Documento distribuito al Convegno "Ambiente,Caccia e la gestione del territorio" 2001
Legambiente per la conservazione della fauna selvatica
Negli ultimi anni è notevolmente cresciuta l'azione di Legambiente per la salvaguardia dello straordinario patrimonio faunistico presente nella nostra penisola, che raccoglie, in quanto a diversità, più di un terzo delle specie presenti in Europa. L'azione di Legambiente è stata essenzialmente volta a migliorare la gestione dei territorio per ridurre il degrado degli habitat necessari alla sopravvivenza delle diverse specie ed a favorire quelle attività umane tradizionali e a basso impatto sull'ambiente che consentono una tutela e uno sviluppo duraturo.
Legambiente ritiene che per raggiungere questi obiettivi è necessaria l'attuazione di piani di conservazione e di sviluppo su vasti sistemi territoriali, frutto della condivisione di responsabilità tra i diversi attori istituzionali e basati sulla integrazione delle politiche di assetto e di gestione dei territorio e dell'ambiente.
Con quest'ottica Legambiente tende ad affrontare le tematiche relative alla convivenza fra fauna selvatica e le attività dell'uomo legate all'ambiente naturale, con l'obiettivo di trovare soluzioni in grado di realizzare nuovi e più avanzati equilibri, attraverso l'attuazione di interventi concreti come ad esempio il progetto Life- Natura "Conservazione dei lupo e dell'orso nei nuovi parchi nazionali centro-appenninici", nell'ambito del quale si realizzano azioni a favore della pastorizia, come la consegna di cuccioli di pastore mastino abruzzese per la difesa delle greggi, e per la puntuale conoscenza e gestione del fenomeno del randagismo.
Legambiente, che fa parte dei Consigli direttivi di molti Parchi Nazionali e degli organi di gestione di Riserve Marine, Parchi e Riserve Regionali, è presente in quasi tutte le regioni con propri rappresentanti negli organi di gestione dell'attività venatoria (Ambiti Territoriali di Caccia, Comprensori Alpini, Consulte Faunistico-Venatorie o per la Pesca, regionali e provinciali) e gestisce 39 aree protette naturali.
Priorità di conservazione dei patrimonio faunistico italiano
Lo stato dell'arte sulla fauna selvatica italiana dice che questa è rappresentata da 57.422 specie, di cui 56.168 Invertebrati e 1.254 Vertebrati, con la presenza di una grande varietà di endemismi.
Nonostante la rilevanza di questo patrimonio naturale, non si è ancora in possesso di un'adeguata conoscenza di base sulla presenza, consistenza e distribuzione di un gran numero di specie e ancor meno si sa sulle popolazioni più a rischio.
Le principali cause che minacciano la
fauna italiana derivano innanzi tutto da uno squilibrio nel rapporto
uomo-ambiente e, come nel resto del pianeta, dalla conseguente, veloce,
scomparsa,frammentazione e degrado degli habitat e dalla contestuale
introduzione di specie esotiche (Red List of Threatened Species - IUCN,
2000).
La scarsa conoscenza di buona parte del mondo politico ed istituzionale dell'importanza di conservare e valorizzare una tale ricchezza in biodiversità, determina di fatto una gestione della fauna selvatica che invece di unire i principi della conservazione alle esigenze della gestione, è troppo spesso guidata dalle pressioni della parte più arretrata del mondo venatorio e della pesca che dimostrano una visione esclusivamente localistica e consumistica dei patrimonio faunistico.
Definire una legge per la tutela della fauna selvatica
L'Italia ha sottoscritto numerose Convenzioni e Direttive di rilevanza internazionale per quanto riguarda la salvaguardia del patrimonio di fauna selvatica presente temporaneamente o stabilmente sul proprio territorio nazionale (Convenzione sulla Biodiversità, Convenzione sul Commercio Internazionale di fauna e flora protetta - CITES, Convenzione di Bonn, Convenzione di Barcellona, Convenzione per la protezione delle Alpi Convenzione di Berna, Direttiva Uccelli Selvatici n. 79/409/CEE, Direttiva Habitat n. 92/43/CEE).
Pur tuttavia manca a tutt'oggi una legge quadro per la tutela e la gestione della fauna selvatica, con il risultato di una minore chiarezza sulle competenze e responsabilità, facendo spesso venir meno il necessario coordinamento fra soggetti pubblici e privati e rendendo più difficile l'applicazione delle misure per la conservazione della biodiversità animale nella nostra penisola.
