TOSCANA, la grande svendita
di Pia Pera
Inchiesta pubblicata su Diario della settimana 21 -27 febbraio 2003
Un’isola beata nel gran mare inquinato dello sviluppo: dal Social Forum di Firenze mi ero portata questa immagine. Avrebbe retto a un’indagine? Fino a un certo punto. Perché, a meno di intervenire presto e bene, tempo qualche anno il paesaggio meraviglioso che fa capo a Firenze sarà solo un ricordo.
Prendiamo la progettata autostrada della Maremma. Claudio Martini, Presidente della Regione, si è opposto al tracciato di Lunardi. Cantare vittoria? No, al dire di Guido Scoccianti, presidente di WWF Toscana, perché anche in questo caso l’impatto ambientale sarebbe devastante. Meglio la proposta dell’ANAS (rendere più sicuri gli attraversamenti dell’Aurelia). Che è fra l’altro la meno costosa. E magari non piace proprio per questo.
Troppo spesso ci si imbatte in amministrazioni occupate a perseguire in simultanea obiettivi incompatibili. Come a Orto di Donna (Parco Naturale delle Apuane), dove hanno finanziato un rifugio da un miliardo e duecento milioni di vecchie lire. Reso inutilizzabile da un assordante impianto di frantumazione della pietra, autorizzato per la promessa di 60 posti di lavoro, ridottisi alla prova dei fatti a due, visto che l’impianto è automatizzato. E così via.
Le coste, si sa, sono quasi tutte cementificate. Per questo chi ama la natura si è rifugiato in campagna. Si diffonde l’agriturismo. Peccato che, per sfruttare più a fondo la nuova tendenza, in certi paesini costruiscano orribili residence a schiera, ripetendo nell’entroterra gli errori della costa. “Gli stranieri sono sempre più indignati”, racconta Elisabetta Ceccarigli, operatore turistico. Alcuni, per fortuna, si fanno sentire. Così il sindaco di Scrofiano (Sinalunga) ha ricevuto una lettera di protesta perché, per farsi una casa, basta “chiedere il permesso di costruire un annesso agricolo senza limite di posizione, accesso, visibilità, senza infrastrutture. Per secoli le case qui sono per la maggior parte situate cosi da non dover essere battute dai venti, nascoste alla vista, ben posizionate nel territorio così da avere un giusto accesso. Ora i cosiddetti annessi sono costruiti in cima ai colli, non si pianificano mai alberi intorno (se se ne piantano non sono mai alberi locali) con finestre e porte di dubbio gusto che non corrispondono all’architettura locale. La terra viene livellata per fare cantine e garage e si fanno nuove strade. I giardini sono quelli tipici delle periferie, con grate e cancelli mai visti prima nella campagna toscana e particolarmente brutti”. Non da tutte le parti è così, in certi comuni “hanno capito l’importanza di mantenere la loro eredità e averne anche uno stretto controllo”. Ma in altri “fa veramente male vedere il vandalismo, il disordine provocati da queste costruzioni senza pianificazione, la distruzione della bellezza. Quando finirà? Chi vive qui ha già il problema dell'acqua. Cosa succede se tutti questi cosiddetti annessi fanno un pozzo? Quando chi vuole la luce (e tutti la vogliono) ricoprirà di splendidi pali bianchi di cemento tutta la campagna? Quando tutti i campi avranno una strada per raggiungerli? Che controlli ci sono per il cambiamento d'uso della terra?”
Racconta Carol Smith, una energica signora scozzese presidente della sezione italiana della Mediterranean Garden Society, stabilitasi a Scrofiano alcuni anni fa: “Il sindaco si è reso conto che bisogna fare qualcosa prima che sia troppo tardi e tutti, figli e nipoti inclusi, abbiano perso per sempre questa campagna meravigliosa. Ma non si vede ancora il passaggio dalle parole ai fatti. Come tenerli a bada, tutti questi geometri e costruttori? Anche i boschi lasciano a desiderare: in altri paesi mostrano una ricchezza infinitamente maggiore, mentre qui la regola è di tagliare gli alberi non appena hanno compiuto il ventesimo anno di età, col risultato di ridurre tutto a una monotonia che è un vero peccato. Capita raramente di imbattersi in alberi a cui sia stato permesso di svilupparsi fino a raggiungere l’età del massimo splendore e maestà”.
