Primo report sul
Convegno "Ambiente, caccia e la gestione del territorio"
Ultimo
aggiornamento 07/02/01
DOCUMENTO CONGIUNTO
GRUPPO DI ETOLOGIA E
ECOLOGIA COMPORTAMENTALE
DELL'UNIVERSITA' DI SIENA
E
LEGAMBIENTE TOSCANA
I problemi
imposti dalla gestione della fauna selvatica e dello habitat in cui essa vive e
si riproduce devono essere affrontati in una visione di conservazione
complessiva e unitaria.
Questo significa,
in primo luogo, affermare la necessità di una gestione conservativa dell'intero
territorio, inteso sia come aree protette sia come ambiti sottoposti a prelievo
venatorio. Significa anche porsi il problema della conservazione non solo degli
habitat naturali e della relativa fauna selvatica, ma anche dell'ecosistema
agricolo e delle specie animali a esso collegate, senza dimenticare la
altrettanto inderogabile necessità della conservazione della fauna oggetto di
caccia.
Si avverte,
pertanto, l'esigenza di coordinare le forze interessate alla conservazione
dotandole di una strategia unitaria di ampio respiro che possa rendere possibile
e proficua una collaborazione tra ambientalisti, cacciatori e agricoltori.
Una simile prospettiva non può fare a meno tuttavia
di partire da un'auspicabile evoluzione dei mondo venatorio verso una
maggiore consapevolezza ecologica. Un'evoluzione culturale capace di
affrancarsi, progressivamente, da pratiche e impostazioni non compatibili con la
conservazione della fauna selvatica e di fare propria una nuova etica venatoria.
Un'etica basata sulla disponibilità di una fauna cacciabile realmente selvatica
e su criteri tecnici di prelievo scientificamente fondati.
Quest'impostazione
è essenziale, in primo luogo, ai fini di una alleanza con gli agricoltori. Privilegiare
la selvaggina selvatica impone, infatti, al mondo venatorio di destinare le
proprie risorse prioritariamente al miglioramento
ambientale a fini faunistici e di conseguenza di valorizzare economicamente,
tramite specifici incentivi, il lavoro degli agricoltori disponibili a
realizzare siffatti interventi: una strategia capace di incrementare il reddito
degli agricoltori, ma anche uno strumento di tutela della loro salute e di
quella, più in generale, della collettività. Qualsiasi misura di riduzione
dell'agricoltura intensiva e/o estensiva comporta, infatti, una riduzione dei
rischi connessi all'uso dei pesticidi.
Una prassi basata
su di un prelievo venatorio di carattere conservativo è, dunque, la sola in
grado di fare svolgere al mondo venatorio un ruolo decisivo nelle strategie di
conservazione. Questa, infatti, indirizzando una parte cospicua dei fondi
derivanti dalle tasse venatorie in una corretta opera di restauro ambientale,
pone le basi per il graduale superamento dei tradizionali criticabili
interventi di ripopolamento "pronta caccia” di fauna importata o allevata
in cattività.
Questo intervento
ambientale beneficerebbe, direttamente o indirettamente, tutte le specie
selvatiche, in primo luogo quelle maggiormente penalizzate dalle trasformazioni
intervenute nell'ecosistema agricolo a partire dalla metà degli anni '50 del XX
secolo. Questo è un aspetto decisivo per un'alleanza anche con il mondo
ambientalista più consapevole, per favorirne un progressivo affrancamento
da improduttive posizioni estremiste.
Si tratta dunque di
porre fine tanto a un irresponsabile consumismo venatorio quanto alla parte più
fondamentalista e integrale del
movimento animalista, creando, viceversa, le condizioni per una salda
alleanza sociale volta a produrre un oculato governo dell'intero territorio.
Non più 'isole'
contrapposte a un territorio privo di qualsiasi gestione ecologica, ma governo
conservativo tanto delle aree protette quanto del cosiddetto "territorio
libero". Questo vuol dire riconoscere alle aree protette il loro
insostituibile ruolo di conservazione nel tempo di habitat e fauna di esclusivo
valore ecologico e di grande rilevanza scientifica. Significa anche
conservazione di equilibri ecologici complessi, che necessitano, in ogni caso di
un approccio e di una guida scientifica, non esclusi eventuali interventi di
contenimento numerico di popolazioni che possano rendersi talvolta necessari proprio
per assicurare l'integrità di tali equilibri.
Quest'impostazione
è, infine, essenziale alla difesa di quella che, nel contesto europeo, può
essere definita “l’anomalia italiana”. L'Italia è, infatti,
l'unico paese dell'Unione Europea a avere una legislazione che definisce la
fauna selvatica proprietà indisponibile dello Stato, delegandone la gestione
agli Enti Territoriali (Regioni e Province) e alle forze sociali (agricoltori,
ambientalisti e cacciatori). Tutti gli altri paesi europei possiedono una
legislazione prevalentemente privatistica che rende la fauna selvatica proprietà
esclusiva del proprietario del fondo nel quale essa vive e si riproduce, o
semplicemente transita. Una legislazione privatistica che, sul piano tecnico, al
di là quindi di una valutazione di carattere politico, ha conseguito, nel
migliore dei casi, una tutela nei confronti degli Ungulati (ma non dei loro
predatori), ma che ben poco ha saputo fare nei confronti della conservazione
della fauna dell'ecosistema agricolo. D'altra parte, anche in Italia, salvo
limitate eccezioni, la gestione privata (Aziende Faunistiche Venatorie) si è
orientata verso una gestione basata prevalentemente, se non esclusivamente,
sulla fauna riprodotta in cattività.
Occorre dunque
prendere atto che la corretta applicazione di leggi come la 157/92 e la
394/91 sull'intero territorio nazionale rappresenta un obiettivo di
primaria importanza che deve vedere l'impegno unitario di tutti quelli
seriamente consapevoli della necessità di conservare, per la comunità
presente e futura, semplicemente tutta la fauna selvatica.
Siena, 2 febbraio 2001
Maggiori informazioni su http://www.legambiente.com/canale10/areeprotette
Copyright ©
2000 GAV-SVA. Tutti i diritti riservati.
Tutti
i marchi e i nomi menzionati appartengono ai rispettivi proprietari.