruffiani, tutti
suoi amici carissimi, e fece bene. Decise di sposare una vedova contadina,
di qualche anno meno anziana di lui, con diversi figli e con la quale, più
o meno segretamente, se l’era intesa.
Per la povera
fattoressa fu un gran dolore, che tenne quasi tutto per sé. Si lamentava
soltanto che si era accorta troppo tardi che non conveniva fare la donna
onesta e che, se fosse tornata giovane, si sarebbe comportata in modo
diverso. Le sue amiche vecchiette e zitelle la rimproveravano e le dicevano: -
Ma vuoi andare proprio all’inferno? E le i rispondeva: -
Sono sicura di non andarci perché Iddio misericordioso non può
certo darmi l’uscio e il malanno addosso. Almeno avessi goduto la mia
gioventù. L a decisione del fattore suscitò
grande meraviglia tra i ruffiani. E qualcuno gli disse: -
Dino, sei ammattito? Tu puoi pretendere quello che vuoi. -
Ho i quattrini – rispondeva Dino – e non ho bisogno di cercare
una donna ricca. Questo forse dovevo farlo da giovane. Per cercare di dissuaderlo allora
gli ricordavano che la sua promessa sposa aveva sparso favori non solo a lui
ma anche ad altri uomini, sia pure soltanto dopo la morte della buon’anima
del marito. Questa non era una calunnia. Alla giovane vedova piacevano gli
uomini e, in particolare, quelli che – come fattor Dino – erano generosi
con lei per aiutarla a mandare avanti la famiglia. Si poteva considerare
questa circostanza come un’attenuante per la vedova e il fattore avrebbe
potuto servirsene per difendere la donna. Ma non lo fece: sapeva che i suoi
amici ruffiani non davano mai alle donne nessuna attenuante, anche quando
erano proprio loro a combinare i pateracchi. Si servì invece di questa
convincente argomentazione: -. Ora la Rosa non può più sperare
di essere frullata da uomini giovani; fra i vecchi non può che preferire me
che sono, per grazia d’Iddio, ancora in pieno possesso delle mie capacità,
a differenza di tutti voi. E anche questo corrispondeva in
pieno a verità perché fattor Dino dimostrava in apparenza e nei fatti
molti anni meno di quelli che aveva. Unica nota sconsolata che non
nascondeva: -
Purtroppo la Rosa non può darmi figli, bisogna che mi contenti di
quelli che ha già. MARCO – Hai finito questa storia? LUIGI – Si, non so di più MARCO – Protesti aggiungere che
Dino e Rosa vissero in vecchiaia felici e contenti.
Non vi è dubbio
che fattor Dino era un uomo perfettamente integrato con i suoi tempi; un
uomo che poteva consentirsi non dico una ribellione, ma almeno qualche
deviazione dal comportamento comune. MARCELLO – Luigi ci ha quasi
idealizzato la figura di un fattore che sovrasta quella del suo padrone
assenteista. Ma non era sempre così. La Principessa Ginori, padrona della
fattoria di Pian d’Albola, fin tanto che lei è vissuta, controllava
minutamente fattori, sottofattori e personale di fattoria contro i quali
procedeva spesso a licenziamenti, qualche volta ingiusti, perché era
terrorizzata dall’idea di essere derubata.
Licenziò anche
un guardaboschi che era mio amico. Incaricato di misurare la legna che
un’impresa boschiva doveva pagare alla fattoria, fu accusato di averlo
fatto in maniera compiacente per l’impresa grazie a una bustarella. Anche
se allora le vendite della legna erano una fonte di consistenti bustarelle
per fattori e guardaboschi, io non ho mai creduto a quell’accusa perché
quel mio amico era una persona seria e aveva una grande paura della
Principessa.
Comunque allora,
per licenziare fattori, sottofattori, guardie, contadini, non era necessario
dire all’interessato la ragione o il sospetto. Non era nemmeno necessario
dire: tu non mi piaci più. ZIA GIOCONDA – Io andai a fare la
fattoressa a Campalli perché all’orecchio della padrona erano arrivati
dei chiacchiericci sul conto del sottofattore e della fattoressa, che non
erano sposati. Allora disse: -
Voglio levare le porcherie da casa mia; voglio mettere come
sottofattore e fattoressa una coppia regolarmente sposata. MARCELLO - E senza figli, così come eravate
voi, perché nella convivenza di fattoria i figli sarebbero costati e
avrebbero dato disturbo. ZIA GIOCONDA – Così la signora
cercò la coppia adatta e, attraverso le informazioni di un sacerdote, arrivò
a noi, quando mio marito lavorava come sottofattore in una piccola azienda
del Pistoiese. Mi trovò sola. Mi esaminò e poi disse: -
Te, tu mi piaci tanto. E io: -
- Signora, se gli piaccio io, il mi’ marito gli piacerà di più. Ero sicura che mio marito Ottavio
sarebbe piaciuto alla signora perché, pur non avendo nessuna istruzione
scolastica, era un uomo bravo e simpatico a tutti.