Per questo Legambiente, sulla base di differenti contributi e prendendo a riferimento la proposta di legge elaborata dalla Commissione Fauna del Ministero dell'Ambiente nel 1992, ha redatto una proposta di legge quadro per la tutela del patrimonio faunistico. Questa proposta di legge si basa sui seguenti principi generali:
la tutela della biodiversità animale presente in Italia;
l'individuazione delle specie di fauna selvatica presenti in Italia e la salvaguardia di quelle particolarmente a rischio anche a livello di singole popolazioni;
la salvaguardia dell'integrità genetica delle specie di fauna selvatica italiana e di loro popolazioni riconosciute di particolare interesse;
la redazione di piani gestione e controllo per le specie estranee alla fauna selvatica italiana e le specie problematiche.
La proposta di Legambiente prevede espressamente il coordinamento tra i differenti livelli della Pubblica Amministrazione per la tutela della biodiversità animale e la pianificazione e gestione delle specie esotiche e le problematiche.
Fermare il degrado e la frammentazione degli habitat
Una priorità assoluta, condivisa a livello internazionale, è quella di intervenire sull'ambiente per creare corridoi biotici che permettano un flusso genico fra le diverse metapopolazioni animali. E' dimostrato infatti che gli interventi di miglioramento ambientale sono il miglior strumento di
conservazione della fauna selvatica.
Le linee principali per l'attuazione di una strategia italiana finalizzata a contrastare la frammentazione degli habitat sono:
la realizzazione della "Rete Ecologica Nazionale", formata dal sistema delle Aree protette indicate nell'elenco ufficiale della legge 394/91, dai Siti d'importanza Comunitaria (SIC), dalle Zone di Protezione Speciale (ZPS) e dalle grandi aree di connessione, che corrispondono a circa il 20% del territorio nazionale (6.750.000 ha). Tale territorio comprende: 2.750.200 ha. delle aree protette, 2.000.000 ha. dei SIC e delle ZPS (escludendo le aree ricadenti nelle aree protette), circa 500.000 ha delle aree contigue e quasi 1.500.000 ha dei corridoi di connessione (ambiti fluviali di pregio, zone montane e ambiti di paesaggio più integri e sensibili).
lo sviluppo e la realizzazione di progetti
riferiti ai grandi sistemi ambientali e territoriali dei Paese (ALPI
- Convenzione delle Alpi, APE - Appennino Parco d'Europa, CIP
- Coste Italiane Protette, PO - Progetto per il Bacino del Po, ITACA
- Progetto per le Piccole Isole).
l'istituzione delle aree contigue, strumento importante per il coordinamento e la continuità della corretta gestione della fauna selvatica nelle aree protette e nelle aree esterne;
la
realizzazione di interventi di miglioramento ambientale, utilizzando
fondi comunitari per la conversione al biologico, per il ripristino delle
zone umide, la destinazione di colture a basso valore commerciale, la
piantumazione di cespugli, di siepi, di alberi da destinare ad alimentazione
e come sito di nidificazione, di colture a perdere, ecc. (L.N.
2078/92, 2080/92, 157/92) e Life (Direttiva Habitat e Uccelli);
la realizzazione di interventi per ridurre l'impatto negativo sulle popolazioni animali determinato dalle infrastrutture antropiche.
I soggetti istituzionali responsabili del patrimonio faunistico italiano sono: il Ministero dell'Ambiente e le Regioni, soprattutto per quanto attiene alla programmazione; le Aree Protette, le Province, gli ATC, i CA, i Comuni e le Comunità Montane per quanto attiene alla gestione. Molti dei SIC e delle ZPS, le aree contigue e i corridoi di connessione ricadono negli Ambiti Territoriali di Caccia (ATC) e nei Comprensori Alpini (CA) a conferma dei valore naturalistico e faunistico di tali territori e dell'importanza della partecipazione di questi organismi di gestione della fauna selvatica alla politica nazionale di conservazione della natura.
A quasi dieci anni di distanza
dall'approvazione della 394/91 che prevedeva l'istituzione delle aree
contigue dobbiamo prendere atto che solo in alcune sporadiche realtà questo è avvenuto. Riteniamo che le motivazioni che portano la legge 394/91 a prevederne l'istituzione permangano a tutt'oggi pienamente condivisibili e valide. In queste aree, inoltre, il prelievo venatorio deve essere effettuato solo sulla base della dimensione delle popolazioni naturali e devono essere assolutamente vietate le immissioni "pronta caccia" o "pronta pesca".