Ed eccoci arrivati al punto dolentissimo: i boschi. Anche senza soffermarsi sul flagello ricorrente degli incendi, spesso copertura del più grave danno causato dai tagli, la situazione è tutt’altro che rassicurante. Incontro a Roccatederighi, nel grossetano, Mario Abretti, professione potino. “Potino in gergo agricolo vorrebbe dire saper tagliare rami perché gli altri rimanenti rinvigoriscano”, mi spiega. “Giro i boschi da 35 anni e più. Un tempo li risparmiavano, gli alberi vecchissimi, e anche le piante utili come cornioli, ginepri, querce con edere, ciavardelli biancospini. I boscaioli antichi avevano rispetto. Tramandandosi il lavoro di padre in figlio, conoscevano gli alberi”. Arriva poi il benessere, nessuno vuole più saperne dei vecchi mestieri. Con le motoseghe inizia “il vero sterminio”, all’inizio in sordina, poi sempre più sfacciatamente. “Le motoseghe hanno abbattuto in pochi anni i patriarchi che i vecchi boscaioli rispettavano e veneravano. Basta recarsi dai venditori, sentirli dire: Oggi con questa motosega ho tagliato in 10 minuti una quercia di 6 metri di circonferenza. Bravo, gli dicono gli altri sognando di fare altrettanto con quegli strumenti di morte”. Dieci minuti per distruggere quanto ci sono voluti secoli a costruire: proviamo a moltiplicare per il numero di alberi, grandi e piccini, abbattuti in Toscana - 92.000 al giorno secondo le associazioni ambientaliste - e avremo un’idea del ronzio delle motoseghe, sempre più attive da quando il taglio dei boschi, con l’avvento di una manodopera al nero e sottopagata, è tornato a essere redditizio. Continua Abretti: “I mercanti di legname non fanno che girare per largo e per lungo alla ricerca di boschi da tagliare. Quando vedono qualche pianta secolare, sanno che prima o poi la tagliano con la solita frase: ormai la pianta è matura e quindi va tagliata”. C’era stata una pausa, nel taglio dei boschi - una quarantina d’anni. Ma poi sono arrivati quelli che Abretti chiama “i tagliatori d’oggi, per lo più albanesi e qualche italiano: non conoscono un cerro da un faggio, gli mettono la motosega in mano e loro tagliano tutto quello che fa metri di legna. Abbattono i pochi patriarchi, le piante medie e tutti gli arbusti utili compresi frutti selvatici, ciliegi, sorbi, mirto”. Ovvero: tutte quelle essenze che danno nutrimento agli uccelli, già decimati dalla caccia. “Viene portato via il legname con grossi trattori gommati e cingolati, agevolando con ruspe lo smacchiamento. Quando i mercanti e i loro operai lasciano il cantiere – perché questo tipo moderno non è più un lavoro boschivo ma uno scenario macabro industriale – resta un deserto, una desolazione”. Che fare? “Ci vorrebbe una scuola per tagliatori, dove insegnassero persone qualificate. Non dico di dare in mano la motosega a grandi studiosi, ma che almeno sappiano cosa vuol dire erosione, forestazione, ecologia, ecosistema, biodiversità”.
Al WWF denunciano che, nonostante sia ormai accertato che i tagli sono causa di dissesti e alluvioni, “la Regione Toscana tenta di dimostrare il contrario, cioè che proprio il mancato taglio dei boschi può causare alluvioni”. Mentre è noto che un fianco di montagna privo di alberi non trattiene più l’acqua e facilmente frana. La situazione è seria: “degli 886.300 ettari di bosco, oltre il 75% subisce tagli a raso tipici del ceduo su superfici enormi”. Il bosco ceduo è formato da alberi capaci di emettere polloni; viene tagliato a intervalli regolari molto brevi: “Il turno fra un taglio e l’altro non tiene conto delle componenti ambientali di un bosco, come l’humus, l’esposizione del terreno e il clima, ma unicamente del massimo sfruttamento”. Si attuano interruzioni della copertura boschiva che sono vere e proprie devastazioni: se prima si permettevano 10 ettari contigui di taglio, adesso si arriva a 20. Facile immaginare le conseguenze di simili scotennamenti. Nessun contadino sano di mente raccoglierebbe i prodotti di un campo in forte pendenza asportando con una ruspa il 10-20% dello strato di terreno fertile. Che è quanto avviene con la cosiddetta meccanizzazione della selvicoltura, la creazione nei boschi di strade con le ruspe. Meglio sarebbe smacchiare utilizzando muli e cavalli, come fanno i pochi tagliatori seri che si avvalgono dei cosiddetti “cavallari” o “vetturini”. Mentre, spiegano al WWF, di regola il tagliatore, “per tenere bassi i costi, dovendo svendere la legna ai camionisti, apre strade con ruspe che, se fanno forse risparmiare 2.000 lire al quintale al tagliatore, costeranno milioni se non miliardi di lire alla collettività in termini di frane, alluvioni, smottamenti e distruzione di bellezze naturali”. Si stenta a crederlo, ma i boschi toscani vengono valutati meno di spazzatura: “Il Comune di Firenze ad esempio è disposto a pagare fino a 100.000 vecchie lire alla tonnellata per smaltire i propri rifiuti, mentre la legna dei boschi toscani, tagliata e caricata sugli autotreni, è venduta ai camionisti a 60.000-70.000 lire la tonnellata”.
