Riceviamo
dai colleghi di Bergamo e pubblichiamo con la speranza di non dare pericolosi
consigli ad altri sconsiderati gestori del patrimonio faunistico.
S.V.A. UFFICIO PROVINCIALE
Via Quarenghi
34
24125 BERGAMO
Tel e Fax 035/319449
Oggetto:OSSERVAZIONI AL NUOVO PIANO FAUNISTICO VENATORIO DELLA PROVINCIA DI BERGAMO
BERGAMO, 29 ottobre 2000
A proposito del
nuovo piano faunistico venatorio approvato dal consiglio provinciale lo scorso
23 ottobre ci pare necessario e doveroso evidenziare che il nostro giudizio è nettamente negativo; questo
per sgombrare il campo da eventuali equivoci che potrebbero insorgere in chi ha
letto i giornali del 24 ottobre.
Non si puo’
essere soddisfatti di un piano tecnicamente molto scadente e giuridicamente
discutibile. Le innovazioni
da esso apportate sono insignificanti, a fronte di una povertà faunistica che
nella pianura è sempre più simile a quella del deserto biologico. L’unica
innovazione corposa è la riduzione drastica delle zone protette. In questo
piano i classici istituti di tutela venatoria (Oasi di protezione e zone di
ripopolamento) interessano una superficie di 14 mila ettari circa. Se si
pensa che essi si estendevano per 26121 ettari (delibera del 23.12.1992)
si capisce quanto sia stata pesante l’eliminazione delle zone protette. Mentre
in collina e montagna non si cambia quasi nulla, in pianura spariranno circa metà
degli istituti di protezione ora esistenti. Questo significa che ci si è ormai rassegnati all’idea che nella nostra
pianura non è più possibile praticare una caccia vera su selvaggina vera e ci
si accontenterà di sparare ai
“fagiani” d’allevamento che ogni 15 giorni vengono immessi in quantità
industriale al venerdì per essere uccisi al Sabato col metodo detto
“pronta caccia”.
La riduzione di
cui sopra è stata operata appellandosi ad un cavillo giuridico attraverso il
quale si è riusciti ad ignorare le percentuali di territorio protetto imposte
dalle leggi vigenti. In pratica sono state conteggiate come territorio protetto
tutte le fasce di metri 100 o 50 attorno alle strade, alle case, ai luoghi di
lavoro, inserendo così ben 31000 ettari circa di zone “protette” virtuali,
che sono solo deleterie per la fauna. Una provincia densamente abitata e
urbanizzata come la nostra abbonda di strade e di case, ma non per questo si può
considerare faunisticamente ricca. Se così fosse i nostri cacciatori invece di
andare a caccia a Pavia, Vercelli o in Romania andrebbero nelle loro terre
d’origine. L’ appiglio che ha permesso di conteggiare le fasce da strade e
da case è stato trovato in una sentenza della cassazione che si è espressa su un caso precedente di Genova. Ma nel
testo della sentenza si dice che non si può stravolgere il concetto delle aree
protette. Da qui la decisione di Legambiente di contrastare in ogni modo
possibile il piano faunistico appena approvato, nell’interesse della
collettività, dell’ambiente e in definitiva anche dei cacciatori stessi. A
tal fine si sta predisponendo il ricorso al TAR, come del resto stanno facendo
altre associazioni.
Il responsabile provinciale
del SVA di LEGAMBIENTE
Grazie per
eventuali commenti e suggerimenti
OSSERVAZIONI SULLA BOZZA DEL NUOVO PIANO FAUNISTICO - VENATORIO
Il documento presentato nel mese di giugno 1999 sotto il
logo della OIKOS contiene delle premesse accattivanti, tecnicamente valide, che
potremmo condividere senza riserve.
In particolare abbiamo apprezzato l’enunciazione di
alcune intenzioni che riteniamo essenziali per ridare dignità all’attività
venatoria:
1) eliminazione dei ripopolamenti entro 3 -5 anni.
2) Divieto di introduzione di specie non autoctone,
coturnice d’allevamento e pernice rossa.
