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"IL NOSTRO IMPEGNO PER LA TUTELA DELLE TRADIZIONI POPOLARI CHIANTIGIANE" Sorry only italian text Last update 30/01/02 Gli zii pinzi. MARCELLO - Sugli zii pinzi nell’ultima veglia, senza volerlo, ho calato un velo pietoso, ma questa volta voglio parlarvi di loro e della loro vita, anche se l’argomento è piuttosto triste. Ancora oggi, fra i contadini, gli zii pinzi sono numerosi perché è difficile trovare delle donne disposte a rimanere o, peggio, a entrare per la prima volta in una famiglia contadina; in passato trovare moglie era facile, ma il numero degli zii pinzi era, per così dire, prestabilito perché il matrimonio era condizionato dai bisogni di lavoro e delle possibilità di reddito del podere; così c’era chi era costretto a sposarsi contro la sua volontà perché mancavano le donne necessarie in casa e chi invece non si sposava perché, dove sposi e figlioli erano tanti, voleva dire mettere in difficoltà o sfasciare la famiglia. Naturalmente non mancavano quelli che non si preoccupavano tanto di questo e facevano la loro scelta secondo i dettami dell’amore e allora la famiglia doveva dividersi o andare incontro a crescenti difficoltà economiche. MARCO - Questo al tuo tempo, quando le libertà personali cominciavano a farsi strada, ma è ben noto che c’erano stati tempi non lontani nei quali i mezzadri dovevano recarsi dal proprietario per “levare” la licenza di matrimonio. E il proprietario (o il fattore per lui), secondo le necessità di mantenere o ristabilire l’equilibrio tra famiglia e podere, proibiva o imponeva i matrimoni. Purtroppo egli aveva a sua disposizione, per far rispettare le decisioni, un’arma assai efficace: la disdetta dal podere. MARCELLO - Anche al mio tempo c’erano contadini che andavano dal proprietario, se non a “levare” la licenza per sposarsi, a darne almeno rispettosa comunicazione e qualche volta a chiedere aiuto e comprensione. Vi racconto un fatterello. Il capoccia Virgilio andò dal fattore e gli disse (eravamo verso il 1935): - Sor fattore, i’ mi’ figliolo più giovane ha messo incinta la dama e bisogna si sposi subito. Per me è una disgrazia perché la sa come la si trova la mi’ famiglia; bisogna che la mi dia un po’ di soldi per fare questo sposalizio. Non si fanno grandi feste ma i soldi ci vogliono. - O Virgilio rispose il fattore - sei diventato matto? Ora il padrone deve darti i quattrini per riparare alla dabbenaggine del tuo figliolo. Il tuo debito cresce sempre da diversi anni, figuriamoci se sarai in grado di restituire i soldi che ora chiedi quando le bocche da sfamare saranno aumentate. Arrangiatevi! Il contadino allora ricorse direttamente al padrone, facendo intervenire il prete, e il padrone - forse influenzato dalla campagna demografica del fascismo - sganciò un po’ di soldi, provocando, si dice, la riprovazione del fattore che fu comunque facile profeta. Il debito di Virgilio verso la fattoria diventò negli anni seguenti sempre più grande e impossibile da pagare perché la famiglia era sempre più sproporzionata alla capacità del podere. MARCO - E’ evidente che nelle famiglie con i pinzi, nelle quali il rapporto fra uomini che lavoravano e bocche da sfamare era più favorevole, le condizioni di vita erano migliori e verso la fattoria potevano trovarsi anche in credito. MARCELLO - A parte queste considerazioni, almeno fino al dopoguerra ai giovani contadini che volevano sposarsi non mancavano le donne disponibili. L’abbondanza era tale che c’era chi diceva che per ogni uomo nascevano due donne. Per i giovanotti timidi, che non erano capaci di farsi avanti direttamente con le ragazze, c’erano poi degli esperti mezzani che preparavano l’incontro, anzi - si diceva allora, e forse l’espressione era più esatta - “facevano l’affare”. A Radda era bravissimo, in questo campo, Betto Minacci, maniscalco de La Villa, nonno