Per raggiungere queste finalità è evidente che non è necessario un nuovo intervento legislativo, ma occorre costruire accordi volontari tra i differenti soggetti coinvolti nella gestione della fauna selvatica (Aree protette, ATC, CA, Province, Comuni e
Comunità Montane). Le modalità con cui costruire gli accordi volontari e arrivare alla istituzione delle aree contigue possono essere diverse: le aree contigue potranno in alcuni casi corrispondere ad un unico ATC o CA, in cui l'attività venatoria è permessa ai residenti dei comuni dell'arca protetta e dell'area contigua o, dove le aree contigue non siano state istituite e sono comprese in ATC o CA già istituiti, la caccia potrebbe essere permessa sulla base della "residenza venatoria", attraverso una scelta esclusiva e commisurata al territorio, che nel rispetto dei residenti anagrafici consentirebbe il coinvolgimento anche di altri iscritti all'ATC o al CA. Il risultato importante è arrivare ad istituire le aree contigue e dar vita alla loro funzione di raccordo e di continuità nella gestione del patrimonio faunistico all'interno ed all'esterno delle aree protette. A questo fine sono da rimarcare tutte quelle soluzioni che permettano di estendere l'azione degli organismi di gestione delle aree protette su queste aree, in particolare quella di pianificazione.
Pianificare gli interventi sulle
popolazioni animali
La condivisione di responsabilità
deve a nostro avviso raggiunge come primo obiettivo quello di coordinare
gli interventi di gestione del territorio e sulle popolazioni animali. La
mancanza di una pianificazione condivisa fra le diverse istituzioni che
operano interventi sul territorio e sulla fauna selvatica (Ministero
dell'Ambiente, Regioni, Province, Enti gestori di aree protette, Comuni,Comunità
Montane, ATC, CA), oltre a minacciare la sopravvivenza di numerose specie,
determina un rapporto costi - benefici del tutto fallimentare.
Al riguardo è esemplificativa la spesa di decine di miliardi fatta ogni anno in Italia per l'acquisto, il trasposto e il rilascio di milioni di animali a scopo venatorio e per la pesca nelle acque interne, mentre contemporaneamente le stesse amministrazioni spendono altri miliardi per l'indennizzo dei danni provocati dalla fauna selvatica, gli interventi di controllo, i costi connessi con la diffusione di malattie agli animali domestici e selvatici, trasmessi proprio dalle specie immesse, quale ad esempio i cinghiali.
Per questo Legambiente ritiene
fondamentale la realizzazione della Conferenza degli ATC che insieme alle aree protette possano corrispondere a questa esigenza di
pianificazione e gestione faunistica in riferimento ai sistemi ambientali del
nostro Paese.
E' importante citare tra le iniziative intraprese al fine di coordinare ed avviare azioni sinergiche tra i diversi enti nell'ambito della gestione della fauna selvatica il documento redatto dalla Federazione Italiana dei Parchi e delle Riserve Naturali che testimonia come su tali tematiche nel mondo delle aree protette vi sia già la giusta sensibilità e che da forza al ruolo che le aree protette devono avere nella copianificazione della gestione della fauna selvatica nelle aree contigue.
Legambiente sostiene che la corretta gestione della fauna selvatica deve prevedere la condivisione degli interventi sulla base dei seguenti principi:
1- l'applicazione
delle indicazioni che emergeranno dalla base conoscitiva di Carta della
Natura e dalle altre banche dati naturalistiche;
2- l'individuazione
e la realizzazione di piani d'azione nazionali specie-specifici;
3- la realizzazione di studi di fattibilità che valuti gli effetti sulle popolazioni oggetto di interventi e sull'ambiente, come indicato anche nelle "Linee guida sulle immissioni
faunistiche" dall'Istituto Nazionale per la Fauna Selvatica (INFS);
4- il divieto di rilasci di fauna selvatica "pronta caccia" o "pronta pesca" che minacciano la sopravvivenza di un gran numero di specie o sottospecie autoctone e endemiche;
5- la formazione di specifico personale tecnico addetto alla gestione della fauna selvatica negli Enti pubblici e negli ATC e CA.