Negli ultimi anni il numero delle ditte tagliatrici è passato dalle 500 del 1995 alle oltre 1400 attuali. Dove va a finire tutta questa legna? Parte in Trentino: lì conoscono il valore della risorsa bosco, si guardano bene dal danneggiarla. Altrimenti prende la via del Veneto, dell’Emilia Romagna. O della Sardegna, dai porti di Piombino e Civitavecchia. E cosa resta, di questi boschi trattati non come una risorsa da salvaguardare, ma una miniera da cui estrarre fino all’ultimo grammo di minerale? Spesso intere vallate hanno l’aspetto di cantieri stradali, per chilometri e chilometri si vede solo “vegetazione a stuzzicadenti”. Dallo Urwald allo Steckerwald, sintetizza una signora tedesca. E quanto rende, questo sterminio che ha tutta l’aria di compiersi senza che la cosiddetta “coscienza rispettabile” ne sia turbata? Così calcolano al WWF: “I proprietari dei terreni vendono il bosco alle ditte a circa 2-3 milioni di vecchie lire per ettaro. La manodopera extracomunitaria sembra che operi a cottimo al costo di 2.500 lire al quintale di legna tagliata. Dai boschi cedui invecchiati, tagliati a raso, si estraggono dai 1.500 ai 3.000 quintali di legna per ettaro che vengono ceduti a circa 14.000 lire al quintale. Da 10 ettari di bosco tagliato una ditta boschiva può ricavare, dedotte le spese, oltre 144 milioni. Naturalmente il danno economico e ambientale per le popolazioni locali supera ampiamente queste cifre”. Per di più, da qualche tempo “vengono coinvolti anche i boschi di proprietà pubblica”. Come la foresta delle Bandite di Follonica (Grosseto), presa d’assalto grazie ai piani di taglio dissennati della Comunità Montana delle Colline Metallifere. Che, avendola in gestione, ha svenduto alle imprese boschive la foresta “a prezzi talmente bassi da essere inaccettabili perfino al proprietario privato più scellerato”, denuncia il WWF. Svendere i boschi, considerati risorsa gratuita, è dunque l’andazzo, favorito da una situazione che gli ambientalisti definiscono di “bengodi legislativo”.
Che della tanto vantata bellezza del paesaggio spesso non lascia altro che brandelli. Andiamo sull’Amiata: al dire di Federico Busonero, fotografo e naturalista basato a Parigi, “via via che si sale verso la montagna si nota un paesaggio apparentemente “naturale”, con estesi castagneti e faggete, ma a un esame più attento questo paesaggio risulta frammentato ed interrotto da edifici incongrui, insediamenti minerari abbandonati, impianti di risalita e piste di sci, pozzi geotermici, cave, complessi residenziali e disboscamenti estesi. Le aree disboscate sono spesso “ripopolate” con impianti di alberi non indigeni per garantire tagli progressivi. Le sorgenti del passato sono in gran parte esaurite. Esiste un paradosso sul Monte Amiata, lo stesso che affligge gran parte del nostro paese: il luogo viene definito nelle usuali promozioni turistiche come “incontaminato”, “incantato”, “magico”, e così via, senza osservare le cose come sono”. Ovvero che il bosco è ridotto a quadri pelati, corrispondenti a tagli eseguiti senza discernimento alcuno. Col risultato che “il danno per il sottobosco e il fragile ecosistema che alimenta il bosco stesso è irreparabile, le miniere abbandonate continuano ad inquinare il suolo, l’aria, la terra con i residui dei minerali estratti, gli impianti geotermici deturpano il paesaggio e inquinano senza portare alcun beneficio concreto alla popolazione locale, gli impianti di sci sono alimentati da neve artificiale altamente inquinante e sono sproporzionati in grandezza ed estensione rispetto a una montagna così piccola. Le piazzole ai lati delle strade, le cosiddette “aree di ristoro”, sono deprimenti, i sentieri semiabbandonati. Da questa incuria e sciatteria risulta evidente, a chi voglia vedere, che i boschi sono solo un prodotto da sfruttare o per fare legname o ad uso di un turismo di massa, ineducato e aggressivo”.