di Miranda Minacci che oggi ha la trattoria-albergo nello stesso posto e che voi tutti conoscete. Betto faceva le ferrature in un vasto territorio, che comprendeva tutto il comune di Radda e porzioni di altri comuni, dove aveva distribuito sei “travagli” (in genere presso grandi fattorie) ai quali si recava a ferrare un giorno per uno a turno settimanale. Tutti i contadini che avevano bovi e vacche da lavoro da ferrare erano perciò suoi clienti. Per il suo buon carattere Betto era amico e benvoluto da tutti e per lui combinare fidanzamenti e matrimoni era una vocazione e un grande piacere. Vedendo e parlando con i giovanotti da ammogliare e le ragazze da maritare e conoscendo le loro famiglie, la sua mente correva subito ai possibili e convenienti accoppiamenti. Credo che avesse sempre in memoria e continuamente aggiornata la situazione al riguardo circa tutto il territorio in cui aveva giurisdizione come maniscalco. Alla bisogna era quindi possibile rivolgersi a lui con la sicurezza di trovare l’anima gemella. AL giovanotto diceva subito:
E ne decantava la bellezza e la virtù, assicurando di portarla ai suoi piedi in pochi giorni. Se il giovanotto si azzardava a fare qualche timida osservazione sulla ragazza veniva subito messo a tacere con poche parole:
Seguite poi da un’acuta e veritiera analisi dei suoi difetti fisici e morali.
MARCELLO - Betto poteva soltanto immaginare, grazie alla sua intuizione, quello che in seguito sarebbe nato. Si dice che i suoi pateracchi, combinati con le notizie immagazzinate nel suo cervello, avevano in pratica più successo degli accoppiamenti nati negli spontanei incontri amorosi fra i giovani, giovani spesso inesperti per poter giudicare la loro capacità di reggere nel tempo.
MARCO - Un caso solo confermerebbe la regola, ma i pateracchi mi lasciano perplesso anche se allora erano una necessità. Sono invece convinto che l’opera di Betto, che conosceva molto bene i suoi pollastri, fosse di gran lunga migliore di quella delle attuali agenzie matrimoniali.
MARCELLO - In moneta nulla di nulla. Era tradizione da parte della sposa regalare al mezzano una camicia e , da parte dello sposo, di invitarlo al pranzo di nozze. La soddisfazione di Betto era quella di far felice la gente: non lo sfiorava nemmeno lontanamente il timore di imbastire accoppiamenti infelici. Anzi, quando incontrava giovanotti ormai maturi che si avviavano decisamente verso lo stato di pinzo, lui - senza alcun incarico e con poche speranze di successo - cominciava il suo ritornello: - Perché non ti sposi? C’è una ragazza che sarebbe fatta apposta per te io posso portarla a i tuoi piedi. Ma c’era proprio chi quel ritornello non lo capiva, e non poteva capirlo, per le ragioni che in parte ho spiegato. Fortunatamente il destino di pinzo era spesso segnato dal carattere di almeno uno dei maschi della famiglia e questo, in parte, rendeva più facile accettare la condizione di uomo solo. MARCO - Condizione che era tale solo a livello di coppia perché le famiglie contadine erano particolarmente numerose. ANNITA - Secondo me sulla decisione di non sposarsi aveva qualche peso anche il fatto che certe mamme inculcavano nei figli quest’idea e ogni occasione era buona per affermare che le donne d’oggi - ed era un oggi di cinquanta e più anni fa - non sanno mandare avanti una famiglia. La cosa curiosa è che nel mazzo mettevano anche le proprie figlie, tanto che quando le rimproveravano per qualche manchevolezza esclamavano:
STEFANO - Anche ora molte mamme dicono le medesime cose. Si vede che il mondo almeno in questo non è cambiato, con la differenza però che oggi le mamme non riescono più ad inculcare certe idee ai figli, tanto è vero che io ho sposato la figliola di Annita. MARCELLO - Mah! Io credo che questi giudizi non siano stati veri in passato e non lo sono nemmeno oggi. Non si può pretendere da delle ragazzine di comportarsi come delle donne; ma credo anche che quel dire e quel fare non abbiano mai avuto peso nelle decisioni dei giovanotti, che avevano ben altre motivazioni (che forse potranno venir fuori anche dalla storia di Gostino che vi voglio raccontare). Gostino da ragazzetto era timido con tutti, ma soprattutto con le ragazze. Gli amici avevano cercato di fargli vincere la timidezza con le donne creandogli apposta delle situazioni, per così dire, favorevoli. Una volta questi ragazzacci istruirono la Rosina, vispa e generosa, perché lo tentasse con le sue moine e anche con aperte offerte d’amore. Ma lui diventò tutto rosso e scappò. Forse gli sembrò che non sarebbe mai stato capace di fare all’amore. MARCO - Ancora oggi, malgrado siano caduti tanti tabù, fatti del genere non sono rari. Fortunatamente ci sono i medici psicologi che riescono a curare quella che può essere considerata una malattia. MARCELLO - Allora la malattia non era comune fra noi perché avevamo l’insegnamento dei fenomeni naturali. Forse la cura più efficace era, se non quella del tipo a cui fu sottoposto Gostino, quella dei mezzani che ho ricordato prima che combinavano i fidanzamenti. Poi il lungo discorrere con la ragazza faceva sparire la timidezza. STEFANO - Forse l’amore a seggiola del quale ci hai parlato nelle prime veglie era, senza rendersene conto, un’eccellente cura contro le inibizioni sessuali. MARCO - Magari si potrebbe segnalare la questione a qualche illustre medico sessuologo e chissà che anche in questo non si riscopra la saggezza contadina! MARCELLO - Non mi pare proprio. L’amore a seggiola, con il ragazzino in mezzo, aveva proprio lo scopo opposto: evitare le effusioni prematrimoniali. MARCO - Si, tutti l’avevano capito. Rimane però da considerare il fatto se l’amore a seggiola non fosse, attraverso il corteggiamento a cui costringeva, un mezzo per superare le inibizioni, visto anche che lo scopo dichiarato, come tu ci hai a suo tempo detto, non veniva quasi mai raggiunto. Credo comunque che nessuna simulazione terapeutica possa ricreare quelle condizioni. MARCELLO - Ora vuoi andare davvero sul difficile. Quel che è certo è che Gostino non beneficiò di quella cura, allora del tutto gratis. Non fu richiesto l’Aiuto di nessun mezzano, anch’esso gratuito, perché i familiari considerarono la timidezza di Gostino una benedizione d’Iddio dato che uno zio pinzo sarebbe stato utile alla famiglia. Già due fratelli erano sposati e avevano diversi figlioli (non rammento quanti); poteva esserci il posto per un terzo matrimonio ma il fratello minore di Gostino (erano quattro fratelli maschi) si prese la precedenza: era un tipo intraprendente e aveva una sua fidanzata e tutti, in famiglia e fuori, trovavano giusto lo scavalcamento del fratello maggiore che invece non manifestava nessuna voglia di sposarsi. Così Gostino, senza alcun dramma apparente, con il passare degli anni diventò per tutti lo zio pinzo, e sembrò - e forse lo era - un fatto naturale come il passare delle stagioni o un’avversità come la grandine, che tocca a uno o all’altro contadino ma che non porta mai carestia. Un giorno Gostino s’innamorò della cognata più giovane, quella che aveva sposato il fratello minore. Era una donna piacente che quando tornava accaldata dai campi lasciava scoperte alcune parti del corpo e questo faceva galoppare la fantasia di Gostino; soltanto fantasia però perché, come da ragazzetto, si sentiva incapace di ogni realizzazione pratica e, del resto, avrebbe considerato grave colpa anche soltanto tentare la cognata. Ma ancor più la donna lo incantava per la sua innata bontà e dolcezza. In verità tutte le cognate avevano le dovute attenzioni verso Gostino: rassettavano e pulivano i suoi vestiti e tutte le volte che si era ammalato gli avevano prestato ogni cura; ma le cognate più anziane qualche volta lo brontolavano per il