Attenuare
i conflitti fra conservazione della biodiversità e attività antropiche
Parallelamente agli interventi finalizzati ad incrementare c/o mantenere la consistenza delle popolazioni animali, vanno effettuate tutte quelle azioni volte a diminuire il conflitto fra specie selvatiche e attività economiche tradizionali, a basso impatto ambientale, adottando metodi per la prevenzione dei danni e effettuando la pianificazione degli interventi sulle popolazioni animali.
Nelle aree protette questi conflitti sono talvolta fortemente sentiti dalla popolazione locale, ma la soluzione NON è l'apertura della caccia. La posizione di Legambiente su questo punto è, ed è sempre stata, sempre chiara: basti citare a titolo d'esempio il voto sempre contrario del rappresentante di Legambiente nel Consiglio Direttivo del Parco nazionale dell'Arcipelago Toscano sulla scelta di consentirne all'interno le battute al cinghiale.
Lo strumento corretto che gli Enti gestori delle aree protette possono utilizzare è invece, laddove necessario, il controllo delle popolazioni animali, basato sulla realizzazione di piani specie- specifici che tengano conto di una solida conoscenza della densità della popolazione, dell'attuazione preventiva di ogni metodo di prevenzione dei danni alle colture e agli ecosistemi, del minimo disturbo alle diverse componenti naturali e di metodi di prelievo selettivo.
Per prevenire le potenziali occasioni di
conflitto fra conservazione delle specie animali selvatiche e attività
antropiche va sottolineato che occorre che gli Enti gestori delle aree
protette, insieme alle Province, agli ATC, ai CA, ai Comuni e alle Comunità
Montane realizzino piani di gestione, territorialmente
coordinati, per le specie animali "problematiche", discussi e
condivisi con la popolazione interessata.
Anche al di fuori delle aree protette, infatti, i conflitti fra conservazione e attività antropiche sono spesso problematici. Un caso emblematico, è stato il conflitto nato fra
l’attività di acquacoltura estensiva effettuata da cooperative di pescatori nelle lagune costiere dell'oristanese e la presenza di popolazioni di Cormorani, notevolmente aumentati negli ultimi vent'anni in seguito all'adozione di misure di tutela (Direttiva Uccelli n.79/409/CEE). Legambiente, in un convegno organizzato nel 1997 in collaborazione con la Legapesca, pose "attenzione sulla necessità di istituire un Osservatorio tecnico-scientifico per coordinare gli interventi di contenimento, in modo da minimizzare l'impatto sulle componenti dell'ecosistema lagunare e di effettuare un coordinamento con il piano di gestione della specie a livello europeo, senza la necessità di "rimuovere" la specie stessa dall'Allegato 1 della Direttiva Uccelli, che ne vieta la caccia.
Riflessione critica sulle attuali modalità di gestione della caccia e della pesca
A tutt'oggi solo una parte del mondo venatorio e della pesca si pone l'obiettivo di commisurare la caccia e la pesca alle dimensioni delle popolazioni animali selvatiche, basando il prelievo sul surplus delle popolazioni stesse, senza compromettere gli equilibri naturali.
La parte, più arretrata e ignorante, del
mondo venatorio e della pesca continua invece a chiedere che caccia e pesca siano gestite e
improntate su orientamenti esclusivamente consumistici, che hanno già
visibilmente dimostrato l'insostenibilità per le popolazioni animali
selvatiche. Queste stessa parte continua inoltre a spingere per una
riperimetrazione decurtativa delle aree protette con il solo fine di
aumentare la superficie dove esercitare la caccia e la pesca con tali modalità.
Anche l'operato di molti Comitati di gestione degli ATC già istituiti è fortemente contestati in quanto tali Comitati si sono limitati al perpetuare le immissioni "pronta caccia" e/o "pronta pesca", hanno mantenuto il nomadismo venatorio o addirittura indicato nel turismo venatorio una strada proponibile e praticabile.
