Riceviamo e volentieri pubblichiamo:  Ultimo aggiornamento 12/02/01

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Roma-Parco Nazionale d'Abruzzo, 31 gennaio 2001

Prot .n. 633


A tutte le persone interessate  - LORO SEDI -

Cari amici,

   da molte parti vengo sollecitato ad esprimermi in merito ai larvati
tentativi ricorrenti di riaprire, con vari pretesti e motivazioni, la
caccia nei nostri Parchi Nazionali.

   Può sembrare  superfluo ripetere che tanto il Parco  Nazionale d'Abruzzo,
quanto il Comitato Parchi Nazionali, come del resto  lo scrivente personalmente, sono sempre
stati assolutamente contrari  all'attività venatoria (o a quella,sostanzialmente paravenatoria, oggi presentata come "selecontrollo") all' interno dei Parchi  stessi, per tante ragioni così evidenti, che sarebbe offesa al buonsenso  ricordarle qui per esteso.

   La caccia può invece esercitarsi - almeno fino a  che le leggi della
Repubblica italiana lo consentiranno -  nelle Aree  contigue dei Parchi
stessi, e cioè in quelle fasce di rispetto a tutela  attenuata che in molti
Paesi del mondo sono note come Pre-Parchi, e che il Parco d' Abruzzo aveva
concretamente realizzato già da oltre  trent'anni, istituendo fin dall'anno
1970 la propria Zona di  Protezione Esterna.

   In tali fasce di rispetto, la soluzione prevista dalla vigente  Legge
quadro sulle Aree protette - che è a tutti gli effetti una  Legge della
Repubblica italiana non da disapplicare e modificare, ma anzitutto  da
attuare e rispettare -  appare più che ragionevole ed  equilibrata: perché
riserva l'attività venatoria nel  Pre-Parco ai cacciatori locali (pochi e
generalmente più corretti, anche  perché  interessati a conservare per il
futuro il capitale  fauna-selvaggina, prelevandone soltanto moderati
interessi), escludendo invece  del tutto i cacciatori esterni (numerosi,
dediti al nomadismo venatorio e senza  dubbio alcuno di assai maggior
impatto distruttivo, anche per le schiaccianti  dotazioni tecnologiche).

   Nella lunga e sofferta esperienza del Parco Nazionale d'Abruzzo, questa
disciplina del Pre-Parco aveva funzionato perfettamente,  contribuendo a
creare una categoria di cacciatori locali assai più  collaborativi del
passato, e capaci di rappresentare una barriera-cuscinetto  contro il
bracconaggio di provenienza esterna. In Abruzzo gran parte dei  cacciatori
del Pre-Parco si limitava ormai all'addestramento dei cani,  mentre nel
Lazio si è assistito anche a casi di bracconaggio esterno  bloccati e
denunciati proprio dai cacciatori locali. Ma l'equilibrio raggiunto rischia
ora di essere seriamente compromesso dai maldestri tentativi delle due
Regioni di "liberalizzare" la caccia nei Parchi: tentativi  finora
scongiurati dall'Ente Parco soltanto a prezzo di durissime controversie
giudiziarie (peraltro tutte conclusesi in modo più che positivo). Quanto al
Molise, nel Pre-Parco si è da qualche anno instaurata, tra Parco e
cacciatori locali, una collaborazione esemplare che perdura tuttora.

    E' appena il caso di sottolineare che la gravissima  situazione attuale
non si sarebbe mai verificata, ove le Regioni interessate, e  l'Abruzzo in
particolare, avessero correttamente applicato la Legge  quadro, promuovendo
subito la costituzione delle Aree contigue in base  all'art. 32 che, a quasi
un decennio dall'entrata in vigore della  nuova normativa, resta invece
completamente inattuato. Né  il Ministero  dell'Ambiente ha esercitato
finora alcuna influenza positiva al  riguardo.

   Nella sostanza, comunque, il ricorrente tentativo dei  cacciatori di
invadere con i fucili le Aree Protette (10% circa del Paese)  costituisce l'
evidente e schiacciante prova del loro fallimento sul resto  del territorio
(90% residuo dell'Italia). Nel resto del Paese aperto alla caccia,infatti,
la selvaggina è ormai praticamente distrutta, e (a parte qualche specie
banale) in Italia l'unica fauna selvatica sopravvissuta  è purtroppo quella
migratoria, oppure quella rifugiata nei Parchi e nelle  Riserve.

   Anche i  presunti squilibri faunistici denunciati dal mondo venatorio
come pretesto per aprire i Parchi al "selecontrollo", non sono che il
risultato finale dei disastri ecologici in molti casi direttamente
provocati, in altri non sufficientemente contrastati, dai cacciatori stessi.
Chi ha infatti lanciato i Cinghiali medioeuropei di cui oggi si lamenta la
proliferazione? E chi ha sterminato i predatori al motto di "lotta ai
 nocivi", o impallinato i più preziosi Rapaci, favorendo la moltiplicazione
di altri Mammiferi e Uccelli?

   Se per assurdo si dovesse accogliere l'idea sacrilega di violare con la
caccia anche gli ultimi Santuari della Natura, si completerebbe  lo
scandaloso programma di devastazione e banalizzazione
della fauna italiana,  una delle più preziose d'Europa a livello della
biodiversità,  ma anche una delle più minacciate per le numerose
inadempienze italiane alle Direttive Comunitarie.