suo disordine, mentre lei aveva sempre parole di comprensione, molto più che verso il marito, forse perché pensava che quell’uomo pinzo aveva più bisogno di affetto e di attenzioni. STEFANO - Ma davvero fra i due non successe mai nulla? MARCELLO - No, posso dire di no perché queste cose l’ho sapute da un nipote di Gostino che aveva la mia età; se avesse saputo di qualche tresca non l’avrebbe raccontata ma non avrebbe nemmeno saputo trasformarla in fatti diversi. MARCO - Mi pare che nelle famiglie così numerose come quelle mezzadrili, formate da cognati e cognate, cugini e cugine, o anche da persone non legate da vincoli di parentela, fossero naturali nella vita in comune le tentazioni e, di conseguenza, se così si puo’ dire, i peccati. MARCELLO - Può darsi, ma io non ho notizie, forse perché peccati del genere rimanevano gelosamente custoditi dentro le mura delle case. Ma credo di poter dire che l’autocontrollo all’interno delle famiglie, almeno di quelle normali, era molto forte e sentito. Le avventure amorose erano ricercate, ma fuori della famiglia per quanto numerosa e composita essa fosse. E questa è un’altra ragione per cui escludo che fra Gostino e la cognata vi sia stato qualcosa di più di un moto di simpatia e qualche desiderio subito represso. A Gostino, con il passare degli anni, passarono anche questi grilli dalla testa e diventò sempre più uno zio pinzo perfettamente integrato con la famiglia e con tutta la comunità contadina, anche se - non avendo da pensare a moglie e figli - si era creato un suo mondo e degli interessi particolari. Nella sua famiglia Gostino era l’uomo che lavorava di più e meglio. Ora voi sapete che tutti i membri della famiglia partecipavano alla mensa comune e per i bisogni non alimentari, assai differenti a secondo il sesso e l’età, si provvedeva - quando c’era qualche soldo nella cassa tenuta dal capoccia - in proporzione ai singoli bisogni e indipendentemente dalla quantità e qualità del lavoro prestato. Ne conseguiva che gli zii pinzi, che molto davano come lavoro e ricevevano talvolta meno degli altri, almeno in spese monetarie, avevano un bilancio attivo che andava a favore degli altri membri della famiglia. Per Gostino poi i bisogni di vestiario, che erano quelli che più gravavano sulle spese monetarie della famiglia, erano particolarmente modesti. Quando la massaia, che era la moglie del fratello maggiore, faceva le compere per tutti, dal merciaio ambulante che ogni tanto passava nell’aia o ai grandi mercati, riteneva suo dovere comprare qualcosa anche per Gostino che in verità, a differenza degli altri membri della famiglia, non chiedeva mai nulla. Portava le cose a Gostino e lui invariabilmente diceva:
MARCELLA - Più che al ciuco Gostino mi sembra paragonabile alle api operaie. MARCELLO - In verità questa condizione, dove c’erano gli zii pinzi, era ritenuta necessaria e giusta da tutti e ad essa, almeno Gostino, si adattava tranquillamente e serenamente. STEFANO - Perché MARCELLO - Perché fino al tempo in cui parlo, e per Gostino in particolare, straordinariamente forti erano i vincoli della famiglia. Gostino considerava le spese fatte, grazie anche al suo lavoro, per i nipoti e le cognate come godute da lui, anzi qualcosa di più utile perché riteneva che loro avessero più bisogni e più diritti: diritto per i ragazzi, ad esempio, di avere quaderni e libri per la scuola; diritto per le donne di avere vestiti decenti per non “scomparire” di fronte alle altre. Del resto anche oggi, almeno nei confronti dei nostri figli e delle mogli che non lavorano fuori casa, ci comportiamo allo stesso modo e la nostra busta paga va a finire, anche se si considerano le teste, più a loro che a chi l’ha guadagnata. Nessuno dice:
Uno se pensa così non può crearsi una famiglia e avere figlioli. MARCO - Sei stato, almeno per me, chiarissimo. La differenza con oggi sta nel fatto che Gostino e gli zii pinzi che la pensavano come lui consideravano in tal modo tutti i membri della famiglia, che allora potevano essere anche molto lontani come grado di parentela. Senza questo sentire e questo vivere la famiglia patriarcale non avrebbe potuto reggersi in piedi. ANNITA - Anche ai tempi di Gostino le famiglie si sfasciavano se il capoccia, nel fare le spese, dava la precedenza alla propria moglie e ai suoi figli nei confronti ad esempio della moglie e dei figli del fratello. Il lavoro apportato dai singoli membri della famiglia era differente, perché diversa era la capacità lavorativa, ma il trattamento doveva essere uguale, tenuto conto naturalmente delle varie necessità dovute all’età e al sesso e, soprattutto, alle condizioni di salute. Qualche volta lo zio pinzo, dopo la morte del padre, era - se così si può dire - eletto capoccia, anche se non era il maggiore, perché dava garanzia ai fratelli sposati di essere imparziale con tutti, dato che non aveva figlioli da preferire. MARCELLO - Forse per tutte queste ragioni Gostino lavorava come un ciuco, ma non era infelice. MARCELLA - Forse si può anche dire che era felice. MARCELLO - Gostino era anche molto stimato dalla gente perché sapeva curare alcune malattie e a lui ricorrevano in tanti. Per queste piccole prestazioni non chiedeva nulla, ma qualcuno gli lasciava qualche soldo che non finiva nella cassa della famiglia, per cui aveva da parte una piccola somma di denaro. Sapeva tutto, molto più degli altri contadini, sulle erbe medicinali e non si sa dove e come aveva imparato. La sua specializzazione era però quella di curare l’eczema, una malattia della pelle allora tanto diffusa; come parecchia altri poi “segnava” le “resipole”, che erano dei gonfiori che si formavano in vari punti del corpo; con un anello faceva dei cerchi intorno alla risipola e pronunciava delle parole di cui non ricordo il senso. Le risipole poco dopo si sgonfiavano. Forse si sarebbero sgonfiate ugualmente senza essere segnate, perché probabilmente si trattava di una malattia di breve durata che non aveva bisogno di alcuna cura. MARCO - Molte zitelle si rifugiavano nella religione. Non so se questo avveniva anche per gli zii pinzi e per Gostino. Cosa ci puoi dire? MARCELLO - Gostino aveva tanto da lavorare che non aveva bisogno e nemmeno la possibilità di frequentare parecchio la chiesa; ci andava come gli altri uomini, non di più. Semmai la sua particolarità era quella di non bestemmiare, nonostante che in casa sua la bestemmia fosse una radicata abitudine. Bestemmiavano tutti gli uomini e anche la cognata maggiore che, come massaia, avrebbe dovuto badare alle faccende domestiche ma che invece non disdegnava lavorare anche nei campi. Bestemmiare da parte dei contadini era cosa normale, di cui nessuno si meravigliava, anche se il record della bestemmia spettava ai muratori e ai barrocciai. Eccezionale era invece il fatto che una donna bestemmiasse. Della cognata la gente diceva:
E in verità nei suoi comportamenti sul lavoro e con la gente era più scaglionata di un uomo: ma si trattava soltanto di uno aspetto esteriore perché nella sostanza era una buona donna e non le mancavano, anzi ne aveva in abbondanza, gli attributi femminili. Inoltre il fatto che, come diceva, gli scappassero delle bestemmie non le impediva di andare regolarmente in chiesa e soprattutto di essere credente, anzi la bestemmia era un aspetto del suo credere: gli sembrava giusto rifarsela con la deità quando le cose non andavano per il verso dovuto. Questo, del resto, era la giustificazione di tutti i bestemmiatori credenti. Gostino sembrava quasi scusarsi di non bestemmiare; scherzando diceva che nella sua famiglia ci voleva qualcuno che compensasse le bestemmie della cognata, che erano un di più di quelle consentite da Dio, e lui si era sacrificato per il bene di tutti. In verità quando