Simile sorte attende anche la Montagnola, fra San Gimignano e Siena, che Guy Flavien aveva scelto per la sua bellezza. Adesso è preoccupato: “I tagli si sono fatti molto più frequenti e incisivi: ce ne sono in corso per centinaia di ettari. Ne soffrono caprioli e daini. E’ un problema di mentalità: si pensa che a non tagliarlo il bosco muore, mentre le foreste più belle sono quelle dove l’uomo non va. E non c’è niente da fare: alla regione dicono di seguire criteri di sostenibilità, che il bosco va tagliato”. Flavien attribuisce il peggioramento alla maggiore autonomia delle province: “Le province credono che gli alberi siano girasoli: da piantare e poi lasciar tagliare da privati e ditte che lavorano per il comune. Ma non serve sculacciare il singolo comune, è necessario intervenire a livello regionale, e poi nazionale. Le cose andavano meglio prima, quando era tutto centralizzato, c’era un controllo. Adesso, con la nuova legge di 3 anni fa, nelle loro terre i privati possono fare come vogliono, volendo possono tagliare anche tutto, con il permesso della forestale”. Altrettanto critico Fabio Tognazzi, del WWF Toscana: “La legge forestale dell’aprile 2000, poi ritoccata in peggio, ha liberalizzato, come è di moda dire, in pratica: ha allentato lacci e lacciuoli. E’ stato un errore clamoroso, specie con la nuova consapevolezza della funzione del bosco, così importante per la salute e il benessere. La nuova legge va incontro a chi fa soldi coi tagli: privati e grandi ditte che li hanno in appalto. Si possono anche capire i privati bisognosi di reddito, ma almeno i 100.000 ettari di proprietà pubblica andrebbero gestiti in un altro modo”.
“Di questo passo fra una trentina d’anni il bosco vero non ci sarà più”, afferma Luca Robustelli, agricoltore custode della regione toscana e allevatore di chianine lepri e cinghiali. Mi porta a vedere cosa resta dopo il passaggio di questi legnaioli improvvisati, sfruttati al massimo, che lavorano in una situazione di illegalità diffusa e mancanza di sicurezza sul lavoro denunciata in un documento della CGIL. “Abbattono tutto quanto capiti loro a tiro. Nemmeno guardano cosa tagliano, o dove. Le ceppaie andrebbero tagliate in un altro modo, mentre chi non sa lascia polloni deboli che non diventeranno mai alberi sani: marciranno al piede oppure cascheranno al primo soffio di vento. Le matricine, ovvero le piantine nate da seme, andrebbero lasciate il più possibile perché è da quelle che si sviluppano gli alberi d’alto fusto, sani e vigorosi”. Non lo pensano solo quei seccatori degli ambientalisti: perfino la Federlegno-Arredo si è pronunciata a favore di un incremento delle superfici governate a fustaia.
Tognazzi aveva tentato di stabilire contatti coi classici boscaioli, quelli che tagliano con metodo tradizionale, “ma poveracci ci rimettono: il costo praticato dalle grandi aziende li spiazza dal mercato, così vanno incontro a un futuro di disoccupazione: impossibile reggere la concorrenza di ditte che, con 30 o 40 lavoratori in nero armati di motosega, fanno in un attimo quello che a un boscaiolo richiede giorni e giorni”. “Tagliano a bischero”, sintetizza Dario Cecchini, il macellaio di Panzano che nel Chianti possiede 14 ettari di bosco dove si fa ancora all’antica: da lui le ruspe non entrano, i boscaioli si accordano coi mulai per portare via i tronchi: “Il mio boscaiolo ha fatto 200.000 fascine, mentre gli altri chiamano le ruspe, e le frasche le buttano vicino alla strada, al primo temporale finiscono nei ruscelli, ostruiscono. Non è quello il modo di fare. Il bosco va conosciuto, una cosa è lo sfruttamento, un’altra il saccheggio”.