3) Ripartizione del territorio in settori e parcelle o
comunque in unità di gestione faunistica di dimensioni più piccole delle
attuali per rafforzare il legame cacciatore
- territorio.
Analizzando però la parte successiva del piano ci
accorgiamo poi che le soluzioni proposte sono pessime tanto da far prevedere
gravi ripercussioni negative per il patrimonio faunistico della bergamasca.
Infatti, dopo tante belle parole da tecnici seri, si
traggono solo conclusioni da politici di bassa lega:
1. Le
zone protette vengono ridotte drasticamente.
2. Gli
ATC e i CAC resteranno 2 e 4, come
adesso, senza che sia stata fatta un’analisi delle potenzialità faunistiche
del territorio provincialr, come in quasi tutti i piani faunistici delle altre
province.
3. Ridurre
le immissioni rimarrà una mera illusione perchè riducendo le oasi non si potrà
avere l’irraggiamento naturale della fauna riprodottasi in natura.
Infatti nel documento proposto il territorio
agrosilvopastorale effettivamente destinato a protezione faunistica, è meno del
10% di quello provinciale ( 21.415
ettari su 239.336), sommando parchi e riserve naturali, oasi di protezione e
zone di ripopolamento e cattura.
FASCE “PROTETTE” ATTORNO ALLE STRADE
E AGLI ABITATI
(U. S.)
Tutto il problema delle oasi nasce dal fatto che si è
scelto di conteggiare le fasce di metri 100 di territorio non cacciabile attorno
alle aree urbanizzate e le fasce di 50 metri dalle strade. Questa tesi, anche se può essere considerata sostenibile dal
punto di vista giuridico e dell’interpretazione delle leggi, è insensata dal
punto di vista tecnico e svilisce il livello scientifico di tutto il piano in
esame. Un’area di divieto non è un’area di protezione faunistica; se così
fosse il nostro territorio dovrebbe essere ricchissimo! Dalla tabella del
capitolo 9: “PIANIFICAZIONE VENATORIA” addirittura si deduce che le strade sono ritenute più importanti
delle oasi! Infatti si fa prima il
calcolo della percentuale “protetta” dalle fasce delle strade e dei paesi,
poi si aggiungono i parchi naturali e si arriva così a percentuali vicine a
quelle stabilite dalla legge (articolo 10 comma 3 della 157). Infine, sotto la
voce “RESTO” e quasi per eccesso di bontà, si aggiungono alcune oasi o ZRC.
Le strade non sono zone vocate, ne produttive, anzi sono estremamente dannose
per la fauna, non solo per una fascia di 50 metri per lato, ma almeno per metri
200! Esse portano sempre ull’aumento
del disturbo antropico, con conseguente drastica diminuzione della potenzialità
faunistica del territorio; inoltre spesso provocano direttamente l’uccisione
di animali selvatici (lepri, caprioli, ect) . In sintesi: LE STRADE E LE LORO
FASCE LATERALI NON SONO UTILI ALLA FAUNA, tanto che sarebbe tecnicamente più
corretto, quindi, stralciarle dal calcolo del territorio agrosilvopastorale (TASP).
L’estemporanea invenzione del conteggio parziale in
funzione della percentuale “Utile alla fauna selvatica” (25, 33, 50 %) è
ridicola, perchè dalle strade non deriva nessuna utilità per la fauna.
L’appiglio giuridico della sentenza della Corte Costituzionale 448/97 non può
essere usato solo in parte, solo nella misura in cui fa comodo per far quadrare
i conti. Se si vuole scaricare la colpa di questa scelta sulla sentenza si abbia
il coraggio di farlo con coerenza, fino in fondo, eliminando tutte le oasi
eccedenti il 20 o il 25 %, e si facciano le gare cinofile nei 50 metri
“protetti” in fianco alle strade!!