si arrabbiava l’eco delle bestemmie degli altri era così forte che lui riusciva soltanto a sostituire i moccoli con espressioni che erano quasi delle preghiere perché i nomi d’Iddio, di Gesù, della Madonna e dei santi erano seguiti da “bono”. Se l’arrabbiatura era più grossa lasciava però gli aggettivi delle bestemmie “tradizionali” e storpiava i nomi, tipo maremma …, bambino … .Era evidente il grande sforzo per arrivare a tanto e, almeno per questo e non soltanto per questo, credo proprio che San Pietro, dopo la sua morte, gli abbia destinato in Paradiso un posto privilegiato. E la sua morte, purtroppo, avvenne all’età di 56 anni, vittima della malattia più comune fra i contadini: la polmonite. La notizia arrivò velocemente anche alle case più sperdute. Era questo un fatto del tutto normale quando moriva all’improvviso o quasi un uomo o una donna ancora giovane. Si riusciva allora a mettere in moto un meccanismo spontaneo di comunicazioni che, pur non avendo telefoni e automobili a disposizione, superava agevolmente le non piccole distanze fra le case coloniche e i paesi. Chi aveva occasione di spostarsi dal podere e incontrava altre persone per prima cosa domandava:
Ma c’era anche chi, uomo o donna, faceva a piedi parecchi chilometri proprio per andare a informare una famiglia amica che viveva più isolata e più lontana. Infine le campane che sonavano a morto mettevano all’erta chi ancora non sapeva e questo chiamava a gran voce da poggio a poggio fintanto che non aveva risposte.
Oggi la televisione c’informa degli avvenimenti in capo al mondo ma non funziona più la rete d’informazione locale e ci capita di non sapere che cosa è successo in paese o a pochi chilometri di distanza. MARCELLA - Certo non è più come una volta, ma mi pare che anche nelle più grandi città della Toscana, dove tanti sono gli ex contadini, si siano conservate in questo le vecchie abitudini e la circolazione delle notizie locali, anzi microlocali, sia ancora molto viva. Non è così nelle grandi metropoli, ad esempio negli enormi alveari di Roma, dove i vicini si scambiano a malapena e solo per educazione il buon giorno quando si incontrano per le scale e i cadaveri vengono trasportati in gran silenzio, forse per non aggiungere un piccolo frastuono al grande frastuono delle automobili e della televisione. MARCELLO - Allora la morte di Gostino mise a rumore tutta la comunità; voglio dire che il compianto fu generale. Le donne che da giovane non era riuscito ad avvicinare e a godere lo piansero sinceramente e a lungo. La nuora più giovane (ma oramai anche lei si avviava verso la vecchiaia) e verso la quale Gostino aveva avuto moti di simpatia, pianse più di tutti. Diceva: - Era un uomo tanto bono. E così dicevano e confermavano tutti i parenti, gli amici e i conoscenti. Ma forse lei aveva motivo di piangere di più perché ricordava il suo amore non consumato. Il funerale fu uno dei più grandi che mai ci fossero stati da quelle parti. Oltre al solito popolo della parrocchia e ai parenti, arrivarono parecchi contadini di altri popoli che l’avevano conosciuto come medico popolare. Nella piccola chiesa si levarono altissimi i canti in onore del defunto non solo perché tante erano le persone, ma anche perché più alte si levarono le voci. Il prete di meravigliò di tanta partecipazione e si sforzò di dire qualcosa di più delle parole che con monotonia ripeteva a ogni funerale. Disse: - Gostino è volato in paradiso. I malati non possono più chiamarlo al loro capezzale. Ma lui dal cielo ci può aiutare ancora di più. A me, in quel momento, mi sembrò quasi un santo e fece questo effetto a molti. Forse qualcuno poteva cominciare il culto di Sant’Agostino contadino. Ma forse finì lì. Anzi, Gostino fu scordato subito: fratelli, cognate e nipoti avevano altre cose da pensare e poi, se da vivi nella famiglia contadina tutti erano uguali perché