A Tognazzi fa rabbia che “in una regione ricca come la Toscana, Martini se ne vada a Porto Alegre, firmi per la gestione sostenibile della foresta amazzonica, ma poi noi, che ci troviamo in una situazione ben diversa dal Brasile, non siamo in grado di dare il buon esempio. E’ immorale chiedere a un governo brasiliano, con gli enormi problemi sociali che si ritrova, di applicare criteri sostenibili nel taglio dell’Amazzonia, mentre una delle regioni più ricche d’Europa non è capace di darsi una normativa moderna, anzi: deregolamenta mostrandosi incapace proteggere l’ambiente, che a parte tutto è una risorsa turistica”.
Il problema, al dire di Aki Schirone, docente forestale dell’Università della Tuscia, è una mentalità difficile da estirpare: che il bosco vada gestito in base a criteri di produzione legnosa. “C’è tutta una mitologia inventata dai forestali, che per la sua sopravvivenza il bosco dipenda dall’intervento dell’uomo. E’ un errore. Di fondo, si tratta di un problema educativo. I problemi della gestione dei boschi sono due: che ci sono sempre più scuole forestali, però la qualità è scesa; e che in Italia gran parte dei boschi è privata, ma la normativa non consente interventi razionali. Così questi boschi o sono abbandonati, oppure gestiti in modo da trarne un utile. In questo caso la gestione principale è il governo a ceduo, che porta a un degrado progressivo della copertura forestale. Ci vorrebbe un’opera di conversione dal ceduo all’alto fusto, mentre nelle scuole si insegna, sbagliando, che il governo a ceduo non danneggia l’ambiente. Nessuno nega che il ceduo si trova anche in natura, però per eventi sporadici come una valanga, un vento forte, un fulmine... insomma, anche in natura si trovano alberi mutilati, sciancati, ma da lì ad affermare che si tratta della forma ideale! In Toscana poi la cosa è molto subdola: c’è un patrimonio forestale tra i più estesi d’Italia, ma anche la maggiore percentuale di boschi privati, la metà I privati vogliono che i boschi fruttino. Così ci sono leggi studiate per favorire la gestione, ovvero, fuori dai denti: il taglio. Interesse si unisce a interesse. Per ridurre i danni, si seguono i modelli dei piani di assestamento: forniti da grossi studi privati che si rivolgono a professori universitari che guadagnano formulando piani di taglio frequente. Mentre farebbero meglio a non avallare gli interessi privati, ad astenersi dalla libera professione. Perché quelli che ne soffrono sono gli alberi. Le leggi forestali sono fatte da funzionari regionali che nel 90% dei casi hanno come consulenti tecnici docenti universitari che, anziché imprimere una svolta al sistema normativo, assecondano le istituzioni. E va a finire che la loro parola fa da riferimento ultimo”.
Potrei andare avanti, col rischio di togliere ogni speranza e energia. Concludo quindi ricordando che ci sono anche posti dove, in controtendenza, vengono creati nuovi boschi. Come Cavriglia, dove 50 anni di sfruttamento delle miniere di lignite a cielo aperto da parte dell’Enel ha lasciato un paesaggio lunare. Là dove prima c’era il deserto postminerario, è stata avviata una estesa opera di riforestazione. Vedremo poi cosa ne sarà, di questo nuovo bosco. Enzo Brogi, il sindaco, è all’antica: gli hanno insegnato che il taglio fa soltanto un gran bene. Ma visto che di lui dicono che “una ne fa e cento ne pensa” – perfino una squadra di calcio in cui giocano Piero Pelù, Alessandro Benvenuti e toscani “onorari” come Sergio Cofferati – perché non suggerirgli di istituire quella utilissima scuola per tagliatori auspicata da Mario Abretti potino? Sarebbe un bel modo di curarsi delle necessità vitali di questi abitanti davvero extracomunitari della Toscana, gli alberi. Anche se non potranno mai ricambiare votando il sindaco più votato d’Italia.
Vuoi leggere la replica di Claudio Martini, Presidente Regione Toscana
"Non siamo disboscatori da quattro soldi"
Dalla rubrica "Caro Diario" pagina 6 del numero 8 della settimana dal 28 febbraio al 6 marzo 2003
[GUARDIE AMBIENTALI VOLONTARIE - SERVIZIO VIGILANZA AMBIENTALE].