TIPICA FAUNA ALPINA
In 3 CAC su 4 le superfici delle aree destinate alla
caccia di selezione agli ungulati sono molto più vaste di quelle delle Oasi di
protezione. E’ assolutamente inaccettabile che si considerino gli ettari delle
zone di caccia agli ungulati come ettari di territorio protetto (Si caccia solo
l’ungulato, ma è anche vero che in quegli ambienti c’è quasi solo
l’ungulato). Nel documento in esame le zone di caccia esclusiva (ZSU) sono
inserite sotto la dicitura “AMBITI PROTETTI”. Anche se nella prima parte del
piano si sostiene che la tipica avifauna alpina è in pericolo, poi nel
concreto, come sempre, non si fa nulla per tentare di salvare il salvabile:
infatti in zona alpi si propone di ridurre il territorio protetto e di
continuare a prelevare tutto come prima: “...LA TIPICA SELVAGGINA ALPINA DUE
CAPI...”, fingendo di ignorare che lepre bianca e pernice bianca sono quasi
del tutto scomparse. Per questo noi riteniamo doveroso proporre grandi oasi per
salvare la fauna in pericolo e chiudere con moratoria almeno decennale la caccia
a lepre variabile e pernice bianca, in ottemperanza a quanto stabilito
dall’articolo 2 della 157 che dice “L’ESERCIZIO DELL’ATTIVITA’
VENATORIA E’ CONSENTITO PURCHE’ NON CONTRASTI CON
L’ESIGENZA DI CONSERVAZIONE DELLA FAUNA SELVATICA....”. Ribadiamo il principio che è
molto più efficace ed intelligente
salvare l’esistente piuttosto che attuare costosissimi progetti di
reintroduzione di specie scomparse. Siamo inoltre contrari all’ immissione del
muflone e ci permettiamo di ricordare che non ci si può sempre e solo
preoccupare della fauna cacciabile. Voci insistenti fanno presumere il contatto
(sentito) col gallo cedrone nella zona della Val Sedornia. Varrebbe la pena di
verificare l’attendibilità della segnalazione e se questa risultasse
veritiera sarebbe opportuno creare una grande oasi tutt’attorno per salvare
l’ultimo cedrone esistente, piuttosto che spendere centinaia di milioni tra 20
anni per la sua quasi impossibile reintroduzione.
ZONA ALPI
Anche per la zona alpi questo piano ripete il copione sopra descritto: si fa
prima una valida teoria ipotizzando tre fasce di gestione differenziata, salvo
poi lasciare tutto come prima.
Se la zona alpi deve seguire il confine del territorio
potenzialmente fruibile o vocato per la tipica fauna alpina bisogna modificarne
il confine portandolo più a sud sia in Valle Imagna che in Val Brembana e Val
Seriana. Infatti abbiamo ancora montagne sopra 1500 metri che sono fuori
dall’area dei comprensori alpini, pur avendo significative presenze di
camoscio e anche di tetraonidi. La cosa appare ancor più opportuna per il fatto
che nelle province limitrofe (Lecco e Brescia) tale limite è molto più a sud
di quello bergamasco, fino quasi a raggiungere la fascia collinare.
Se l’areale dei tetraonidi forestali deve essere in zona
di maggior tutela, ne consegue che il limite attuale della zona A deve essere
modificato in modo da includere le aree dove erano presenti i tetraonidi
(Castello della Regina, Palio di Fuipiano, Cavlera, Farno) portandolo a quote più
basse. La giustificazione “tecnica” dell’innalzamento della zona Alpi in base al fatto che il gallo forcello
in Olanda viva in aree di pianura è assurdo e ignora le più elementari nozioni
di zoogeografia: si ricorda al
tecnico faunistico la nozione di “relitto glaciale”.
OASI DI PROTEZIONE
E ZONE DI RIPOPOLAMENTO E
C.
Alcune zone di ripopolamento e cattura da anni sono del tutto inutili perchè
improduttive, ma non potrebbe essere diversamente visto la loro dislocazione.