tutti dovevano mangiare, bere e vestirsi, da morti si ristabiliva una specie di gerarchia secondo il grado di parentela e i lumi e i fiori alla tomba dei genitori erano e sono portati molto più a lungo che a quella degli zii. E poi quelli che cadevano malati preferivano rivolgersi ai medici veri o a medici popolari vivi o raccomandarsi a santi collaudati. A ripensarci bene il culto di Sant’Agostino contadino non era possibile. I santi valgono molto per la loro rarità. Di Agostani contadini da noi ce ne sono stati tanti, forse troppi. MARCO - Gli zii pinzi erano press’a poco tutti come Gostino? MARCELLO - Naturalmente ogni zio pinzo aveva una sua storia e un suo carattere, ma per dare un’idea credo di poter dire che della specie di Gostino erano fino a cinquant’anni fa non meno dell’80%. L’altro 20% era formato dai tipi più diversi. Dagli handicappati, ai raffinati Don Giovanni, agli squilibrati. Il tratto a tutti comune era quello di essere utili ala famiglia di appartenenza perché, più o meno, tutti lavoravano e producevano più di quanto consumavano. Gli stessi handicappati venivano impiegati nel lavoro a loro più adatto, come ad esempio quello di badare le pecore. E questo lavoro gli era utile nel senso che rendeva meno difficile la loro vita e, del resto, il rendimento nel lavoro era più che sufficiente. Ho conosciuto un handicappato che non era capace di contare la quindicina di pecore che gli erano affidate, ma le conosceva una per una per cui si accorgeva se qualcuna di loro si allontanava, era cioè un buon sorvegliante, un sorvegliante migliore di noi ragazzi spensierati e distratti da altre cose. I Don Giovanni riuscivano fin tanto che erano giovani a racimolare donne… STEFANO - Magari le cognate! MARCELLO - Può darsi ma, ripeto, a me manca in proposito qualsiasi notizia. Del resto i Don Giovanni, se non si contentavano di donne molto anziane, perdevano presto fra le donne giovani ogni attrattiva: lo stato di pinzo era a tal fine una specie di handicap. Preferivano gli uomini ammogliati. C’erano infine quelli che si atteggiavano a ribelli e che, contrariamente a gostino, gli pesava l’essere il ciuco della famiglia. Ho conosciuto un tipo curioso che si chiamava Giocondo (anche lui è morto). Quando si capitava a casa sua e era l’ora del segato… MARCELLA - Che cos’è? MARCELLO - Fare il segato significava far girare una grande e pesante ruota che portava una lama per tagliare una piccoli pezzetti erba fresca, fieno e paglia mescolati fra loro per poi darli a mangiare ai bovini. Con questo sistema si riusciva a far mangiare gli animali paglia e fieno scadenti perché triturati e mescolati con la buona erba fresca diventavano appetitosi; inoltre il sistema consentiva di evitare sperperi perché il bestiame, a differenza di quanto succedeva con i foraggi interi, mangiava completamente questo preparato. Ma era un lavoro faticoso e ci volevano almeno due uomini. Il capoccia chiamava a gran voce Giocondo per fare il segato ma il pinzo, specialmente se c’era gente estranea, dava in escandescenze e diceva, anzi gridava:
Il capoccia rispondeva gridando ancora più forte:
E il pinzo si convinceva a faticare intorno al falcione. Questa storia si è ripetuta in continuazione, senza che Giocondo si decidesse ad andarsene. Andarsene avrebbe significato vivere solo e andare a fare il bracciante con un lavoro saltuario. In genere la soggezione dei pinzi nei confronti degli altri familiari era ancor più grande quando si trattava di persone di intelligenza corta. Sentite questa. Un certo zio pinzo che tutti chiamavano Mone (credo diminutivo di Simone) si fratturò un braccio durante la vendemmia. Chiese al fratello capoccia di essere accompagnato all’ospedale, ma il fratello disse con grande sicurezza:
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Ultimo aggiornamento 30/01/02- Pagine web a cura di Luca Robustelli