Convegno "Ambiente,Caccia e la gestione del territorio"
Sintesi degli interventi dei relatori a cura di Luca Robustelli - Ultimo aggiornamento 22/02/01
FABIO RENZI (Segreteria Nazionale Legambiente)
Legambiente per la conservazione della fauna selvatica
GIAMPIERO
SAMMURI – Presidente del Parco Regionale
della Maremma
La gestione faunistica fuori e dentro le aree protette è condizionata da una serie di interessi divergenti che sono a loro volta condizionati dai naturali spostamenti della selvaggina:
- alcuni vorrebbero più fauna ovunque;
- altri vorrebbero più fauna ovunque ma solo in determinati periodi (venatori);
- altri ancora vorrebbero l'incremento della piccola selvaggina stanziale e la forte riduzione degli ungulati.
Non dimentichiamo poi che esistono le Aziende Faunistiche - Agrituristiche Venatorie che incidono notevolmente nel panorama venatorio, ma non hanno alcun interesse alle politiche di gestione della selvaggina sul territorio libero.
Una gestione delle risorse faunistiche che non tenga conto delle varie posizioni crea tensioni, particolarmente evidenti per quanto riguarda il risarcimento dei danni causati dalla selvaggina.
Nelle aree protette l'ente gestore risarcisce i danni, ma se la selvaggina, normalmente residente nell'area protetta, causa dei danni nel territorio libero, l'ente competente per il risarcimento diventa l'Ambito Territoriale di Caccia (ATC).
Con gli attuali strumenti normativi l'ATC non può intervenire sulla fauna residente nell'area protetta, il gestore dell'area protetta non può intervenire nel territorio libero. E' evidente che la mancata costituzione delle Aree Contigue previste dalla legge 394/91 accresce le difficoltà di gestione e accentua i conflitti.
Nella Provincia di Siena nel quinquennio '95-'00 sono stati risarciti danni causati dalla fauna selvatica per circa 4 miliardi, di questi il 76% è stato provocato dagli ungulati. Se consideriamo queste cifre su scala nazionale (indicativamente 4Mil. x 104 Province = 416 Miliardi in 5 anni) possiamo comprendere che somme rilevanti vengono sottratte a piani di intervento improntati ai principi di una gestione oculata ed etologicamente corretta.
La gestione della fauna selvatica nel Parco della Maremma prevede, per il controllo degli ungulati, la cattura dei cinghiali e il prelievo tramite selecontrollori degli altri ungulati. E' bene sottolineare che il concetto di prelievo e del tutto diverso da quello di caccia, in quanto il selecontollore NON entra in possesso della selvaggina abbattuta (che resta di proprietà del Parco) ed è tenuto alla stretta osservanza dei programmi di abbattimento del Parco. I programmi di abbattimento sono affiancati da misure di prevenzione mirate a limitare i danni, quali le recinzioni elettrificate e le più impattanti recinzioni a maglia sciolta.
Riteniamo che questi metodi siano ecologicamente ed etologicamente corretti, economicamente sostenibili, socialmente proficui.
(Presto altri approfondimenti)
FRANCO PERCO –
Comitato Scientifico Habitat
Pronta caccia: non ci sono più scuse! Tutti gli studi hanno dimostrato che la tecnica dell' immissione sul territorio di fauna pronta caccia è ecologicamente insostenibile, ha negative ripercussioni sull' etica della caccia. Questa pratica crea più danni che "vantaggi". Allora perché si continua con massicci interventi di questo genere?
Zone di Ripopolamento e Cattura (ZRC): un controsenso della gestione faunistico-venatoria. Le ZRC forniscono in Italia x capi di fagiani e lepri, alla cattura abbiamo x-1 a causa delle perdite da stress, alla liberazione x-1 si riduce ulteriormente per le difficoltà ambientali che incontra l'animale rilasciato.
Allora perché non ucciderli sul posto?
(Presto altri approfondimenti)
ENZO VALBONESI - Presidente Federazione Nazionale Parchi e Riserve Naturali
Una gestione dei Parchi incentrata sul principio della conservazione statica degli ecosistemi è oggi considerata miope, una gestione attuata su principi evolutivi e sistemici è invece considerata oculata e lungimirante. La legge 394/91 art. 32 prevede la perimetrazione da parte delle Regioni delle Aree Contigue (zone soggette a regime concertato di gestione), ma a nove anni dal varo della legge questo strumento non è applicato e causa profondi contrasti nelle popolazioni residenti, conflittualità tra gli enti gestori, enormi perdite economiche di denaro pubblico. La situazione potrebbe essere corretta, rivedendo l'art.32 e prevedendo l' istituzione di una Conferenza nazionale degli ATC chiamati a concertare, con i soggetti gestori dei parchi, politiche di gestione di ampio respiro. Vedi il Programma d’azione del progetto APE - Appennino Parco d’Europa (marzo 2000).
Sono costretto a difendere le mie posizioni dalla petizione lanciata dalla LAC che mi ha fatto recapitare 120 e-mail negli ultimi giorni. La petizione afferma che ci sia la volontà di aprire la caccia nei parchi, questa è un interpretazione distorta delle mie dichiarazioni. L'associazione di parchi che rappresento ha approvato un documento nel quale intende promuovere una gestione della fauna più omogenea su tutto il territorio. Oggi la caccia fuori dai parchi è gestita dagli ATC e pertanto è con questi soggetti che si dovrebbero concertare programmi di abbattimento selettivo, correttamente definiti sulla base di parametri biologici e razionali, attuati e controllati, come ha già dichiarato Franco Perco, in molteplici occasioni.