Vorremmo che l’amministrazione provinciale prendesse in considerazione zone
potenzialmente molto più valide e più vocate,
con meno monocoltura intensiva e con più prati stabili e rifugi per la
fauna. Visto lo stato della nostra pianura non ci sono molte alternative: queste
aree si possono trovare solo lungo le aste fluviali e nei parchi o in alcune
fasce relitte di agricoltura tradizionale, come ad esempio la valle di Celana.
Nel parco dei colli Madonna della Castagna e Piana del Grees hanno dimensioni
limitate; molto importante appare anche il loro valore dal punto di vista della
convivenza civica, perchè sono ormai inseriti nel contesto urbano come aree
molto fruite dai cittadini in varie forme e modi. La popolazione delle città in
genere mal sopporta l’idea di essere svegliata a fucilate alle 7 del mattino e
ciò potrebbe essere causa di continui episodi di conflittualità sociale.
VALICHI MONTANI
Già in varie occasioni abbiamo presentato diversi lavori
al fine di favorire l’ individuazione dei valichi montani interessati dalle
rotte di migrazione dell’avifauna. Siamo arrivati anche ad avanzare una
proposta di individuazione di oasi più piccole dei mille metri di raggio
previsti dalla legge. Sulla base dei progetti e delle proposte già avanzate,
che noi sosteniamo tuttora, non possiamo che ripetere che i 9 valichi citati
nello studio di Fornasari e et. al. del 1995 sono quelli più importanti e di
conseguenza continuiamo a chiederne la chiusura, come valico o come oasi. Ci
pare assurdo che un argomento così importante sia trattato in modo tanto
superficiale ed evasivo, prevedendo solo “MODESTE MODIFICHE”, peraltro non
specificate e rinviando ad altri la responsabilità della mancata decisione,
continuando così ad escludere i valichi più importanti, come la Forca di
Aviatico e la Crocetta di Zambla.
NUOVE OASI PROPOSTE
Ci permettiamo di proporre, oltre alle già citate Celana,
Gess e madonna della castagna e ai valichi montani, la protezione di un’ area
importante per la salvaguardia della pernice bianca: proteggere la zona del
rifugio Longo, dal monte Aga fino a Prato del Lago scendendo a sud fino a
congiungersi con l’attuale limite del parco naturale delle Orobie. Per la
tipica di monte si propone di espandere l’unica Oasi di Protezione di
superfice sufficentemente vasta (chiamata Presolana) estendendola a nord nel CAC
Val di Scalve e a Ovest nel CAC Valle Seriana.
SETTORI E PARCELLE
Non si capisce l’effettiva valenza dei settori, così
come definiti nel piano. Se devono servire “PER OGNI CACCIA
DI SPECIALIZZAZIONE”....per
i “CENSIMENTI E PIANIFICAZIONE DEL PRELIEVO E DEL SUO CONTROLLO” (pagina 17)
dovrebbero avere caratteristiche omogenee. Nella descrizione dei confini si
capisce che ciò è impossibile: infatti non ci può essere la stessa caccia di
specializzazione in pianura e sopra i 1500 metri (vedasi ad esempio Gorle o
Curno e il Monte Succhello, nel PRE2). Può darsi che la gestione si intenda
riferita alle parcelle e non ai settori, ma in questo caso sembrano più validi
e omogenei quelli già definiti dagli attuali comitati di gestione per i
censimenti specie per specie. Ci sono settori che includono territori ricadenti
in tre diversi istituti (ATC e/o CAC); appare del tutto utopico e impensabile di
attuare la pianificazione dei censimenti e del prelievo con l’accordo tra tre
diversi comitati di gestione; in questo caso il “PIU’ COMPLESSO COMPITO PER
UNA GESTIONE FAUNISTICA INTEGRATA E OMOGENEA” (pag 17) appare come un
eufemismo patetico concepibile solo da chi non conosce la complessità dei
rapporti tra le varie identità venatorie locali.
Da un lavoro costato 100 milioni di denaro pubblico si
poteva pretendere una proposta più completa, come già abbiamo detto
all’inizio evidenziando la mancanza di un serio studio preliminare sulle
vocazioni faunistiche del territorio.
Bergamo, 23
luglio 1999
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