Così io e mio
marito siamo andati a Campalli. Sono stati per me anni felici. In fattoria
mangiavano e dormivano quattro o cinque persone e il lavoro per me più
faticoso era preparare da mangiare; per il resto mi aiutavano mio marito e
il terzomo e, se ne avevo bisogno, potevo chiamare una contadina. MARCELLO – Ho conosciuto dei
tersomi che come lavoratori non avevano uguali. Questo si spiega con il
fatto che il fattore aveva la possibilità di scegliere il terzomo tra
parecchi concorrenti perché il posto era molto ambito da parte dei
contadini.
Il terzomo, se
aveva moglie e figli, viveva in famiglia; se era scapolo viveva in fattoria
e era praticamente sempre a disposizione del fattore e della fattoressa,
tutto il giorno.
Giovanni, che io
e Annita abbiamo conosciuto, era uno di quest’ultimi. Sapeva fare di tutto
e tutto bene. Quando i padroni erano in villa lo comandavano come cameriere;
era bravo anche come cuoco. La fattoressa lo chiamava sempre per i servizi
più diversi e qualche volta in concorrenza con il fattore. Lui, per non
fare differenze, lavorava per che dei due chiamava per primo. Ma la
fattoressa, se arrivava in ritardo, non si arrendeva e si prenotava senza
lasciare scampo: -
Appena hai finito il lavoro che ti ha ordinato il fattore, vai a far
questo o a far quello… Così Giovanni non finiva mai di
lavorare. Lui brontolava soltanto quando gli davano ordini sbagliati: -
Fattoressa, questo lavoro bisognava farlo un mese fa. Ora il gusto è
tale che perdo un tempo doppio. Mai un grazie. Per la fattoressa era
ormai nella natura delle cose che Giovanni sapesse far tutto e facesse
tutto. Un giorno Giovanni morì,
improvvisamente. Allora la fattoressa pianse dirottamente vicino al letto
dove era stata composta la salma. Poi prese le mani del morto e disse: -
Queste l’erano sante, i’ che non hanno fatto queste mani. Non ci
sarà più degli uomini come te. I padroni non parteciparono al
funerale perché non erano in
villa. Quando tornarono si preoccuparono subito della sostituzione di
Giovanni e ordinarono al fattore: -
Trova un’altromo come Giovanni. Il fattore rispose: -
Non è possibile, non ne esistono più. STEFANO – Credo che questo
rappresentasse già un progresso, perché non capisco lavorare tanto e tanto
bene per la fattoressa e per i padroni. MARCELLO – La specie umana dei
terzomini è completamente estinta. L’ultimo che ho conosciuto lavorava
alla fattoria di Coltibuono ed ora è in pensione a Gaiole,; si chiama
Niccolò. Anche Niccolò faceva i mestieri più diversi: il cantiniere,
l’ortolano, il giardiniere. Ma lui aveva già un orario di lavoro e, in
fondo, fare nella stessa giornata cose tanto diverse era meno noioso e più
interessante che fare sempre la stessa cosa per otto ore in fabbrica.
Un giorno arrivò
alla fattoria di Coltibuono un fattore in vena di innovazioni che volle
dagli operai, compreso il terzomo, un rapporto giornaliero dei lavori
effettuati e dei tempi impiegati per ciascun lavoro. A tale scopo dette a
tutti degli appositi foglietti.
Ma Niccolò per
parecchio tempo si rifiutò di compilare i foglietti. Poi fu costretto a
farlo perché il fattore disse che avrebbe pagato soltanto le ore segnate
sui foglietti.
L’elenco dei
lavori e dei tempi impiegati era lunghissimo: 8,00-8,10: governato le galline 8,10-8,30: infiascato il vino e così via per lavori che, al
massimo, avevano una durata di mezz’ora. L’ultimo rigo indicava però un
grosso lavoro, durato più di un’ora: 16,00-17,15: fermo ad un tavolo con
matita e foglietto e con la testa appoggiata fra le mani per ricordarmi i
lavori fatti. Da allora Niccolò fu esonerato
dalla compilazione dei foglietti. MARCO – Per Marcello forse dirò
una bestemmia, ma per me è evidente che il modo di lavorare di Niccolò non rispondeva
più alle necessità dell’organizzazione dell’azienda agricola moderna.
Il fattore voleva soltanto accertarsi della non economicità di molti lavori
affidati al terzomo, ma non credo volesse effettuare controlli sulla sua
buona volontà. MARCELLO – Secondo me era un
accertamento superfluo. Tutto quel mondo era legato alla mezzadria, al
lavoro gratuito o semigratuito dei mezzadri e dei braccianti. Se si dovevano
pagare salari un po’ migliori bisognava cambiare pagina anche nelle
fattorie.
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