L'accusa è strumentale e non esiste nessuna "trattativa privata" per l'apertura della caccia nei parchi! La proposta semmai va intesa come il tentativo di attuare una gestione faunistica che offra maggiori possibilità di intervenire sulle popolazioni di ungulati che, in certe aree, stanno raggiungendo alte densità e causando gravi conflitti con le popolazioni (umane) residenti in prossimità delle aree protette. Chiaramente il nostro obiettivo è di programmare esclusivamente interventi di caccia di selezione nelle aree contermini ai parchi, in accordo con gli ATC e i Comprensori Alpini. Per organizzare interventi di questo genere sarà necessario attuare nuove perimetrazioni delle zone in cui effettuare le indagini faunistiche necessarie alla stesura dei piani di abbattimento. Questo passo, in alcuni casi, potrebbe comportare la revisione dei confini dei parchi, ma complessivamente estenderebbe la superficie di territorio coerentemente gestito almeno sotto il profilo faunistico-venatorio. Dobbiamo tutti ricordare che il Parco del Silente Velino ha subito il taglio di 9000 ettari per non essere riuscito a gestire le popolazioni di cinghiale. Pertanto, ad esempio, se un parco di 10000 ettari, dove la caccia è e rimarrà vietata, dovesse perderne 1000, ma riuscire a conquistare 7000-8000 ettari di gestione venatoria controllata nel suo insieme, si avrebbe in ogni caso un bilancio positivo per l'Ambiente.
Per completezza riportiamo
l'articolo "E'
NECESSARIO UN PASSO IN AVANTI NEL RAPPORTO TRA PARCHI ED ATC"
Ringrazio, anche da parte del
nostro Direttore generale, di essere stato invitato a parlare in questa sede.
Presso il Ministero per le
Politiche Agricole mi occupo del Nucleo
Nazionale Antibracconaggio del Corpo Forestale dello Stato: tale posizione mi
consente di avere una visione privilegiata di questo fenomeno su scala
nazionale.
Il mio intervento vuole segnalare
che il fenomeno del bracconaggio in Italia non è affatto in declino, ci sono
situazioni nuove, di cui veniamo a conoscenza quotidianamente, che ci fanno capire di essere di fronte
ad un fenomeno in espansione.
La gestione faunistica, come hanno
esposto gli altri relatori, necessita di conoscenze sulle dinamiche delle
popolazioni, e così è anche per il bracconaggio che, abbiamo ragione di
credere, sia un fenomeno da studiare e combattere con sempre maggiore impegno, poiché i dati in nostro possesso
dimostrano che, almeno in alcune aree, questo fenomeno influenza fortemente le
dinamiche faunistiche e sociali.
Vi porto alcuni esempi di
bracconaggio che abbiamo accertato nel corso del 2000:
nelle Prealpi bresciane assistiamo ad una forte pressione sui piccoli passeriformi, sia protetti che non, catturati con strumenti vietati denominati “archetti”;
nella zona di Reggio Calabria assistiamo ad una forte
pressione sia sui grandi mammiferi predatori che sui rapaci, in particolare sul Falco pecchiaiolo,
detto Adorno, che è legato a ben noti fatti di costume della società;
nella Maiella pochi mesi fa abbiamo trovato un’orsa morta
in un laccio;
nell’Appennino centrale assistiamo all’incremento
dell’uso di bocconi avvelenati sia con antiparassitari che con la più rara
stricnina, l’azione è rivolta a tutta la fauna selvatica (lupo) o
inselvatichita (cane), definibile “necrofora”, ma ricade anche sui grandi
rapaci; a questo dobbiamo sommare un elevato numero di reati a danno degli
ungulati catturati con i lacci;
nelle zone umide del delta del Po, alto Lazio e Puglia un fenomeno in forte espansione
è quello dell’uso di richiami elettromeccanici vietati;
in Veneto è stato da pochissimo tempo individuato un
commercio illecito di Beccacce provenienti dall’est europeo e destinato alle
tavole di numerosi ristoranti;
per terminare devo segnalare che, ogni anno,nelle piccole
isole del Mediterraneo, in periodi di caccia chiusa, si verificano tali stragi
di selvaggina migratoria che il
nostro Nucleo ha istituito un servizio particolare sull’isola di Palmarola:
qui stazionano i nostri uomini e la loro presenza scongiura questi fenomeni, ma
riferiscono che dalle altre isole dell’arcipelago si sente costantemente
sparare.
Un altro dato importante che posso fornire è che circa il 95% dei casi di bracconaggio accertati è imputabile a persone in possesso della licenza di porto d’armi.
Questo significa principalmente due
cose: la prima è che chi esercita questa attività illecita è anche un
cacciatore; la seconda è che chi esercita questa attività senza la licenza di
porto d’armi è molto più difficile da individuare con i mezzi di cui oggi
disponiamo.
Il Nucleo antibracconaggio si trova
costantemente a fare i conti con un organico insufficiente e mezzi inadeguati ad
affrontare il fenomeno; basti pensare che i fondi stanziati nella passata finanziaria non sono mai
arrivati a destinazione e, malgrado le promesse, sembra che non arriveranno
neanche con la prossima.
Questo mio breve rapporto vuole essere solo una panoramica della situazione sul territorio nazionale, ma un dato è incontrovertibile: il fenomeno sociale del bracconaggio dovrebbe essere affrontato con maggiore incisività adeguatezza di mezzi, dentro e fuori dalle aree protette.
PROSSIMAMENTE LE SINTESI DI:
SILVANO
TOSO (INFS)
VEDI PROGRAMMA del Convegno
VEDI DOCUMENTO
CONGIUNTO
APE "Appennino Parco d’Europa" l sistema delle aree naturali protette e la Rete Ecologica Nazionale. (Settembre 2000)
Le opinioni che abbiamo ricevuto
[GUARDIE AMBIENTALI VOLONTARIE - SERVIZIO VIGILANZA AMBIENTALE].