  Ma l'aspetto più  paradossale della vicenda è che, in questo caso, a
sollecitare il sacrilegio non sono soltanto torme di sparatori ed industrie
armiere, bensì talune sedicenti Organizzazioni ambientaliste democratiche.

   Del resto, qualcuno si sarà accorto in passato anche dei subdoli
tentativi di introdurre la caccia nei Parchi Nazionali Regionali, attraverso
battute organizzate e "selecontrollo", con scarse  proteste  se non nella
piena connivenza delle predette Organizzazioni. E che - come  volevasi
dimostrare - tali interventi non hanno mai risolto nessun problema di
squilibrio faunistico, relativo al Cinghiale o ad altre specie "invadenti".

   Va quindi ribadita, ancora una volta, la più ferma e  motivata
contrarietà  a qualsiasi attività venatoria o  paravenatoria nelle Aree
Protette, le quali vanno conservate - e in certi  casi restituite - al pieno
e indisturbato godimento della fauna stessa, e  della grande maggioranza
degli italiani, che, come tutti sanno, non sono affatto  cacciatori.

  Con molti cordiali saluti,

Prof. Franco TASSI

Centro Parchi  Viale Tito Livio, 12 00136  R O M A -

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Cari amici,

abbiamo letto con attenzione la lettera preoccupata, inviataci in questi giorni, sulla posizione di Legambiente nei confronti del mondo venatorio, della caccia nei parchi e di quanto potesse emergere dal convegno su "Ambiente, Caccia e Gestione del Territorio" tenutosi a Siena nei giorni 2 e 3 febbraio scorsi.

Al riguardo vi invitiamo a leggere il nostro documento su tale argomento (lo troverete sul sito www.legambiente.com al canale 10, alla voce Aree protette) e vi diamo subito alcune brevi informazioni per farvi un'idea più vicina al vero su quello che pensa, fa e tenta di fare Legambiente per gli animali selvatici:

Questi nodi abbiamo voluto affrontare con il Convegno di Siena: un’iniziativa utile e riuscitissima.

In ultimo vogliamo dire che, anche se sulla spinta di alcune persone prive di una corretta informazione e che hanno voluto insinuare dubbi e allusioni su presunti comportamenti ipocriti di Legambiente sulla caccia (forse sono loro un po’ ipocriti?), siamo lieti di aver ricevuto attenzione sul nostro agire, ve ne ringraziamo e vi invitiamo a continuare a tenerci informati sulle vostre idee e opinioni perché ci stanno sinceramente a cuore.

Cordiali saluti

Francesco Ferrante                                   Piero Baronti

Direttore generale Legambiente                 Presidente regionale Legambiente Toscana

 

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LEGAMBIENTE - Direzione Nazionale
Ufficio Aree Protette e Territorio
Dott. Antonino Morabito - Responsabile
Conservazione della Natura e Biodiversità
Via Salaria, 403 - 00199  ROMA
tel. +39-06-86268363  fax +39-06-86268397
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Ecco una sintesi del mio intervento al Convegno di Siena.
Siamo stati chiamati "manichei"* perché abbiamo una posizione chiara e decisa e non sfumata e compromissoria. L'uso di questo termine conferma l'affermazione di Ivan Illich, che le parole non sono solo il mezzo per esprimere un'idea, ma esse MODIFICANO il nostro modo di pensare.
Un'altra parola spesso usata a sproposito è "soprannumero" e "sovrappopolazione". Si tratta di un concetto senza senso, infatti presuppone che vi sia una grandezza di popolazione standard o ottimale. In realtà l'unica grandezza non arbitraria è la capacità portante. Però, quando si lamentano danni da cinghiali, questi non sono certo oltre la capacità portante!
In realtà la caccia arreca quasi sempre una riduzione della grandezza naturale delle popolazioni (non però nel caso di ripopolamenti), e quindi non solo non è necessaria, ma arreca anche un danno nel senso di una riduzione della popolazione, oltre a causare molti ferimenti e rendere gli animali più impauriti. La teoria della compensazione tra mortalità naturale e mortalità venatoria sembra non trovare per lo più supporto nei dati sperimentali.
È deplorevole che Valbonesi, che rappresenta la Federparchi, e Legambiente siano a favore della caccia nei Parchi. I Parchi hanno finalità di conservazione e non economici, e quindi il problema dei danni andrebbe risolto con indennizzi o con metodi ecologici e non con abbattimenti.
Affermare che Valbonesi "NON HA DETTO" che vuole aprire la caccia nei parchi è sollevare una questione di lana caprina. In realtà Valbonesi ha detto che si devono istituire le zone pre-parco previste dalla legge, in cui si può cacciare, e che queste zone si possono istituire non solo esternamente ai Parchi, ma anche all'interno del perimetro attuale dei Parchi. Dunque di fatto Valbonesi vuole aprire la caccia anche ALL'INTERNO delle attuali aree dei parchi.
 
Carlo Consiglio, presidente della Lega per l'Abolizione della Caccia.

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N.d.R: *manichèo = Di qualsiasi posizione rigorosa e dogmatica che ad atteggiamenti di drastica condanna ne contappongono altri di esclusiva esaltazione.

Primo report  

Sintesi degli interventi 

Rassegna stampa

Le opinioni che abbiamo ricevuto

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