Nei confronti di tale approccio la critica di Legambiente è totale, ed in particolare sulle seguenti modalità di gestione dell'attività venatoria:
è attualmente effettuata in larga parte con modalità incompatibili con la conservazione della fauna selvatica;
non è stato costruito un buon rapporto
cacciatore-territorio, soprattutto
perché in molte regioni
gli ATC sono pochi e troppo estesi;
i calendari venatori dimostrano apertamente di essere solo il risultato delle istanze venatorie più arretrate e non il frutto della conoscenza e della volontà di una corretta gestione del patrimonio faunistico nelle diverse regioni;
Per quanto riguarda la pesca, Legambiente contesta in particolare:
le immissioni di specie alloctone nei nostri corsi d'acqua, anche nei laghetti artificiali che non sono isolati dai bacini idrografici;
l'assenza di regole sul periodo di prelievo e i metodi di pesca al fine di diminuire il più possibile l'impatto negativo sui popolamenti ittici;
la scarsezza di interventi di riqualificazione dei fiumi, ad esempio realizzando "scale di risalita" e azioni di restocking delle popolazioni ittiche autoctone, dopo aver rimosso le cause che hanno determinato la locale rarefazione di una specie;
la quasi totale assenza di incubatoi di valle per ciascun bacino idrografico con
riproduttori di specie autoctone di ciascun bacino;
la scarsa attenzione alle iniziative positive di alcune pubbliche amministrazioni così come di gruppi di pescatori nelle operazioni di riqualificazione ambientale e nella vigilanza contro il bracconaggio, l'inquinamento, l'utilizzo illecito delle acque dolci, ecc..
Un'esperienza significativa riguardo quest'ultimo punto è quella che Legambiente sta portando avanti con il proprio Nucleo del Servizio di Vigilanza Ambientale in provincia di Perugia, attraverso la gestione del tratto "No - Kill" sul fiume Nera.
La sfida odierna: la ricerca di un terreno di confronto
Legambiente ha da sempre scelto di portare avanti la battaglia e impegno ambientalista nella continua ricerca del confronto e del dialogo, basandolo su solide conoscenze scientifiche. I cambiamenti avvenuti negli ultimi decenni nella situazione ambientale e faunistica del nostro paese impongono, a nostro avviso, una seria riflessione sui rapporti esistenti tra mondo ambientalista, venatorio e della pesca e sui possibili punti di contatto per azioni sinergiche.
Numerose emergenze ambientali (inquinamento, inserimento di nuove tecnologie nelle attività agro-zootecniche, incendi, ecc. portano necessariamente in secondo piano la contrapposizione ideologica tra ambientalisti, cacciatori e pescatori e rimarcano invece l'importanza di saper costruire un fronte comune finalizzato ad uno stesso obiettivo: la conservazione degli ambienti naturali italiani e della fauna selvatica.
E' chiaro che la conservazione e la gestione delle risorse naturali e del patrimonio faunistico è un dovere di chi amministra il territorio e di chi fruisce delle sue risorse e che, pertanto, il diritto alla caccia e alla pesca siano subordinati alla responsabilità della salvaguardia dell'ambiente e della conservazione della natura. Nel nostro paese le pressioni esercitate da una parte del mondo venatorio, degli armieri e dei commercianti di fauna d'allevamento hanno ancora una forte presa sugli amministratori, facendo leva sul "valore" di questa modalità di gestione della caccia e della pesca che crea un forte indotto economico e che, a parer loro, "supera" il valore intrinseco del patrimonio naturale e della sua corretta gestione.
E' invece facile dimostrare che le attuali
modalità di caccia e di pesca nel nostro Paese hanno un rapporto costi -
benefici fallimentare, in quanto la fauna selvatica, come le altre risorse
naturali, ha un valore intrinseco e la sua conservazione costituisce non solo
una responsabilità e un dovere per le pubbliche amministrazioni, ma
anche un onere tutt'altro che trascurabile.
I danni arrecati al territorio ed alle risorse naturali negli scorsi decenni da una gestione distratta, priva della visione complessa delle problematiche ambientali, superficiale, necessita oggi di un grande impegno da parte delle Istituzioni Pubbliche deputate alla gestione del territorio e dei soggetti privati che a vario titolo ne fruiscono (mondo scientifico, ambientalista, agricolo,venatorio, della pesca, ecc).
Per Legambiente, quindi, la pianificazione degli interventi per la conservazione della natura deve essere basata su principi di sussidiarietà, di parternship, di condivisione delle responsabilità e di integrazione della politica ambientale con le altre politiche.
E'
su questo terreno che Legambiente chiede al mondo agricolo, venatorio e della
pesca di
costruire
insieme un percorso comune.
LEGAMBIENTE - Direzione Nazionale
Ufficio Aree Protette e Territorio
Conservazione della Natura e Biodiversità
Tel. 06 - 86268363 1 86268354 Fax 06 - 86268397
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Ultimo aggiornamento 07/02/01
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